Menu Serie ASerie BSerie CCalcio EsteroFormazioniCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomocremonesefiorentinagenoahellas veronainterjuventuslazioleccemilannapoliparmapisaromasassuolotorinoudinese
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenafrosinonelatinalivornomonzanocerinapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasalernitanasampdoriasassuoloturris
Altri canali mondialimondiale per clubserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistiche
tmw / juventus / Editoriale
Sei calci di rigore… L’ultima curva, disegnata con l'inchiostro bianco e nero del destinoTUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Sei calci di rigore… L’ultima curva, disegnata con l'inchiostro bianco e nero del destino

La retta è una curva che non sogna. (Manoel de Barros)

C’è nell’animo dei tifosi bianconeri un silenzio strano. Somiglia a quello di un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, quando l’arbitro fischia un rigore e poi se ne va, lasciando il pallone lì, sul dischetto, per una settimana intera. Perché queste ultime sei partite della Juventus non sono un calendario: sono il rigore più lungo del mondo. E noi siamo tutti lì, come il Gato Díaz, a guardare un pallone che non vuole saperne di entrare, in attesa di un fischio che separi la gloria dall'oblio.

Osvaldo Soriano ci ha insegnato che il calcio è una faccenda di solitudine e di polvere. Non importa quanti milioni ci siano in ballo o quanto brillino i fari dello stadio; alla fine, un uomo si ritrova solo davanti al suo destino. La Juventus, in questa curva finale, è come quel portiere che deve parare un tiro scagliato da un fantasma. Per andare in Champions non serve la tattica, serve la pazienza del condannato. Ogni partita è quel rigore sospeso. Se vinci, hai il diritto di respirare un altro giorno. Se pareggi, è come se la palla rimbalzasse sul palo in un pomeriggio infinito di pioggia.

Contro l’Atalanta ieri sera un 1 a 0 che è la quintessenza del calcio, corto muso, musetto. ​Essenziale come un piatto di polenta e osei; rigoroso come un bilancio della vecchia Fiat; ​definitivo come un bacio d'addio sotto i portici. ​Con questa vittoria, la Juventus rientra ufficialmente in quella zona Champions, respirando i salotti buoni di Parigi, Monaco e Madrid. Bergamo mastica amaro, ma lo fa con la dignità di chi sa di aver combattuto bene. Noi, invece, ci godiamo questo sorpasso in curva, questo profumo di alta classifica che sa di rinascita. Il calcio, in fondo, è come un buon sigaro: bisogna saperlo gustare lentamente, aspettando il momento in cui l'aroma si fa più intenso. E stasera, quell'aroma aveva il sapore dolce della vittoria. Un brindisi al "rinnovato" Spalletti, e a questa Juventus che impara di nuovo a camminare a testa alta.

Nel calcio – diceva Sartre - tutto è complicato dalla presenza della squadra avversaria, ma in queste sei finali, l'unico vero avversario della Vecchia Signora è lo specchio. È una lotta contro il proprio passato, contro l'ombra di quello che si era e la paura di quello che si rischia di diventare: una comparsa. Trattare ogni partita come una finale significa accettare la malinconia del centravanti. Bisogna avere il coraggio di sbagliare, ma la ferocia di restare in piedi. Come scriveva Soriano, certi campioni sembrano usciti da un romanzo di Raymond Chandler: stanchi, disillusi, ma con una dignità che non si compra al mercato. La Champions è quel Grande Sonno da cui bisogna svegliarsi a colpi di gol sporchi, di quelli che si segnano con la rabbia di chi non vuole tornare a casa a mani vuote.

Sei partite. Sei passi dal dischetto alla porta. Ogni domenica è un lunedì di attesa. La letteratura ci ha raccontato che i veri eroi non sono quelli che alzano la coppa sotto i coriandoli, ma quelli che resistono nel fango delle province, quando nessuno guarda. La Juventus deve riscoprire questa etica della resistenza, essere una mendicante di punti, cercandoli negli angoli più bui del campo, nei contrasti sporchi, nei recuperi disperati; diventare in questo rush finale la squadra della strada, quella che sa che se non vince oggi, domani non ci sarà nessuno a raccontare la sua storia. Ogni destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è. Per i bianconeri quel momento borgesiano è arrivato. Le prossime sei partite, ovvero diciotto punti che brillano come monete d'oro sul fondo di un pozzo profondo, diranno se questa squadra può ancora far parte dell'élite del continente o se è diventata un ricordo sbiadito che vaga per le periferie d'Europa.

Mancano sei rincorse. Il portiere avversario è la Storia, che ci guarda con le braccia conserte e un sorriso beffardo. La Juventus deve tirare forte, centrale, senza fronzoli. Perché, come nel racconto di Soriano, la gloria non è nel gesto tecnico, ma nel fatto che, dopo una settimana di paura e di vento, quel pallone alla fine gonfi la rete. Non è questione di schemi, ma di non farsi tremare le gambe quando il mondo intero sta guardando solo quel punto bianco a undici metri dall'eternità. Fino alla fine, che poi è solo un altro modo per dire che il rigore non è ancora finito…

Roberto De Frede