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Il paradosso del calcio italiano: le grandi di A non hanno colpe se Palestra va al Chelsea. L'eccezione della Dea e il fallimento della middle class del nostro pallone: perché confondiamo ancora il crollo dell'Italia con quello della Serie A?TUTTOmercatoWEB
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Oggi alle 00:01Editoriale
di Marco Conterio

Il paradosso del calcio italiano: le grandi di A non hanno colpe se Palestra va al Chelsea. L'eccezione della Dea e il fallimento della middle class del nostro pallone: perché confondiamo ancora il crollo dell'Italia con quello della Serie A?

Solo un piccolo mondo antico come quello italiano può considerare la cessione di Marco Palestra al Chelsea una sconfitta per il nostro movimento. La Nazionale non potrà far altro che beneficiare del fatto che Riccardo Calafiori, Sandro Tonali, Gianluigi Donnarumma e Destiny Udogie giochino in Premier League. La gran confusione che in questi anni di disastri tra club e Italia abbiamo fatto, ha portato soprattutto un grande equivoco. Confondere la Nazionale Italiana con la Serie A. Quando i grandi vecchi da soli non bastano L'Atalanta continua a essere una straordinaria miniera d'oro, talvolta saccheggiata suo malgrado, vedi l'esempio Samuele Inacio, ma costantemente un riferimento per il mercato italiano e internazionale. Ha sempre saputo come reinvestire i suoi ricchi incassi, oltre cento milioni di fortuna già incassata al ritmo di "pagare moneta vedere talento" in questa estate. I Percassi e Giuntoli, per quel che sarà la Dea di Sarri, hanno le idee chiarissime. Il punto dunque non è l'eccezione che non conferma la regola, sul mercato e sul progetto la Dea è un esempio di cotante virtù da risultare poco italiana. Il problema è quando il nostro campionato riesce sì ad attirare vecchi senatori capaci ancora di brillare come Luka Modric, ma senza poi creare dei progetti capaci di autosostenersi. Prendiamo il croato e il disastroso Milan senza Champions dell'ultima annata come esempio principe: i rossoneri sono riusciti a sfruttare l'esperienza di Luka per crescere i nuovi acquisti e i giocatori già in rosa? Nominate un centrocampista, o almeno tre giocatori tout court, che nella rosa del Milan abbiano migliorato il proprio status dunque il proprio valore quindi il club nell'ultima annata. Prendere dei fari a questo dovrebbe servire: essere dei riferimenti in tutto, e dei trascinatori tecnici, ma mica possono fare tutto loro. Anzi. Dietro deve esserci una società forte capace di costruire attorno a loro un ecosistema buono per fare uno step avanti. Evviva gli italiani all'estero, evviva i grandi talenti in Italia Repetita iuvant. Qual è il problema se Palestra va al Chelsea? Se Calafiori va all'Arsenal? Siamo tra le Nazionali di maggior prestigio (passato) il maggior numero di calciatori che giocano nel campionato di provenienza. Il problema, allora, non sono i top club, nè i grandi giocatori italiani che emigrano. La Nazionale italiana ne beneficia, ottuso chi pensa il contrario. Ci sono semmai altri due esempi dei quali abbiamo già trattato in passato. Il primo è la capacità dei nostri club di reinvestirli, quei denari, e la crescita della Serie A dipende dal talento che vi sbarca, indipendentemente che sia argentino e si chiami Nico Paz o georgiano e di cognome faccia Kvaratskhelia o Dorgu o Bisseck per intenderci. Il campionato cresce con investimenti e talenti, con la capacità di far crescere i progetti e di aver anche il coraggio di rinunciare a chi hai come patrimonio in rosa. Il fallimento della borghesia del calcio italiana Il secondo riguarda, e qui è la nota più grave che nessuno o pochi sottolineano, ma ci riproviamo, è il poco coraggio dei club di media fascia coi giovani italiani. Quello si, che crea problemi al nostro movimento. Quella borghesia del pallone, da chi può solo sognare l'Europa a chi la salvezza potrebbe e dovrebbe raggiungerla con un viaggio sereno, ma finanche chi lotterà con le unghie per conquistarla. Che bisogno c'è dei Lamptey, degli Al Musrati, dei Durosimni, degli dei Ratkov, dei Brenner, dei Przyborek, dei Godfrey, dei Karlsson, degli Ngom, degli Hartlye, dei Bozhinov, e quanti ancora potremmo citarne. Le formazioni della nobiltà del calcio italiano si sorreggono sulla qualificazione o meno in Champions, sulla virtù degli investimenti fatti dovremmo poi fare un editoriale a parte, ma capiamo anche il poco coraggio (eufemismo) di queste nel credere nei ragazzi e nel provare investimenti sicuri (o quasi, visto che per un Estupinan che arriva ci sarebbe sempre un Bartesaghi pronto). Il punto è che chi potrebbe provarci davvero, spesso non lo fa, o solo a singhiozzo. Abbiamo degli straordinari talenti fino ai 20 anni, le Nazionali lo dimostrano. Poi per mille e più motivi, andiamo a disperderli o in panchina, o in un percorso di crescita che chissà perché i nostri sono obbligati a fare e quelli che arrivano da altre nazioni no. Meno quantità d'acquisti dall'estero e più coraggio nei nostri. Investiamo nei settori giovanili. Ecco come Serie A e Nazionale potranno tornare sullo stesso libro della pagina.