Fine delle tradizioni
Vi invito a leggere questo articolo immaginando un traliccio costituito dall’incrocio di diverse linee, come quello disegnato dallo scenografo Tito Varisco, mentre dal basso del teleschermo si innalza verso il cielo, con l’accompagnamento dell’aria in fa diesis minore per oboe, arpa ed archi dal nome celestiale “Armonie del Pianeta Saturno”, del compositore milanese Roberto Lupi. Ricordate? La sigla di Fine delle trasmissioni dei programmi televisivi della RAI. Un pizzico di nostalgia.
Stessa sensazione malinconica in questi giorni, a cento anni di distanza dalla nomina di Edoardo Agnelli a presidente della Juventus, con i roboanti auguri alla famiglia e alla squadra. Frasi di giubilo saltellanti da gazzetta in gazzettino che hanno uno strano sapore: di ringraziamento più per quello che è stato che non per quello che sarà fatto dai discendenti di coloro che hanno scritto non solo la storia vincente della Juventus, ma anche dell’Italia del XX secolo.
In effetti oggi è difficile tenere unita l’immagine della squadra con quella degli Agnelli. Forse da un punto di vista amministrativo – campo in cui non oso avventurarmi - regge ancora il connubio, ma se parliamo d’amore e dedizione assoluta verso il bianconero, certamente no. "La Juve è per me l’amore di una vita intera, motivo di gioia e orgoglio, ma anche di delusione e frustrazione, comunque emozioni forti, come può dare una vera e infinita storia d’amore". Con questa frase, che riecheggia e si trova scritta ancora oggi a Villar Perosa Gianni Agnelli esprimeva tutto il suo amore per il club. Irripetibile, l’uomo e la sua leggenda.
Le tradizioni sono aspetti della cultura e di una certa società che non si esauriscono nel corso di una generazione, ma vengono trasmessi a quelle successive; non consistono nel conservare le ceneri ma nel mantenere viva una fiamma. Villar Perosa era un incendio di passione, un entusiasmo sempre nuovo che si ripeteva quale appuntamento fisso della preparazione estiva della Juventus. Dal 1959 ad oggi, covid a parte, è saltato solo nel 1962, quando la sfida in famiglia (7-1 per la Juve A) venne disputata a Cuneo, sede del ritiro bianconero. Eppure quest’anno, nel “centenario malinconico”, è caduta - sotto i bombardamenti del nuovo corso - Villar Perosa, roccaforte dell’Avvocato, vero e unico collante che teneva ferma la tradizione.
Non era solo una “partitella” estiva in famiglia, quella tra la Juve A e la Juve B in quel luogo coronato dalle Alpi, ma l’inizio per una trionfale nuova stagione. Era amore vero e felicità che esplodeva in un pomeriggio fatto di sole e di assoluto, e il tutto si fondeva nella dolceamata Juventus. Un po’ come L’estate narrata da Cesare Pavese, focosa e rovente si fa così metafora di una grande passione ove per analogia affianca il massimo rigoglio della stagione estiva alla sua musa Fernanda Pivano: è lei, afferma, il vero prodigio.
Indimenticabili le fotografie in bianco e nero scattate a Villar Perosa con l’Avvocato sorridente tra i suoi gioielli Sivori, Charles e Boniperti; o quelle colorate di bianconero con Platini che discute sulla sveglia troppo mattiniera; ed infine con Del Piero incantato dinanzi a Gianni Agnelli mentre ascolta una storia di un pittore perugino chiamato Pinturicchio. Chi non ha sangue vero bianconero nelle vene non può capire tutto questo e ad una “partitella” sotto casa preferisce il fuso orario della California: eppure le buone nocciole crescono anche in Piemonte!
Il tradizionale appuntamento è finito come è finito il ramo principale della dinastia, l'unico ramo che ha avuto sempre legami molto forti con Villar Perosa: pare che l'Avvocato nel suo testamento avrebbe chiesto di giocare l'amichevole in famiglia almeno fino a quando un membro della famiglia fosse rimasto in società. A pensarci bene… e se quest’anno fosse stata rispettata questa disposizione di valore morale?
In fondo bisogna prendere atto che i tempi sono cambiati, così ormai si dice in giro, abbracciando e baciando un alibi d’acciaio dal sapore molto amaro. Per principio dubito degli alibi troppo solidi, del resto un innocente non ha quasi mai un alibi di ferro. Il cambiamento non deve cambiare la tradizione, bensì rafforzarla. Il cambiamento è una sfida e un'opportunità, non una minaccia. La tradizione è storia e memoria insieme che ci aiutano a comprendere il passato e a costruire il nostro futuro.
Il titolo al plurale forse è troppo pessimistico, mi ero portato avanti nel lavoro, visto che si comincia a tagliare un ramo e poi ci si prende la mano. Correggiamolo al singolare, sperando che tutti gli altri rami restino sempreverdi attaccati all’albero bianconero. Fine della tradizione … di Villar Perosa, tanto semmai dovesse ricominciare, non sarebbe più la stessa cosa.
Roberto De Frede


