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Conte logora chi non ce l’ha: perché Marotta e De Laurentiis vogliono lui e non Mancini in Nazionale. Chi decide davvero il ct? Juventus, il settlement agreement è una benedizioneTUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Ivan Cardia

Conte logora chi non ce l’ha: perché Marotta e De Laurentiis vogliono lui e non Mancini in Nazionale. Chi decide davvero il ct? Juventus, il settlement agreement è una benedizione

Nel momento più luminoso dell’Illuminismo, Voltaire scriveva un romanzo (“Candido, o l’ottimismo”) solo per prendere in giro un altro filosofo, Leibniz, convinto sostenitore del fatto che l’umanità vivesse nel migliore dei mondi possibili. Non è molto meno credulone chi è convinto, per scendere ad argomentazioni più terra terra - ma francamente più rilevanti, dato che per l’ennesima volta stiamo guardando i Mondiali e l’Italia non c’è -, che la contrarietà dei grandi club di Serie A a Roberto Mancini sia legata al patriottismo ferito dalla fuga araba di tre estati fa. Per carità, dobbiamo coltivare la pia illusione che anche i più grandi dirigenti sportivi del nostro Paese - due a caso: Beppe Marotta e Aurelio De Laurentiis - abbiano a cuore gli interessi della Nazionale e siano ancora scottati dal fatto che il Mancio abbia deciso di accettare una barca di soldi e di mollare gli azzurri a piedi. Ci saranno rimasti male, nessuno lo mette in dubbio. Poi ci sarebbe anche da dire che attorno a quella vicenda si è costruita una narrazione, alimentata dall’ingenuo tempismo dell’ex (e chissà se futuro) ct, che si sentiva abbandonato e vide i soldi arabi come la miglior exit strategy: i problemi, tra Mancini e la FIGC, c’erano a prescindere, e probabilmente sarebbe finita così anche senza quella faraonica offerta che ha indignato tanti. Ma andiamo avanti. Il punto è, anzitutto, che pensare che dei dirigenti di club di Serie A, cioè quella stessa Lega che non ha avuto il buon cuore di concedere mezza giornata a Gattuso - non sarebbe cambiato nulla, è vero, ma almeno si sarebbe salvata la partenza e si sarebbe tolto un alibi -, orientino (o cerchino di orientare) le scelte sulla Nazionale per amore di patria, rischia di essere un puro esercizio di ingenuità. La questione è che Antonio Conte, si sa, logora chi non ce l’ha. E mette una dannata paura a chi rischia di ritrovarselo tra capo e collo da un momento all’altro. Vale anche per chi l’ha avuto, lo stima, sa cosa significhi correre contro di lui. Legare il salentino alla Nazionale significa toglierlo dai piedi per almeno due anni, magari quattro. E non rischiare che, per esempio, la Juventus - ove con Spalletti non funzioni oltre - faccia quello che avrebbe dovuto fare anni fa, riportandoselo a casa. O che il Milan - se la nuova direzione firmata Amorim, con la gentile collaborazione di Jorge Mendes, non dovesse decollare - compia finalmente una scelta troppo logica per essere presa finora. E così via dicendo. La scelta del commissario tecnico va, ovviamente, anche oltre. E investe la credibilità di Giovanni Malagò, che ne ha a pacchi, ma che ha scelto di confrontarsi con uno sport che in Italia vale quanto tutte le altre discipline messe insieme. La FIGC sta sotto il CONI, giusto. Ma la FIGC vale di più del CONI. E ha più difficoltà. Malagò ne sta saggiando qualcuna: fosse per lui, avrebbe già Mancini in panchina. E si potrebbe discutere della scelta, per carità, ma sarebbe sua. Andare in un’altra direzione - cioè Conte - per assecondare le idee dei propri grandi elettori non è uno scandalo, anzi: nessun uomo è un’isola, governare il calcio con la sponda di chi ne è il motore può anche essere cosa buona e giusta. Però, eventualmente, non sarebbe nemmeno un grandissimo esercizio di autonomia. È per pelare la gatta che Malagò sta cercando di convincere Paolo Maldini - l’unico grande ex calciatore con un curriculum da dirigente sportivo “di campo”, e questo dovrebbe far riflettere - a prendersi questa bega, e a scegliere lui il ct. Vedremo. Poi c’è anche un’altra considerazione: chi vuole fare il presidente della Federcalcio può candidarsi e, se prende i voti, vincere. Come ha fatto Malagò. I presidenti-ombra non servono, a meno di non tornare alla commissione federale degli anni ’30, che pure sarebbe una buona idea: quantomeno, alla luce del sole. Brevissima chiosa sulla Juventus. Nelle ultime ore è arrivato il Settlement Agreement, anche i muri sapevano che fosse nell’aria. La mazzata è rilevante - 20 milioni di euro di multa, di cui 14 condizionati, sono una bella sanzione -, ma può anche essere una specie di benedizione. La Juventus, da troppe stagioni, non spende poco: spende male. Fa tutta la differenza del mondo. Ora ha scelto il dirigente giusto, uno come Giovanni Carnevali, uno che sa stare al mondo, conosce i giocatori, guida determinate dinamiche, si è fatto le spalle larghe prima del salto più impegnativo che c’è. Ha tutto per fare bene ma, prima ancora, dovrà far capire - a chi è a Torino, ai tifosi, anche a noi giornalisti - che c’è stato tanto di sbagliato, e il vero problema non sono stati i soldi, ma le scelte.