La formazione ideale contro il Sassuolo. La Signora delle Stampelle: tragicommedia in bianco e nero.
C’era una volta, nei regni fatati e un po’ sgarrupati della pedata sferica, una nobile casata in bianco e nero che, anziché scendere in campo con la classica formazione titolare, pareva ormai un reduce sgangherato dell’Armata Brancaleone dopo una scampagnata nella Transilvania dei crampi e dei legamenti capricciosi. A Torino, sponda juventina, l’infermeria non è più un locale asettico con il lettino in skai e l’odore di alcol canforato: è diventata il club più frequentato della metropoli, un salotto mondano dove i muscoli fanno sciopero bianco e le caviglie si danno appuntamento per un tè con i biscotti. Lì dentro, tra una risonanza magnetica e una sfilata di stampelle modello haute couture, si respira la stessa allegria di una sala d’aspetto dell’INPS a fine mese.
Mister Spalletti, pover’uomo, guarda la lista dei convocati alla vigilia della partita con la stessa espressione di un capostazione che riceve l’orario ferroviario scritto in geroglifico azteco. Non schiera più undici giocatori: fa la conta. «Tu cammini? Bene, vai ala destra. Tu respiri senza l’ausilio di una bombola d’ossigeno? Perfetto, regista basso davanti alla difesa». Nelle sedute di rifinitura ormai non si provano più gli schemi su palla inattiva, ma si sperimenta l'idroterapia avanzata, le sedute di sciamanesimo tibetano e il lancio del ferro di cavallo propiziatorio verso la Val di Susa. La sfortuna non ci vede benissimo, si sa, ma con la Juventus ha sviluppato un mirino laser degno di un cecchino galattico. Si rompono persino i panchinari mentre guardano la partita dalla tribuna: uno starnuto scomposto in tribuna stampa e zac, lesione al bicipite femorale; un’esultanza troppo energetica per un gol all’ultimo minuto e patatrac, menisco in frantumi. È un bollettino di guerra che farebbe impallidire un ospedale da campo della Somme. I terapisti lavorano a ciclo continuo, oliando ginocchia con unguento santo e massaggiando polpacci con creme ricavate da lacrime di coccodrillo e radici di mandragora colte nelle notti di luna nuova.
Ora, la riflessione che sorge spontanea nel petto di un uomo di buonsenso — o quantomeno di un tifoso che ha pagato l’abbonamento allo stadio o in tv — è perché mai la Sfortuna debba dimostrare una fedeltà così noiosa e monotona nei confronti di un solo club. È un principio di cortesia elementare, persino nella sventura, saper ruotare i propri favori. Un gentiluomo non occuperebbe mai la stessa poltrona al club per cinque anni consecutivi senza offrire il posto a un altro associato; perché dunque la Malasorte non dovrebbe impacchettare i suoi stiramenti, i suoi legamenti crociati e le sue misteriose influenze intestinali per farne gradito omaggio, di tanto in tanto, anche alle floride ed esultanti rose rivali? Sarebbe un gesto di squisita equità sportiva se domenica, nei dintorni di Reggio Emilia, la suddetta Signora con la Falce decidesse di sgarrare strada e andare a bussare alla porta dello spogliatoio adiacente, anche solo per chiedere un'informazione stradale o un pizzico di sale.
Eppure, in questo panorama da bollettino meteorologico catastrofico, dovrebbe accadere il miracolo laico dello sport, ciò che il tifoso si aspetta trepidante. Ecco che dalle nebbie della disperazione spuntano ragazzi sconosciuti, scovati nei tornei rionali o direttamente tra le file dei raccattapalle, sbalzati sul prato verde con la stessa grazia di un elefante in un negozio di cristalleria. Entrano in campo con le scarpette nuove che odorano ancora di scatola e la faccia pulita di chi pensava di passare il pomeriggio a fare i compiti di matematica, e invece si ritrova a marcare centravanti grandi come armadi a due ante. Corrono per tre polmoni a testa, spinti da un misto di furia agonistica e pura e semplice fifa, compensando con la sfrontatezza dell’incoscienza i muscoli di cristallo e d'alabastro dei veterani, ormai buoni tutt'al più per fare da testimonial a una marca di linimento o per dirigere il traffico nei pressi dello Stadium brandendo le stampelle come clave.
C'è qualcosa di profondamente educativo nel contemplare un giovane debuttante che, catapultato in campo per pura disperazione numerica, si batte contro l'avversario con la stessa determinazione di un terrier che tenta di sottrarre un osso a un alano. Ci si domanda, a questo punto, se non sarebbe opportuno estendere questa salutare esperienza d'incertezza anche a tutti i loro colleghi d'alta classifica. Non per cattiveria, s'intende, ma per pura curiosità scientifica: sarebbe oltremodo interessante osservare con quale contegno i loro patinati campioni accoglierebbero l'improvvisa comparsa di un crampo bilaterale al novantesimo, o la bizzarra sensazione di dover sostituire il proprio centravanti stellare con il secondo magazziniere o con un passante colto da improvvisa nostalgia per la giovinezza. Perché alla fine la palla rotola lo stesso, incurante dei muscoli stirati e dei bilanci in rosso della clinica ortopedica. La Juventus con le stampelle, zoppicante e rattoppata, continua a lottare contro il destino cinico e baro, aggrappata a quella sua ostinazione antica che profuma di fatica, di sogni e di vittorie. La morale di questa tragicommedia in pantaloncini corti e ghiaccio sintetico è che la vita, esattamente come il pallone, non ti dà mai la formazione ideale. Ti ritrovi sempre a giocare con una rosa dimezzata, i cambi finiti al novantesimo e l’arbitro che guarda il cronometro con aria complice. Il segreto non sta nell’avere tutti i muscoli al loro posto: sta nell'imparare a correre anche con l'anima rotta, tenendo duro e ricordando che, finché c’è un pallone da calciare nel fango, c’è sempre un miracolo imprevisto pronto a sbucare dall’angolo più buio dell’infermeria.
Sicché, nell'attesa che arrivi la sera di domenica, ci mettiamo comodi con la nostra tazza di caffè, un bel libro sulla scrivania e un rosario di scongiuri tra le dita. Guardiamo al match con il rassegnato eppur brillante ottimismo di chi sa che il destino è un arbitro volubile: magari questa volta si ricorderà di fischiare a favore, o quantomeno si distrarrà un istante, permettendo alla nostra nobile e rattoppata Armata di trovare un gol di tibia e tre punti d'oro, mentre la sfortuna, stanca di Torino, si prende finalmente una meritata vacanza al mare di settembre.
Roberto De Frede


