Cisse in copertina: tutti i giovani che vuole convocare Mancini e qualche “senatore” a rischio. Terremoto in FIGC? Per l’Italia al Pallone d’Oro non c’è più nemmeno posto in platea. Juve, non è solo sfortuna
La giovane Italia, la meglio gioventù. Alphadjo Cisse è, per chi tifa azzurro, una delle migliori notizie di questo calcio non più agostano. Allora è vero che basta metterli in campo per vedere se sono bravi: Ruben Amorim l’ha schierato e questo ragazzo con il 70 sulla schiena, nato a Treviso, ha fatto vedere numeri da futuro, possibile, campione. È pronto a farlo anche Roberto Mancini, chiamato all’improbo compito di coniugare i risultati della Nazionale italiana maggiore con un rilancio basato anche e soprattutto sui giovani. La questione della sua scelta - ammesso che davvero l’elezione di Giovanni Malagò non venga travolta dalla vicenda tesseramento, ma chi scrive ci crede molto poco - è ormai alle spalle: non era il miglior commissario tecnico possibile, ma è quello che l’Italia ha e per cui deve tifare. E, questo gli va riconosciuto, ha sempre puntato sui giovani, ha sempre saputo scovare il talento.
Le convocazioni per le prime quattro uscite della sua Italia-bis saranno molto particolari. Tra settembre e ottobre, in una sosta inedita per lunghezza, gli azzurri giocheranno quattro partite. È un mini torneo, che comporterà una lista XL. In una selezione di 30-35 giocatori, troveranno posto - e non solo per questioni di spazio - diversi ragazzi. C’è anche da considerare, in compenso, il fatto che l’Under 21 di Silvio Baldini nelle stesse settimane si giocherà l’accesso agli Europei di categoria e quindi alle Olimpiadi: Mancini eviterà (quasi) ogni sgarbo agli azzurrini. Ma, per esempio, Cisse in realtà non è mai entrato nel gruppo di riferimento di Baldini ed è molto probabile - non certo: il Mancio è noto per cambiare spesso idea all’ultimo - che sarà chiamato.
Con lui, anche perché più o meno vale lo stesso discorso, ci dovrebbe essere Mattia Liberali. L’unico vero leader dell’U21 che Mancini chiamerà sarà Michael Kayode; i più quotati tra i giovanissimi sono Lulli, Cacciamani, Inacio. Ci sarà Alessandro Romano del Cagliari, che sta cambiando nazionalità sportiva dalla Svizzera, mentre è molto più complicato avere Nicolò Tresoldi ed è ancora lontana la fine della pratica burocratica per Matteo Palma, per il quale l’Udinese ha rifiutato offerte da oltre 30 milioni di euro, ma che soprattutto ha giocato finora con la Germania (come Tresoldi) e non è detto voglia chiudersi la porta tedesca a 18 anni appena compiuti. Da ricordare: il cambio di nazionalità è possibile solo una volta in carriera, ragion per cui tutti questi ragazzi non potrebbero tornare indietro. E non ci sarebbe nulla di male se volessero insistere con la loro “altra” nazionalità. Sono le sfide geopolitiche del 2026, che dovrebbero portare in azzurro anche Issa Doumbia, meritevole di un capitolo a parte: ma davvero nessuno in Serie A poteva fare concorrenza allo Sporting per un ragazzo italiano? Passi che la Premier è il nuovo El Dorado, ma farsi fregare dai portoghesi…
Abbiamo elencato otto giovani, più o meno certi d’essere convocati. La lista potrebbe allargarsi con Antonio Raimondo, l’altro frontman (frontkid si può dire?) del campionato con i suoi gol marca Frosinone. E qui si arriva al capitolo dei “senatori” - virgolette d’obbligo per chi non ci ha portati ai Mondiali - che rischiano: Mancini non può smantellare il gruppo, per quanto solido o tossico possa essere. Può portare dei giovanissimi e scegliere di puntare su più giovani del suddetto gruppo, ma il blocco Nazionale più o meno resterà simile: per dirsi, non è che all’improvviso spariranno gli interisti. Allo stesso tempo, se qualcuno entra qualcuno esce: una delle posizioni da monitorare, per esempio, è quella di Moise Kean. Dopo le bizze fiorentine, un assist alla prima con il Como, ma per ora zero gol e mai titolare in tre giornate. Nulla dell'altro mondo, ma con Pio Esposito, Scamacca e Retegui (quest'ultimo non è al massimo delle sue quotazioni, ma lo scovò proprio Mancini) grossomodo certi del posto - diciamo Pio certissimo e gli altri non sfidano Ronaldo o Van Basten -, l’ex viola se la gioca sul filo, dato che proprio Raimondo sta segnando tanto. Se tra due giornate Kean dovesse essere ancora freddo e Raimondo essere andato ancora a segno, non è così scontato che Mancini non lasci a casa l’ipotetico centravanti titolare della Nazionale. Potrebbe, per carità, fare anche altre valutazioni: con quattro gare avrebbe tutto il tempo di portarlo lui in condizione, Kean. Ma il messaggio di fondo è abbastanza chiaro: giovani è meglio, ma forti è necessario.
Per quanto sia possibile nel panorama calcistico italiano, che ormai non conta quando si assegna il Pallone d’Oro. Sono lontani i tempi in cui la Serie A ospitava il meglio, in cui Junior andava al Pescara e Zico all’Udinese. Ma anche negli anni ’90, a inizio terzo millennio, eravamo di ben altra pasta. La Serie A è tuttora il campionato con più calciatori vincitori del Pallone d’Oro, presto sarà superata: un italiano non lo vince da Cannavaro, sono vent’anni e non è un caso che siano vent’anni anche dall’ultima partita - e che partita - giocata dalla Nazionale italiana nella fase a eliminazione diretta di un Mondiale. Ci torneremo? Chissà. Nel frattempo stiamo litigando parecchio.
I nemmeno tre mesi di Giovanni Malagò in FIGC sono stati segnati da casi e incomprensioni. L’ultima riguarda il tesseramento. Riassunto: il presidente non era tesserato al momento dell’elezione. Secondo lui (e secondo il procuratore federale Chiné) le regole FIGC prevedono la necessità di essere in regola, ma non di essere tesserati. Questione di lana caprina, per carità. Infatti il problema non può e non deve essere giuridico: Malagò in tre mesi ha rotto con il Coni e ha scontentato chi l’aveva eletto, cioè la Serie A. Ha scelto e silurato Maldini, ha preso un ct che non fa contento nessuno, ha scelto una capodelegazione che forse non può fare quel ruolo. Sono problemi, certo, e si può anche pensare di aver sbagliato, di voler tornare indietro. Ma detronizzarlo per una questione interpretativa sarebbe la perfetta fotografia del calcio italiano: non va bene nulla e ci attacchiamo ai cavilli per far sì che continui a essere così. Per la cronaca, come detto in apertura non è nemmeno così probabile che avvenga, ma vedremo.
Juventus-Milan è già candidata al premio come partita più noiosa di questo campionato. In una Serie A tornata rapida e divertente - ma davvero bastava trattare i calciatori come bambini e togliergli i secondi? -, quello che un tempo ne sarebbe stato un big match si è rivelato uno scontro di cartelli “work in progress”. La differenza, però, è netta e va oltre al fatto che, in realtà, in campo qualcosina di più l’abbia fatta vedere la squadra di Spalletti: il Milan una direzione, anche molto netta, l’ha presa. Può non piacere o convincere, può essere considerata troppo costosa o legata a Jorge Mendes, però è una strada chiara, c’è un’idea. La Juve, viceversa, sembra ancora vivere incastrata tra passato e futuro. Intendiamoci: la svolta dirigenziale con Carnevali e Massara è giusta, serviva da anni.
Il problema è che l’intero mercato della Juve ha evidenziato una certa difficoltà nel fare quello che si voleva: per quasi tutti gli obiettivi - escluso Kolo Muani - si è partiti da Tizio e finiti con Mevio, passando per Caio e Sempronio. Poi sono ottimi acquisti, ma lo stesso discorso riguarda le cessioni mancate: Koopmeiners, Nico Gonzalez e Douglas Luiz sono, in potenza e magari pure in atto, ottimi giocatori. Ma sono rimasti perché non s’è riusciti a cederli, mica perché li si voleva trattenere. Ora, a Torino fanno i conti con una quantità di infortuni preoccupante, e la sfortuna c’entra fino a un certo punto. Non con gli stop in sé, ma con i potenziali correttivi. Il caso di Thuram, che un po’ tutti sapevano a rischio, è emblematico, ma i ko di Boga e Locatelli evidenziano una squadra abbastanza corta, che peraltro non può pescare dal mercato degli svincolati perché ha già la lista più che ingolfata. Sono tutti bravi, da Carnevali a Spalletti, e prima o poi la Juve tornerà la Juve. Ma ci vorrà un po’ di tempo.
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