L'ultima danza della leggenda: l'orgoglio e il peso di essere CR7
Egocentrico, accentratore, leader. Anche in questo Mondiale si è visto il meglio e il peggio di Ronaldo. Martinez non è riuscito a gestirlo bene
Cristiano Ronaldo ha chiuso il suo capitolo mondiale tra le lacrime. A 41 anni, il portoghese ha giocato contro la Spagna l'ultima partita della sua carriera in una Coppa del Mondo, lasciando il campo con la consapevolezza di aver scritto una pagina irripetibile della storia del calcio e con la sensazione amara della sconfitta. Come spesso è accaduto durante tutta la sua carriera, attorno a lui convivono due immagini opposte: quella del campione assoluto e quella dell'uomo che, a volte, rischia di essere prigioniero del proprio personaggio.
Arroganza e senso di responsabilità
Ronaldo parla spesso di sé in terza persona, come fa Zlatan Ibrahimović. È diventato un tratto distintivo della sua comunicazione: CR7 non è soltanto un calciatore, ma un'idea, un marchio nato da anni di sacrifici, allenamenti ossessivi e una fame quasi fuori dal comune. Dietro quella sicurezza che molti hanno interpretato come arroganza c'è anche una storia profondamente umana: quella di un ragazzo che ha trasformato i propri limiti in una motivazione e che non si è mai tirato indietro davanti alle responsabilità. "Mi sveglierò con la coscienza tranquilla", ha detto dopo l'eliminazione del Portogallo. E forse è proprio questo il punto: Ronaldo non ha mai nascosto la propria ambizione, né il desiderio di essere protagonista. Ha sempre preteso di essere il giocatore decisivo, quello chiamato a risolvere le partite più importanti anche oggi. Una mentalità che lo ha reso uno dei più grandi della storia, ma che negli ultimi anni è diventata anche un peso soprattutto per la sua nazionale. Il Portogallo del talento e di una generazione straordinaria non è riuscito a trasformare il proprio potenziale in grandi successi nelle competizioni che contano. L'Europeo 2016 resta l'unico vero trionfo, arrivato però con Ronaldo fuori per infortunio. La Nations League, pur essendo un trofeo ufficiale, non può avere lo stesso valore di un Mondiale o di un Europeo. E il rimpianto rimane: una squadra così forte avrebbe potuto vincere molto di più. Il problema, ovviamente, non è stato mai il valore di Ronaldo, ma la gestione del suo ruolo negli ultimi anni. Perché il calcio resta uno sport collettivo: si corre in undici, si difende in undici, si soffre in undici.Una gestione che non ha convinto
Ronaldo resta capace di inventare una giocata dal nulla, soprattutto nelle partite da dentro o fuori. La sua mentalità da killer può ancora fare la differenza in determinati momenti. Ma contro squadre intense, organizzate e fisicamente superiori, ecco che diventa quasi un limite. La domanda allora è inevitabile: la gestione di Cristiano Ronaldo in nazionale è stata perfetta? No. Non lo è stata, esattamente come 4 anni fa. La scelta di affidarsi ancora a lui, anche quando il suo impatto sul gioco era diminuito, ha probabilmente tolto spazio ad altre soluzioni. Sarebbe ingiusto, però, ricordarlo soltanto per gli ultimi anni. Ronaldo è stato molto più dei suoi ultimi Mondiali. È stato un fenomeno che ha spostato l'asticella del professionismo, un atleta che ha trasformato il talento in disciplina, un giocatore che ha accettato di essere sempre al centro del giudizio. Forse il suo ultimo Mondiale racconta proprio questa paradosso: Cristiano Ronaldo è stato abbastanza grande da diventare eterno, ma anche abbastanza umano da avere difetti, fragilità e ossessioni. La più grande, quella del gol numero 1000, lo sta accompagnando fino alla fine. Una rincorsa al record che, forse, negli ultimi anni ha avuto un peso maggiore del risultato collettivo. Il calcio però non si misura soltanto dai numeri. E quando si chiuderà definitivamente il sipario sulla carriera di CR7, resterà la certezza di aver visto uno dei più grandi protagonisti della storia del gioco. Con tutti i suoi pregi e con tutte le sue contraddizioni.Articoli correlati
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