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L’Inter può davvero vincere la Champions in futuro?TUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Lapo De Carlo
per Linterista.it

L’Inter può davvero vincere la Champions in futuro?

Il veleno della bellezza, per l'Inter che sogna la Champions, sta tutto in un paradosso. La squadra di Chivu ha appena alzato al cielo il suo ventunesimo scudetto, ha consolidato il dominio domestico, eppure, quando lo sguardo si spinge oltre i confini nazionali, quel brivido di completezza si trasforma in un’inquietudine sottile. Il problema non è la forza, che l’Inter possiede ma che nell’élite europea questa è solo il biglietto d’ingresso, non il lasciapassare per il traguardo finale.

Se si tratta del Campionato l’Inter sembra essere già oggi la favorita per la prossima stagione. Sembra. Se invece davvero si vuole aspirare a qualcosa di folle bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro per capire se si può realizzare il superlativo assoluto.
Guardare ai propri lati deboli per limitarli, senza fare finta che non esistano, per potersi spingere oltre. Diversamente c’è la resa.
Il ricordo della finale persa contro il Paris Saint-Germain nella stagione precedente è ancora lì, a testimoniare il divario che separa il “quasi” dall’”è fatta”. Quella sera, il crollo sul terreno di gioco di alcuni giocatori al fischio finale non raccontava soltanto la sconfitta di una partita, ma l’intera distanza che intercorre tra un grande progetto e la definitiva consacrazione.
Marotta ha sfiorato la coppa per quattro volte, due con la Juve e due con l’Inter, e tutte e quattro le finali sono state perse. Il presidente sa bene che la Champions non si progetta con la stessa razionalità di uno scudetto. Per questo, mentre la società fissa i propri obiettivi di mercato e lavora per tessere una tela sempre più solida, l’interrogativo che aleggia è se basterà la politica dei giovani talenti e degli innesti mirati
 

La strategia del club è chiara e condivisibile: puntare su profili giovani, con un potenziale da valorizzare, risorse per il presente e per il futuro. I nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli di  Solet, Curtis Jones e Palestra. Tre pedine che andrebbero a rimpolpare i ranghi in difesa, a centrocampo e in attacco, nell’ottica di un rinnovamento graduale ma costante. Il difensore francese arriverebbe a prescindere dalla permanenza di Bisseck, mentre il centrocampista inglese del Liverpool rappresenterebbe un investimento importante sulla qualità e la corsa sulle fasce. Eppure, anche se tutti questi colpi andassero a segno, la sensazione è che mancherebbe ancora un pezzo fondamentale: il turnover. Per reggere l’urto di una stagione in cui si è in corsa su tutti i fronti, non bastano i titolari: servono riserve di qualità quasi pari, giocatori pronti a entrare in campo senza far rimpiangere i compagni. Nelle ultime stagioni, l’Inter ha pagato proprio l’usura delle gambe nei momenti cruciali, quando il calendario si infittiva e le partite decisive si accumulavano.

La rosa va allungata e rivitalizzata, ma il vero azzardo tattico riguarda il reparto nevralgico del centrocampo. Calhanoglu è il regista, il faro, l’uomo che detta i tempi. Ma i suoi muscoli, negli ultimi anni, hanno parlato un linguaggio preoccupante: risentimenti al soleo, problemi al polpaccio, stop a ripetizione che lo hanno costretto a saltare partite decisive per il campionato e per le coppe. Un problema che si ripropone con una frequenza tale da non poter più essere considerato un incidente di percorso, ma una fragilità strutturale. E se il turco salta le gare che contano, l’architettura di gioco rischia di calare vistosamente. Non è detto che gli infortuni capitino sempre, ma la statistica suggerisce che affidarsi alla speranza, in un club con ambizioni europee, è un lusso che non ci si può permettere. Serve un’alternativa di livello, un vice-regista che non faccia rimpiangere l’assenza del titolare. Zielinski può essere una soluzione, Sucic un investimento sul futuro, ma la sensazione è che per competere con i mostri sacri del panorama continentale serva qualcosa di più.
A questo si aggiunga il discorso atletico, che per l’Inter è un vero e proprio nodo gordiano. Nella stagione 2024/25, i nerazzurri hanno accusato un vistoso calo fisico nel rush finale, lasciando per strada punti preziosi e vedendo sfumare la possibilità di allungare in classifica. Un crollo che ha messo in evidenza i limiti di una preparazione che non era riuscita a dosare le energie fino in fondo. Chivu e il suo staff hanno ereditato questa consapevolezza e hanno puntato a rivoluzionare l’approccio atletico, lavorando non solo sui ritmi e sulle sedute, ma anche sulla prevenzione. L’obiettivo è presentarsi al via della nuova stagione con una condizione ottimale e una squadra capace di reggere le accelerazioni fino al 90’, evitando quei cali di tensione e di gambe che hanno caratterizzato la gestione precedente.

Tuttavia, la preparazione da sola non basta. Perché se le gambe possono essere allenate, la testa è un’altra storia. L’Inter è una squadra abituata a vincere, ma in Europa ha talvolta mostrato una certa soggezione nei confronti delle corazzate (Liverpool e Arsenal in quest’ultima stagione), un timore reverenziale che ha impedito ai giocatori di esprimere il proprio potenziale. È una questione di mentalità, di esperienza, di convinzione di potercela fare. Le inglesi, il PSG, il Bayern, il Barcellona e il Real Madrid possono spendere molto di più, è vero. Ma la storia di questo sport è piena di David che hanno battuto Golia quando la qualità delle gambe è stata messa al servizio di una fede incrollabile. L’Inter deve acquisire questa fede, questo cinismo, questa crudeltà agonistica che trasforma le pressioni in carburante e le paure in carburante.
Quello che manca all’Inter per alzare la Champions League è una sintesi perfetta di tre elementi: la profondità di una rosa che non sfiguri rispetto ai top club europei, la solidità atletica per non crollare nei momenti decisivi e la consapevolezza mentale per non tremare quando il palcoscenico si fa più grande. La società si sta muovendo, Chivu sta lavorando, i giocatori hanno fame. Ma la distanza che separa il “quasi” dall’”è fatta” è quella che solo un salto di qualità, ancora tutto da dimostrare, può colmare.