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Lazio, Lotito usa Gattuso contro gli Stati Generali: ennesimo schiaffoTUTTOmercatoWEB
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Oggi alle 17:27Primo Piano
di Mauro Rossi
per Lalaziosiamonoi.it
fonte Alessandro Zappulla - Lalaziosiamonoi.it

Lazio, Lotito usa Gattuso contro gli Stati Generali: ennesimo schiaffo

Come si fa ad essere così refrattari ai problemi? Come si può predicare il dialogo e poi, alla prima occasione utile, razzolare esattamente nella direzione opposta? E soprattutto: come si può farlo così, alla luce del sole, quasi con la naturalezza di chi sembra aver smarrito perfino il dubbio che le proprie scelte possano ferire ancora di più un rapporto già distrutto? Il 2 luglio, appena otto giorni fa, trentamila anime hanno invaso le strade di Roma per gridare il proprio dissenso contro la Lazio di Claudio Lotito, contro una gestione percepita ormai da una parte enorme del suo popolo come fredda, distante, impermeabile al sentimento. Ai limiti, per molti, dell'antilazialità. Trentamila persone. Non trenta facinorosi, non trecento nostalgici, non una minoranza rumorosa da liquidare con una scrollata di spalle. Trentamila laziali. Famiglie, ragazzi, padri, figli, professionisti, volti noti e gente comune. Un fiume umano che avrebbe dovuto provocare almeno una domanda. Una riflessione. Magari persino il sospetto che qualcosa, in ventidue anni di presidenza, possa essere andato storto.

E invece restano solo le parole. Tante. Troppe. Prima la lettera fiume di Claudio Lotito affidata alle pagine de Il Messaggero. Poi quella di Emanuele Floridi, responsabile della comunicazione biancoceleste, pubblicata da Il Tempo. Fiumi d'inchiostro, buoni propositi, aperture, richiami al dialogo, alla comprensione, alla necessità di ricostruire. Parole. Parole ancora. Un lungo girotondo di concetti che oggi, al primo vero confronto con la realtà, rischia di apparire esattamente per quello che molti temevano: un esercizio vuoto, sconfessato alla prima occasione utile. Perché predicare il dialogo è semplice. Scriverlo su un giornale ancora di più. Il difficile viene quando bisogna praticarlo. Quando arriva il momento di scegliere se tendere una mano oppure alzare nuovamente il muro.
E la Lazio ha scelto.

La presentazione di Gennaro Gattuso è stata fissata nello stesso giorno degli Stati Generali della Lazialità, ad appena un'ora di distanza. Non una coincidenza. Non un incidente del calendario. Una scelta. Voluta. Deliberata. E proprio per questo ancora più difficile da comprendere nel momento forse più delicato della storia recente del rapporto tra la società e il suo popolo. Perché quando una frattura è diventata voragine, quando uno stadio si è svuotato, quando trentamila persone sono appena scese in strada e un'intera comunità chiede disperatamente di essere ascoltata, anche scegliere un giorno e un'ora diventa comunicazione. Diventa un messaggio. E quello recapitato oggi assomiglia terribilmente all'ennesimo guanto di sfida gettato ai piedi dei laziali. Uno smacco agli Stati Generali della Lazialità e, attraverso essi, a quella parte di mondo biancoceleste che sabato si riunirà per discutere, confrontarsi, interrogarsi sul presente e soprattutto sul futuro della Lazio.
La domanda allora è persino banale: perché? Davvero era necessario? Tra tutti i giorni, tutte le ore, tutte le possibilità, bisognava scegliere proprio quel momento? Otto giorni dopo una manifestazione da trentamila persone? Dopo aver scritto e fatto scrivere pagine intere sul dialogo e sulla necessità di ritrovare un punto di contatto? Sembra quasi di assistere a una gigantesca rappresentazione del predicare bene e razzolare male. Con una puntualità, bisogna riconoscerlo, quasi scientifica.

La frattura tra Lotito e una parte enorme del popolo laziale appare ormai difficilmente ricomponibile. Forse insanabile. Ma proprio per questo chi pretende di restare alla guida di un club contro tutto e tutti, al dispetto dei santi e possibilmente anche del calendario, ha un dovere ancora più grande: ascoltare. Tendere una mano. Provare almeno a capire. Non perché lo imponga una norma di diritto societario. Non perché l'articolo 21 della Costituzione obblighi un presidente ad assecondare i propri contestatori: l'articolo 21 tutela la libertà di manifestare il proprio pensiero e i tifosi hanno pieno diritto di esprimere civilmente il loro dissenso. Il punto è un altro. È morale. È culturale. È perfino aziendale. Chi paga un biglietto, chi acquista un abbonamento, chi compra una maglia è un cliente. Ma chi tifa non è soltanto un cliente. È molto di più. Investe denaro, certamente, ma soprattutto tempo, identità, ricordi, educazione sentimentale. Trasmette una passione ai figli. Costruisce una comunità. Tiene in vita il valore immateriale più grande che una società di calcio possieda: il proprio popolo.

Chi governa un'azienda dovrebbe avere un'ambizione elementare: trasformare i fischi in applausi. Non silenziare i fischi. Non ignorarli. Non aspettare che si stanchino. Capirne le ragioni e provare a cambiare il sentimento che li ha generati. Non è un obbligo giuridico. È un dovere morale verso la società che si rappresenta e, perché no, un principio persino banale di buona gestione. Perché un club senza il proprio popolo può avere un bilancio, una sede, un centro sportivo, undici giocatori e perfino un presidente. Ma rischia di perdere l'anima. E alla Lazio l'anima non appartiene a chi firma i contratti. Appartiene a chi da una vita porta quei colori addosso.

Otto giorni fa trentamila persone hanno gridato. Oggi sarebbe bastato un gesto. Piccolo. Semplice. Quasi banale. Sarebbe bastato persino guardare il calendario e scegliere diversamente. E invece rieccoci qui, ancora una volta, a domandarci come sia possibile essere tanto lontani da ciò che accade a pochi metri dal cancello di casa. Perché quando non vuoi sentire, anche trentamila voci possono sembrarti silenzio.
Ma il silenzio, questa volta, non c'è più.