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E se tutto passasse da quella mano?TUTTOmercatoWEB
domenica 29 ottobre 2023, 20:11Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

E se tutto passasse da quella mano?

Esistono mani fatate che possono diventare "fatali". (Alda Merini)

La mano è azione: prende, crea e talvolta si direbbe che pensi. Quando riposa non è un utensile inanimato, lasciato sul tavolo o abbandonato lungo il corpo: l'abitudine, l'istinto e la volontà d'azione meditano in lei, e non ci vuol molto a prevedere il gesto che essa compirà. I grandi artisti hanno dedicato un'estrema attenzione allo studio delle mani. Ne hanno avvertito la virtù potente, loro che, più di tutti gli altri uomini, vivono grazie ad esse. Rembrandt ce le mostra in tutta la gamma delle emozioni, dei tipi, delle età, delle condizioni: mano di un testimone della grande Resurrezione di Lazzaro, spalancata per lo stupore, levata, ricolma d'ombra in controluce; mano operaia e accademica del dottor Nicolaes Tulp, che termina in una pinza per stringere il fascio di arterie nella Lezione di anatomia; la mano dello stesso Rembrandt che sta disegnando; la mano formidabile di san Matteo che scrive il Vangelo mentre l'angelo detta; le mani del vecchio paralitico nella Stampa da cento fiorini, cui fanno eco le semplici muffole rigonfie che gli pendono dalla cintura. La mano - per Henri Joseph Focillon, storico dell’arte e poeta francese - è l'organo più specializzato, capace di cogliere tutte le sfumature della realtà, andando oltre le forme apparenti. La mano è volontà e scelta, è il segno distintivo dell'uomo.

Il portiere, unico in campo che può usare le mani, è il ruolo della solitudine, ruolo adatto per uno scrittore, che è solo, sempre, - confidava Camus al suo amico Jean Grenier -, ma nello stesso tempo è l’unico che riesce a trovare una sua dimensione, in equilibrio tra le sue riflessioni, stando tra i pali, aspettando il momento della respinta, della parata, della difesa della sua vita. Quel momento da non perdere, quel treno che passa una volta sola, anche fuori dal prato verde. Camus giocava in porta perché – vuole la leggenda - possedeva soltanto un paio di scarpe e la nonna lo convinse a fare il portiere, così le avrebbe consumate di meno. Credo che giocasse in porta, senza nulla togliere all’amorevole consiglio, perchè voleva dare un nuovo significato alla vita, trovare un senso al nostro destino, perché solo in quel momento la disperazione è sconfitta. La vittoria non sta nel mutare i fatti, ma nel riuscire a cambiare la nostra prospettiva su di essi. Albert fu un gran portiere...

L’opera d’arte disegnata da Szczęsny, la sua mano sinistra distesa sull’erba del “Meazza” alla ricerca dell’infinito, al tredicesimo minuto e 52 secondi di Milan Juventus, può essere stata davvero fatale per gli avversari, diavoli e non. Si era ancora sullo zero a zero, la partita avrebbe preso una piega completamente diversa, e nessuna coscia di Krunic sul tiro vincente di Locatelli ci sarebbe stata. Invece… il portiere di Varsavia, trasformatosi in un novello Lev Jašin, ha deviato non solo la palla avvelenata del centravanti rossonero, ma probabilmente anche il corso della storia di questo campionato e della Juventus. Intanto ieri sera contro il Verona con il gol di Cambiaso all’ultimo istante, - dopo una partita dalle decisioni arbitrali in campo e in regia contro il gioco più bello del mondo, - la Vecchia Signora è in vetta alla classifica, e se anche fosse per una sola notte, in attesa delle sfide di oggi, respirare quell’aria di alta montagna, fresca e cristallina, non le può fare che bene.

Lui, il portiere i gol non li segna, sta lì per impedire che vengano fatti. Il gol è la festa del calcio: il goleador crea l’allegria e il numero uno fa da guastafeste… chiedere a Olivier Giroud, il legionario di Chambéry, e porre la stessa domanda al difensore Oscar del formidabile Brasile ’82, che vide falciata la sua gloria imperitura all’ultimo secondo da Dino Zoff; anche a Zinedine Zidane una domandina ci può stare, quando nel 2006, nella finale mondiale contro la nostra Nazionale, Buffon scagliò verso il cielo di Berlino il colpo di testa del genio marsigliese al 14' dei supplementari e con esso ogni speranza transalpina. Quei sobbalzi, quegli istanti senza fine dei due portieroni azzurrobianconeri accompagnarono l’Italia sul tetto del mondo.

A volte basta un attimo, un gesto, un centimetro e il destino cambia, viene deviato proprio come si devia un pallone. O già quella deviazione di Tech era nel destino? Chiedere alle Moire, almeno per educazione, anche se molto indaffarate, una delle tre vi risponderà e vi darà una mano a comprendere… Fatemi sapere.

Roberto De Frede

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