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L’Incompiuta: non solo sconfitta, ma autoumiliazione.TUTTOmercatoWEB
© foto di Gianfranco Irlanda
domenica 15 gennaio 2023, 21:33Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

L’Incompiuta: non solo sconfitta, ma autoumiliazione.

“La dignità non consiste nel possedere onori, ma nella consapevolezza di meritarli.” (Aristotele)

Nella serata scudetto, perché tale era quella di venerdì a Napoli, ci si aspettava, dopo le otto vittorie consecutive senza aver subito gol, da parte della Juventus una sinfonia beethoveniana, la Nona in particolare, quella che dà spazio al potere dell’individuo celebrando al contempo lo spirito collettivo del genere umano; quella dell’Inno alla Gioia, simbolo di libertà e di gaiezza, tentativo più grandioso da parte di Beethoven di aiutare l'umanità a trovare la propria strada fuori dall'oscurità e verso la luce, dal caos alla pace. Già, verso la luce, fuori dal caos.

Invece nella nuova “Scala” del calcio è stata mestamente inscenata la schubertiana e tenebrosa Incompiuta, sinfonia dalla tonalità in Si minore, così estranea al mondo classico e fuori dai canoni: tutto era inaudito sino alla sua composizione, a partire dall’inizio, dove non c’era una manifestazione di potenza, come era tipico di tanto sinfonismo romantico; non c’era un’orchestra imponente e spavalda. E nemmeno c’era il dolce melos viennese. Nonostante tutto quella nuova musica di Schubert nasceva dal cuore della notte, nelle lande oscure dell’animo, suonata da violoncelli e contrabbassi, e con essa affiorava pian piano un qualcosa di indefinibile da lontananze remote e velate. Era melodia di altissima magnificenza.

L’Incompiuta di Allegri e di quelli mandati in campo alla rinfusa, al contrario non solo ha decretato l’addio allo scudetto lasciando nel vuoto cosmico la nona vittoria consecutiva, ma ha fatto della disarmonia, del rumore e della cacofonia il suo baricentro.  

Il punteggio quasi tennistico (un altro paio di minuti e ci saremmo arrivati) non è stato umiliante per il tabellino colorato dalla ispanica manita, anche perché ad onor del vero il Napoli in campo ha tenuto un comportamento cavalleresco e sportivo, senza torelli et similia. L’umiliazione è venuta dalla stessa Juventus, dall’atteggiamento inspiegabilmente svogliato e passivo col quale calciatori (ad eccezione del campione del mondo Angel Di Maria) e tecnico sono scesi in campo.

Che la strategia di Allegri fosse sbagliata e decisa con un pizzico abbondante di presunzione, che non doveva cambiare sistema dopo tanti risultati positivi, che Chiesa sarebbe dovuto subentrare a partita in corso per poi “spaccarla” alla Altafini o quantomeno non giocarla da terzino, che i “giovani” sono ritornati a sedersi allegramente (mica tanto) in panchina… sono tutti ragionamenti a posteriori che lasciano il tempo che trovano. Come del resto ormai alibi inutile e trasparente, non più ossigenato e trapassato è parlare degli assenti, i famosi fumosi titolari mai visti o mal intravisti: Pogba, Vlahović, Cuadrado e Bonucci tristi ologrammi dell’album di figurine Panini. I tifosi ne sono venuti a noia, si sentono presi in giro, non li nominano più, fanno finta di non averli mai avuti nella rosa, vorrebbero tanto passare avanti, andare oltre.

Chiunque sa che non c’è strategia che tenga se non vi sono gli uomini sul prato che la applichino come si deve, soprattutto scendendo in campo con la consapevolezza di giocarsi una bella fetta di scudetto, con la voglia di lottare, di sudare per se stessi e per quella maglia che indossano. Questo principio è valido anche per la “non-strategia” di Allegri, per il famoso “corto muso”, persino questo venuto meno!

Un tempo era un privilegio indossare la casacca bianconera della Juventus, e chi se la infilava, se la portava anche a letto: gli attaccanti avevano l’impressione di guadagnare qualche attimo di paradiso ogni volta che entravano in area di rigore avversaria per cercare a tutti i costi di sfondare la rete. Tutto questo non c’è stato venerdi, ma non c’è da parecchio tempo, troppo per una squadra nata per vincere.

Che la Società, quella ora esistente, formata da soci che immagino vogliano soltanto il bene della Juventus, intervenga subito, in ogni settore, affinché orgoglio, dignità e valore scendano sempre nell’arena accompagnando per mano gli undici guerrieri.

Una partita viene giocata e pertanto la si può perdere, ma gli sconfitti hanno il sacrosanto diritto-dovere di uscire dal campo sempre vestiti con i panni del sogno, seppur svanito in quella serata ma risognato immediatamente per la successiva notte stellata: il bello del calcio è proprio questo. Gli “autoumiliati” del “San Paolo”, pardon, del “Maradona” sono usciti invece dal campo semplicemente in mutande, sbandati, imbambolati, destabilizzati e con lo sguardo lontano anni luce da obbiettivi degni di campioni. Che si riprendano in tempo per non buttare via l’intera stagione, cercando di raggiungere ancora qualche trofeo che dia la spinta per una vera e propria rinascita pregna di gratificazioni e soddisfazioni.

La Juventus, dal suo storico blasone pluriscudettato ha consegnato virtualmente il tricolore agli avversari più meritevoli. Il Napoli e Napoli, dopo ben 32 anni dal loro secondo scudetto, si apprestano a vincere il terzo: la realtà e la classifica parlano chiaro, chi crede faccia pure tutti gli scongiuri possibili. È pur vero che manca un intero girone di ritorno, ma le premesse impresse con inchiostro indelebile “azzurro” hanno la vigoria e la stabilità dell’indistruttibilità delle fondamenta di una millenaria città. Sarà però di gran lunga diverso il terzo scudetto partenopeo e questa differenza potrà essere compresa soltanto da chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni ottanta, baciati da un calcio romantico, che faceva dell’emozione la vittoria più bella!

Questo terzo sarà “semplicemente” umano, vinto da una squadra molto forte che ha nella tecnica e nell’organizzazione di gioco i suoi assi. Quei primi due scudetti avevano invece qualcosa di sovrumano, di indefinibile che li pone ancor oggi al di là: non erano di questo mondo, in campo scendeva Diego Armando Maradona e l’intera anima di un popolo, e con loro la mano di Dio.

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