Inter, Marotta: “Rinnovo Chivu atto formale. Firmerà quando tornerà dalle vacanze”
Beppe Marotta, presidente dell’Inter, è intervenuto dal palco del festival di Parma durante il panel dedicato al double nerazzurro nell’ultima stagione, ripartendo dalla scelta di puntare su Cristian Chivu: “Una delle prerogative che deve avere il manager è avere coraggio, insieme alla consapevolezza. Dovevamo capire cosa stava avvenendo, eravamo reduci da una debacle a Monaco e dal fatto che era preventivato, sebbene non certo, l’abbandono da parte di Simone Inzaghi, poi finito in un divorzio consensuale con una persona che aveva dato molto all’Inter. Nello sport tutto si brucia rapidamente e dovevamo trovare una soluzione, avendo forte in mente l’idea della proprietà e del club. Dovevamo trovare l’attore protagonista, abbiamo deciso senza dubbi di affidare la gestione della squadra a Chivu”.
Il rinnovo ora è una conseguenza delle cose che ha portato Chivu, anche a livello di gruppo…
“L’allenatore di una squadra di calcio è un leader, come un’azienda. La squadra condivide degli obiettivi e serve un coordinatore: essere leader non deriva dal riconoscimento della società. È la squadra che riconosce le qualità di chi è un leader. Nella mia storia calcistica ho visto personaggi forti disconosciuti dalla squadra. In questo caso il primo atto è stato di riconoscere lui come leader, poi la certificazione è arrivata dal gruppo, attraverso il fatto di avere intenti comuni e di riconoscergli questo ruolo di conduttore”.
Chivu ha detto che ha ancora fame, e che bisogna essere premurosi perché il gruppo deve superare l’Io.
“Cristian, se facciamo un paragone con me che ho qualche decina d’anni in più, ha qualità diverse: io posso essere un saggio, lui ha dalla sua più entusiasmo. È giovane e ha obiettivi da raggiungere. Da una parte questi ragazzi giovani non hanno una caratteristica importante, che è l’esperienza e va di pari passo con la competenza. Ma Chivu sta crescendo di giorno in giorno e ha molta carica, molto entusiasmo, molta voglia di fare. Queste sono qualità positive”.
Vi somigliate nella calma olimpica?
“Intanto dico che il ruolo dell’allenatore è cambiato. La figura del tecnico deve avere qualità diverse rispetto a prima. Quando ho iniziato io, l’allenatore dava del lei ai giocatori. Oggi non è più accettabile né logico. Questo leader deve avere grandi qualità, deve gestire dei ragazzi molto più emancipati rispetto ai giocatori di una volta. La capacità dell’allenatore moderno è quella di essere psicologo, di capire velocemente chi ha davanti e adattarsi a 25 giocatori diversi l’uno dall’altro. Chivu ha questa intelligenza, questo spirito di adattamento. Noi abbiamo avuto la fortuna di aver scelto la persona giusta”.
Rinnoverà a breve?
“Io l’ho sempre definito un atto formale. C’è la volontà da parte di entrambi di proseguire questo percorso. L’accordo sarà siglato quando Chivu tornerà dalla brevissima vacanza che sta giustamente vacanza. Non ci sono problemi”.
Lautaro è diventato ancora più leader?
“Sì, è chiaro che vivere l’esperienza ti porta un arricchimento. Diventi più forte e più consapevole, sai anche importi davanti alle difficoltà. Un cambiamento c’è stato, direi più che altro una crescita spontanea e fisiologica”.
Col suo rientro dall’infortunio ha rivitalizzato Thuram… A Pasqua avete capito di aver vinto lo scudetto?
“È stata non dico la svolta, ma la certificazione del fatto che potevamo essere protagonisti fino in fondo. Da lì abbiamo rafforzato la nostra motivazione, la cosiddetta autostima e abbiamo proseguito un percorso che è stato comunque difficile, ma fatto partendo da una qualità: la convinzione di voler vincere. Questo ci ha portato ad affrontare altre difficoltà, penso per esempio alla partita con il Como e alla relativa rimonta, che ci ha dato la certezza di poter arrivare fino in fondo”.
Un protagonista meno scontato di questa Inter?
"Fare nomi è sempre un po' imbarazzante, tutti meriterebbero elogi. Il ruolo sotto l'attenzione è quello del capitano, anche qui vale lo stesso discorso dell'allenatore: premesso che, se andiamo indietro nel tempo, ora il calcio moderno ha cambiato un po' i valori. Però nella nostra squadra Lautaro ha e rappresenta il ruolo del capitano, ma perché è stato riconosciuto dai compagni come leader. Non è soltanto perché gli abbiamo dato questo ruolo come società".
Pio Esposito si è adattato subito al salto di qualità.
"È un nostro fiore all'occhiello, siamo orgogliosi di aver vinto lo scudetto e valorizzato alcuni giovani, come lui che arriva dal nostro settore giovanile. In Italia si dice sempre che bisogna avere il coraggio di far giocare i giovani. L'Italia è unica nel mondo per la pressione che condiziona l'attività dei club. Parlavamo della scelta fatta su Chivu: noi abbiamo subito critiche e pressioni mediatiche. Non è facile: magari un ragazzo come Pio, giovane, buca la partita e lo perdi. Ci deve essere una crescita, anche passando dal coraggio di far giocare i giovani".
Siete iscritti nella corsa a Palestra...
"Non possiamo leggere il futuro, io ho avuto la possibilità di gestire tanti talenti, che poi sono diventati campioni. Un talento può dimostrare di avere grandissime qualità tecniche, fisiche e di adattamento tattico. Però poi il cammino è lungo, per diventare campioni si passa da valori umani che devi avere. Se non li hai, rimani talento e non diventi campione. Io ho avuto a che fare con Cristiano Ronaldo, per poco, e posso dire che era un campione: in campo, ma soprattutto fuori dal campo, per come si comportava e per come gestiva la sua vita e il suo corpo. Quando ci si trova davanti a ragazzi come Pio Esposito e Palestra, bisogna anzitutto non caricarli di pressione. Adesso il povero Palestra è su tutti i giornali tutti i giorni: per un ragazzo di 21 anni non è facile. Rappresentano il futuro, ma io voglio essere prudente e il cammino da fare è molto lungo. Se Pio Esposito era nostro, Palestra è un giocatore dell'Atalanta, con un valore di mercato: è ambito da tantissimi club, non solo da noi. Posso solo dire che piace a tante squadre".
Chivu ha detto che la Champions non deve essere un'ossessione.
"È una scelta prudente, giustamente. Io dico che l'asticella va sempre alzata, in qualsiasi attività sportiva a cui si partecipi. Non è sinonimo di arroganza, ma nello sport bisogna essere ambiziosi. Avere davanti alti obiettivi è da stimolo anche nel quotidiano, l'arroganza è invece guardare dall'alto in basso gli altri. Nello sport l'equazione chi più spende più vince non ha senso".
Cosa manca per la Champions?
"Intanto va detto che il campionato e la Champions sono due cose diverse. Il campionato è una corsa a tappe e alla lunga vince assolutamente la squadra migliore, la Champions è come se fosse la Milano-Sanremo. Non sempre vince il più forte, perché per esempio si passa da un sorteggio: puoi averlo più facile o più complicato. E poi la Champions non ha una linearità: si ferma e riparte, se quando riparte non sei nelle migliori condizioni possibile sei in idfficoltà rispetto ai tuoi avversari".
Martedì Florentino Perez annuncerà un colpo da 150 milioni di euro. Che ne pensa?
"Con lui ho un ottimo rapporto, l'ho sempre preso come esempio. È un dirigente di grandissimo spessore, da imitare. Nel momento della massima pressione, tira fuori cartucce importanti: il fatto di riportare Mourinho, il fatto di pensare a un giocatore che immagino ma non dico. Sono cose che l'hanno fatto diventare un vincente, è stato per me fonte di ispirazione".
Lavorate da tempo per uno stadio di proprietà.
"San Siro rappresenta uno stadio datato con aspetti che non sono migliorabili e lo stadio nuovo è un'esigenza. Grazie alla nostra proprietà e a quella del Milan noi stiamo andando avanti. Le grandi opere dovrebbero essere sotto il cappello del ministero delle infrastrutture per snellire un processo che oggi è macchinoso. Avere una propria casa ti dà un senso di appartenenza e la forza in più che ti porta a raggiungere anche più punti in classifica. Lo stadio è un contenitore in cui tutto viene valorizzato di più".
Più difficile fare calciomercato o fare il presidente?
"Dalla mia ho la fortuna di aver conosciuto tutte le dinamiche, per esempio capire che il direttore sportivo era un ruolo bisognoso di cambiamenti. Ho fatto per anni il direttore sportivo vecchia maniera, poi ho capito che dovevo capirne di bilancio. È stata la mia fortuna, che mi ha portato a diventare amministratore delegato. Come diceva Marchionne, altra mia fonte di ispirazione, servono due qualità: stabilire i valori dell'azienda e capire le persone con cui lavorare. Io sono riuscito ad avere queste fortune, grazie alle mie proprietà. e costruire squadre vincenti, non intendo solo di calciatori. Il mio compito è di mettere in sicurezza la società e dare delle linee guida, in una società di calcio che è una società atipica".
365 la disfatta con la Norvegia. Ora?
"Oggi il problema è di carattere sportivo, non economico-finanziario. Siamo in difficoltà a livello di mondo calcistico, perché abbiamo bisogno di riforme, la grande difficoltà è sportiva. Nasce anzitutto da una formula mondiale diversa dal passato, che porta a qualificarsi nazioni come Capo Verde. Ma non voglio parlare di questo: la nostra crisi parte da lontano, dal 2006. Poi in contrapposizione ci sono risultati: domani giochiamo con l'Italia Under 17 la finale del campionato europeo con il Belgio. Abbiamo grandi talenti e grande risorse, il Made in Italy ci rappresenta molto bene nel mondo a livello generale. Abbiamo anche ottimi dirigenti. Io penso per esempio che lo sport debba essere gratuito per tutti, i grandi campioni spesso sono usciti dai ceto medio-bassi e oggi per giocare a calcio bisogna pagare le scuole calcio. Bisogna ricominciare a portare il calcio e lo sport nelle scuole, obbligando a svolgere discipline sportive di qualità. E poi dobbiamo formare i formatori".
Come può aiutare la politica?
"Noi non ci siamo mai permessi di chiedere soldi alla politica. Noi abbiamo bisogno del legislatore, che faccia delle leggi per facilitare gli investimenti dei privati e la gestione delle società. Noi avevamo il decreto crescita, che riguarda tutti colori che svolgevano un'attività lavorativa. Il calcio è un'attività lavorativa, i calciatori sono definiti per lege dei lavoratori subordinati. A un certo punto abbiamo perso quest'agevolazione, che tutti gli altri manager hanno. Poi c'è il decreto dignità, per cui non possiamo fare pubblicità al betting, di cui pure lo Stato trae benefici economici. Noi dalla politica vogliamo che ci faciliti la gestione dei club, vere e proprie aziende che rispondono all'autonomia dello sport e a leggi valide per qualsiasi attività imprenditoriale. Dobbiamo snellire questi percorsi".
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