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Nick Woltemade, il fenicottero di Brema alla corte di Madama: sogno di una notte di fine estate.TUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Nick Woltemade, il fenicottero di Brema alla corte di Madama: sogno di una notte di fine estate.

«Vi sono corpi creati per sfidare la terra, e anime fatte per dimenticare la forza di gravità.» Heinrich von Kleist

E se cominciassimo a realizzare i sogni stasera durante Juventus-Milan, con un gol del fenicottero di Brema?

C’era una volta a Brema un ragazzo alto come un campanile e sottile come una promessa, uno di quei pertiche che sembrano sfidare la gravità e la geometria dei campi da calcio. Si chiamava Nick, di cognome Woltemade, e i suoi piedi parlavano una lingua strana, la lingua dei corazzieri che sognano di essere ballerine di danza classica. Un gigante buono, emerso dalle nebbie del Weserstadion, dove il fiume mormora storie di marinai e di vecchie glorie, un ragazzo che portava il pallone non come un attrezzo da lavoro, ma come un segreto da custodire gelosamente tra le pieghe di una falcata lunghissima. Il calcio, lo sappiamo, è una geografia del destino. Spesso i bambini del nord, cresciuti a pane e vento del Mare del Nord, guardano verso sud come i girasoli cercano un dio distratto. E il sud, per quel gigante venuto dalla Bassa Sassonia, si è tinto improvvisamente di un biancore accecante, il bianco e il nero della Juventus, la signora severa che siede sul trono di Torino, esigente e implacabile come un notaio piemontese.

A Torino cercano sempre l’ordine, la geometria esatta, la quadratura del cerchio. E invece si ritrovano in casa questo spilungone venuto dal freddo, un’anomalia genetica in un mondo di velocisti tascabili. Woltemade, parola dal significato letterale di “virtuoso”, non corre: naviga per il prato. Ha la grazia goffa dei fenicotteri che tentano il volo e la sproporzione magnifica di chi è cresciuto troppo in fretta, lasciando che le gambe precedessero il resto del mondo.

La storia del pallone è piena di questi giganti gentili, di torri d’avorio scese in battaglia. Come dimenticare Jan Koller, il gigante ceco che sembrava un eroe di Hašek uscito da una birreria di Praga per abbattere le porte con la forza di una quercia secolare? O Peter Crouch, il palo della luce che sapeva trattare il pallone con la delicatezza di un vasaio? Sono i miracoli della natura prestati al rettangolo verde: corpi fuori misura che sfidano la fisica cartesiana, dimostrando che la grazia non è questione di centimetri, ma di intenzione.

Woltemade appartiene – e qui lo si spera vivamente! - a questa stirpe rara. Non è un centravanti statico, una boa piantata nell'area di rigore ad aspettare che piova dal cielo un pallone benedetto. No. A Nick piace girare intorno al gioco come un satellite pigro, cucire la trama, inventare corridoi invisibili con quel suo passo felpato e sbilenco. Lo vedi impattare la palla e c'è un istante di pura ilarità prospettica: la spalla sfiora le nuvole, il busto si piega in un’angolazione impossibile, eppure il piattone destro carezza il cuoio con la delicatezza d'ago di un ricamatore, lasciando il difensore piantato nell'erba a inseguire l'ombra di una torre che danza. È un trequartista travestito da colosso, un nove e mezzo o un dieci e mezzo, che guarda tutti dall'alto in basso, letteralmente e metaforicamente.

Eppure, la Juventus è un tritacarne affascinante. A Torino non basta avere talento; bisogna avere la scorza dura, la corazza interiore di chi sa che ogni pallone pesa come un macigno e ogni errore viene soppesato sulla bilancia della storia. La maglia bianconera ha una sua gravità specifica spaventosa. Ti stringe le spalle, ti entra sotto la pelle, ti chiede di vincere prima ancora di imparare a conoscere i compagni di squadra.

Un poeta avrebbe sorriso di fronte a questo trasferimento, annotando nel suo taccuino invisibile la parabola di un ragazzo che lascia il Nord Europa per cercare il fuoco sotto il sole d'Italia. Perché il calcio, in fondo, è una caccia al tesoro collettiva, un viaggio picaresco in cui i sognatori provano a domare un pallone di cuoio per non soccombere alla noia del mondo.

I tedeschi, si sa, fanno il proprio dovere. Hanno dentro una specie di orologio svizzero piantato nel petto, una regolarità metronomica che non ammette cedimenti. Non si arrendono mai, neanche quando la pioggia cade battente e il campo diventa un pantano, neanche quando il pubblico mormora e la pressione si fa insostenibile. C’è una tempra di ferro in quella terra di foreste e leggende, la stessa tempra che ha spinto i filosofi di quel paese a interrogarsi sul senso dell’infinito. Solo che qui l’infinito si misura in metri di campo da coprire e in duelli aerei da vincere contro difensori feroci come cani da guardia.

Farà bene? Chissà. Il futuro è una terra straniera, un libro scritto con inchiostro simpatico che si lascia leggere solo col passare dei giorni. A volte i giganti si perdono nei vicoli stretti del campionato italiano, soffocati dalle marcature preventive, aggrediti da stopper tascabili e cattivi che non lasciano respirare neanche i santi. Altre volte, invece, la loro grandezza diventa un faro nella notte, un punto di riferimento immobile attorno a cui gira tutto il sistema solare della squadra.

Pensiamo a Zlatan Ibrahimović, che aveva la stessa stazza monumentale e la stessa insolvenza verso la banalità. Zlatan arrivò a Torino con la spavalderia dei re della strada, trasformando ogni scetticismo in polvere. Woltemade non ha la stessa spavalderia svedese; ha il passo più timido, lo sguardo di chi si stupisce ancora della propria altezza, l'aria del bravo ragazzo che ha paura di pestare i piedi ai compagni nello spogliatoio. Ma sotto quella cortesia nordica pulsa il motore implacabile dei conquistatori silenziosi.

Kafka avrebbe forse scritto un racconto su questo: un uomo che si risveglia improvvisamente a Torino, circondato da una lingua che non comprende del tutto, sotto lo sguardo scrutatore di dirigenti in abito scuro e tifosi esigenti che pretendono miracoli ogni domenica. Un processo kafkiano alla rovescia, dove l'imputato è condannato a segnare gol e a far innamorare la curva con le sue lunghe leve. Ma il campo, fortunatamente, non ha bisogno di romanzi per esistere; è esso stesso un romanzo che si scrive da solo, minuto dopo minuto. Quando Nick calcerà il suo primo pallone sotto la luce dei riflettori dell'Allianz Stadium, con quel modo tutto suo di coordinarsi, scoordinato eppure efficace, si fermerà il tempo per un istante. Si percepirà il fruscio metallico dei tacchetti sul prato bagnato, il vapore caldo del fiato che taglia l'aria di Torino sotto i fari abbaglianti, e quel sordo "pop" del pallone stoppato a seguire: tre metri di falcata che divorano la metà campo nello spazio di un battito di ciglia, mentre il brusio di quarantamila spettatori si stacca dagli spalti per farsi silenzio d'attesa. I tifosi della Juventus trattengono sempre il fiato davanti ai giocatori enigmatici, a quelli che non rientrano negli schemi preconfezionati. Amano i lottatori sanguigni, è vero, ma hanno un debole segreto per i poeti malinconici, per quelli che sembrano capitati lì per caso e che invece, alla fine, finiscono per decidere le partite con un colpo di tacco o un inserimento surreale.

La Germania ha regalato alla Juventus campioni memorabili, uomini di granito e di classe purissima, da Helmut Haller ad Andreas Möller, da Thomas Haessler a Jurgen Kohler, fino a Sami Khedira. Ognuno di loro ha portato a Torino un pezzo della propria patria laboriosa e rigorosa. Woltemade porta qualcosa di diverso: porta la leggerezza dell’imprevedibile, la stravaganza di un gigante che sa accarezzare la sfera con la delicatezza di un bambino.

Riuscirà a conquistare la corte sabauda? La risposta fluttua nell'aria tiepida delle serate di coppa, tra i cori della curva e il ticchettio dei cronometri. Nel frattempo, il gigante di Brema ha allacciato gli scarpini. Ha fatto le valigie, ha lasciato le rive del fiume amato per tuffarsi nel caos di una squadra che non sa accontentarsi mai. Inquadrato dall'alto nel buio del tunnel prima di entrare in campo, le strisce verticali bianche e nere sembrano allungarsi all'infinito sulla sua schiena, riducendo i compagni a stature da comparsa; poi fa tre passi felpati verso la luce, piega il collo gigante per aggiustarsi i parastinchi e rivela caviglie sottili come steli, pronte a reggere il peso di un'intera storia.

E mentre il pallone rotola verso il cerchio di centrocampo, c'è chi scommette che i suoi piedi lunghi sapranno disegnare traiettorie che nessuno, prima di lui, aveva mai osato immaginare. Perché il calcio, in fondo, appartiene a chi ha il coraggio di essere diverso, a chi non si piega alle leggi della gravità, e cammina un metro sopra la terra, sospeso tra il sogno e la realtà.

Roberto De Frede

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