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Manzini racconta: "Sono un privilegiato, la Lazio è vita. Calleri, Lenzini e..."
Oggi alle 13:00In evidenza
di Andrea Castellano
per Lalaziosiamonoi.it

Manzini racconta: "Sono un privilegiato, la Lazio è vita. Calleri, Lenzini e..."

Ecco 'In My Life', il documentario realizzato dalla Lazio per lo storico Team Manager Maurizio Manzini. Si tratta di cinque puntate che usciranno ogni venerdì alle 16 sulla piattaforma ufficiale della società biancoceleste. La prima è chiamata 'Una famiglia, una Lazio!'. Di seguito tutte le sue parole.

“Maurizio Manzini è un privilegiato. Nasco in una famiglia del Veneto, siamo cresciuti tanto e ora siamo 350, che non è poco (ride, ndr.). Noi ci vediamo sempre o per eventi molto lieti o molto tristi. Credo che fra un po’ dovremmo chiedere il permesso alla questura, è una manifestazione (ride, ndr.). Sono un grande privilegiato, l’unico laziale in mezzo a tutti romanisti. Cos’è la Lazio? Per me è la vita. Credo che se un giorno mi dovessi tagliare, uscirebbe fuori sangue celeste. Non concepisco nient’altro come passione. Rispetto tutti, ma la Lazio è una cosa molto importante per me. Ho molto amato mio padre, avevo quasi una venerazione per lui. Non mi ha mai fatto mancare nulla e non l’ho mai dimenticato, mi dispiace avergli procurato un grande dolore (diventando laziale, ndr.). La Lazio non sapevo nemmeno cosa fosse, non la conoscevo come squadra, a casa mia c’era solo il giallorosso. Fino a che un giorno mio padre decise di portarmi allo stadio, in un Roma - Lazio. Ricordo che la Lazio perse 4-1. Si andava allo stadio tutti insieme, forse prima c’era più civiltà, senza violenza. Se vincevi, i romanisti andavano a casa moggi moggi e tu facevi festa. Se no il contrario. Per mio padre era stato un trionfo, mi prese in braccio tutto felice. Io dissi, e non so ancora perché, che mi piacevano quelli con la maglietta azzurra. Credo sia stato il più grande dolore che ho mai dato a mio padre. Da allora sono stato l’unico laziale della mia famiglia. Qualunque cosa che mi è passata in mente di fare, l’ho fatta. Non rimpiango niente che non ho fatto, tutto quello che mi interessava l’ho fatto. Fernando Vona? Mi trattava come un figlio, una pasta d’uomo, una persona veramente buona. Quando è morto, ho pianto. E non sono uno facile alle lacrime. Lui mi ha trattato sempre come un figlio”.

“La Lazio più che una squadra è sempre stata una famiglia, i rapporti sono così. E non lo dico per carineria: non riesco a ricordare uno o una con il quale non sono riuscito ad andare d’accordo. Il 19 luglio è una data che ogni laziale dovrebbe ricordare: se non succedeva il miracolo, come poi è successo, la Lazio avrebbe dovuto portare i libri in tribunale e sarebbe sparita. Poi ci fu qualcuno che intervenne, mai troppo compianto Giorgio Calleri, che era la mente, la saggezza, la famiglia, che ha salvato la Lazio. Ci sono stati tanti cantastorie, invece lui portò i soldi veri e ci ha salvato. Lui è stato fondamentale, senza di lui saremmo spariti. È stato il mio punto di riferimento, un saggio, un uomo rude a volte ma sempre con una grande bontà di fondo. Un giorno mi chiamò e mi disse che il Milan aveva istituito una nuova figura, quella del Team Manager, cioè un raccordo tra la società e il campo. Mi disse che voleva affidare a me questo incarico coprendo tutto a livello di benefit. Io non ci ho pensato un minuto: sono andato dall’amministratore delegato dell’epoca e ho presentato le mie dimissioni all’American Express. Poi mi chiamò la segretaria dicendomi che c’era il presidente di New York che mi voleva parlare. Io sono andato fino in America, alla Torre Gemella di sinistra. Lì il presidente mi dice: ‘Lo sai che noi stiamo per farti vice-presidente di Europa, Medio Oriente e Africa di tutti gli esercizi convenzionati? Tu vuoi rinunciare a tutto questo per un pallone? Ma che ti sei rincoglionito?’ (ride, ndr.). Io gli ho detto: ‘Sono molto onorato di questa opportunità, ma penso che se nella vita riesci a fare della tua passione la tua professione, allora non puoi chiedere niente di meglio’. Mi sono alzato, gli ho stretto la mano e sono andato via. E io a quella porta non ho mai più ribussato. Non sono mai arrivato al punto di pensare di andare via dalla Lazio, era impossibile per me. La Lazio rappresentava la mia vita, la mia passione, il mio orgoglio. Non potevo pensare una cosa del genere, anche nelle difficoltà”.

“Tor di Quinto? La prima volta, Tommaso Maestrelli al ritorno da una trasferta mi disse: ‘Manzini, a noi piace che lei stia con noi. Ma si ricordi, se un giorno per un qualsiasi motivo il nostro connubio dovesse sciogliersi, lei deve essere preparato. Quando uscirà da quel cancello, la gente non si ricorderà più nemmeno come si chiamava’. Ma non è mai successo”.

“Non è facile essere presidenti della Lazio. Prima la società viveva su tre quartieri di Roma Nord. Su questo, io non riesco a dimenticare Umberto Lenzini. Era un uomo di una ricchezza sconfinata: tutta Via Gregorio VII era di sua proprietà. Pochi giorni prima che morisse, gli era rimasta solo Villa Carpegna con niente dentro. Ma c’era un tifoso, Elio Vittorini, che fu uno dei pochi che non si dimenticò di quanto Lenzini aveva fatto tra cene e viaggi pagati, e gli portava la spesa tutti i giorni. Fino a quando se n’è andato. E mi ricordo che una cosa che mi colpì moltissimo fu un articolo di Mimmo De Grandis, un grande laziale, che in chiusura scrisse: ‘Quando arrivò il giorno in cui la morte bussò alla sua porta, lui gli aprì molto volentieri’. Anche lui purtroppo fu portato via da quel male maledetto, cercava sempre di mettere le cose in una maniera più dolce, meno brutta”.

“La prima volta da Team Manager? Contro il Milan. Me lo ricordo bene, c’era Silvano Ramaccioni, una persona stra-squisita che ha dedicato tutta la sua vita al Milan. Davvero un uomo per bene che in questo mondo è difficile incontrare. Ogni tanto mi capitava di incontrarlo e mi dava dei consigli, io li accettavo volentieri perché era un uomo di esperienza che lavorava in una grande squadra. Al tempo c’era Berlusconi, a cui riconosco la qualità di saper scegliere i suoi uomini. La credibilità della Lazio è cresciuta negli anni, in primis grazie a Giorgio Calleri. Poi ci sono stati tanti altri personaggi che hanno contribuito, come la segretaria Gabriella Grassi, un’istituzione. Una brava persona, onesta, con un carattere non facile ma con il sangue biancoceleste. Gianmarco Calleri? Aveva lasciato al fratello la gestione amministrativa della società, lui aveva il ruolo di presidente immagine. Era di una simpatia unica, un personaggio molto estroverso, amava la bella vita. Per me era molto gradevole. Una delle caratteristiche dei laziali è quella di avere riconoscenza per tutti coloro che hanno fatto il bene della Lazio. La qualificazione in Coppa Uefa? Era uno degli obiettivi di quegli anni, la Lazio cercava la sua dimensione. Mi ricordo una volta che Gascoigne era all’altezza della nostra area di rigore e la palla va in fallo laterale a nostro favore. Lui chiede la palla, la prende e dribbla tutti. Gascoigne parlava geordie, un dialetto di Newcastle durissimo. Io ero un appassionatissimo di Andy Capp, dove la scritta era proprio in geordie. Una delle mie più grandi soddisfazioni da Manager è stata quella di fare da traduttore fra due inglesi perché il geordie non lo capiva (ride, ndr.)”.

“Grazie a voi. Oltre all’onore che mi fate, che non merito, mi consentite di ripensare a tanti momenti belli, brutti, tristi, allegri che ho sempre vissuto con grande intensità, che solo un laziale può avere verso la squadra”.