Lazio | I conti non tornano: Il Tempo risponde con i fatti alle parole di Lotito
RASSEGNA STAMPA - Prosegue il percorso de Il Tempo all'interno del mondo Lazio. Il noto quotidiano, dopo le numerose iniziative per discutere della situazione biancoceleste, nella rubrica "I conti non tornano" cerca di analizzare e confutare le dichiarazioni rilasciate dal presidente Claudio Lotito durante la cena di Natale del 15 dicembre, mettendo a confronto le sue parole con i numeri. Di seguito l'analisi svolta nelle ultime due puntate dell'iniziativa.
L'OTTANTA PER CENTO ROVESCIATO - La previsione secondo cui l'80% delle squadre in difficoltà economica sarebbe rimasto bloccato sul mercato non si è verificata. Sette mesi dopo, le tre società inizialmente fuori parametro hanno risolto la situazione attraverso interventi della proprietà, con il Como che ha ricapitalizzato per circa 110 milioni. Oggi 19 club su 20 operano senza limitazioni: l'unica eccezione è la Lazio, che lo scorso 12 giugno ha comunicato di poter procedere con i tesseramenti solo nel rispetto dell'articolo 90 delle NOIF, ovvero la regola del saldo zero. Il nodo nasce dal mancato rispetto del parametro dello 0,7 introdotto dalla FIGC per la sostenibilità economico-finanziaria. A giugno, per superare il blocco, alla Lazio sarebbero serviti circa 19,5 milioni, ma la scadenza del 30 giugno è trascorsa senza un intervento della proprietà.
PROBLEMA RICAVI - Il problema principale resta però la crescita dei ricavi. Il valore della produzione della Lazio negli ultimi esercizi è rimasto sostanzialmente stabile: 164,7 milioni nel 2021, 135,2 nel 2022, 148,3 nel 2023, 193,2 nel 2024 e 143,5 nel 2025. L'unico vero salto è arrivato dalla qualificazione in Champions League, senza la quale il trend torna negativo. Con un costo del lavoro superiore ai 125 milioni, per rispettare il parametro servirebbero ricavi tra 180 e 185 milioni: un livello difficile da raggiungere senza una crescita strutturale. A pesare è anche la composizione degli introiti. Nel bilancio 2025 quasi due terzi del fatturato arrivano da diritti televisivi e concessioni (94,4 milioni), mentre il commerciale resta limitato: 18,5 milioni dalle sponsorizzazioni e appena 2,3 dal merchandising. La Lazio non dispone di un grande bacino commerciale paragonabile ai principali club italiani e la mancata qualificazione in Champions ha ridotto ulteriormente le possibilità di incremento.
RAPPORTO CON LA TIFOSERIA - La contestazione nei confronti della gestione Lotito è arrivata alla terza estate consecutiva, con il tifo organizzato che ha annunciato il boicottaggio di abbonamenti, biglietti, merchandising e piattaforme legate alla società. Una protesta che rischia di incidere anche sui ricavi: gli abbonamenti 2025-26 si sono fermati a circa 29.900 tessere e per la prossima stagione potrebbe aprirsi un ulteriore calo, con un impatto potenziale vicino ai 20 milioni.
POLYMARKET - La situazione dello sponsor principale aggiunge un'altra incognita. Il caso Polymarket, main sponsor dal valore complessivo vicino ai 22 milioni di dollari, è tornato sotto osservazione dopo l'inserimento del sito tra quelli inibiti dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Il contratto non è automaticamente decaduto, ma la permanenza del marchio sulla maglia resta da verificare alla luce della normativa italiana. Anche da questo passaggio dipenderanno le possibilità della Lazio di intervenire sul mercato e modificare un equilibrio economico oggi ancora bloccato.
ASP JENSEN - La vicenda Asp Jensen rappresenta uno degli esempi più chiari dei limiti attuali della Lazio sul mercato. Il club biancoceleste seguiva il centrocampista danese da settimane, aveva trovato un'intesa con il suo entourage, lo stesso di Isaksen e Provstgaard, e registrato il gradimento del giocatore. A bloccare l'operazione è stata però la formula: la Lazio poteva proporre soltanto un prestito con obbligo di riscatto differito da 5-6 milioni, mentre il Bayern Monaco voleva una cessione definitiva immediata. A chiudere l'affare è stato così il Deportivo La Coruña, che ha investito circa 7 milioni e ufficializzato l'acquisto il 13 luglio con un contratto fino al 2031. Il caso Asp Jensen fotografa il meccanismo che sta condizionando il mercato biancoceleste: il saldo zero impone operazioni più complesse e dilazionate, ma i tempi più lunghi aumentano il rischio di perdere obiettivi a favore di club in grado di garantire subito il pagamento. Anche quando il giocatore manifesta una preferenza per Roma.
UNICO CLUB CON LIMITAZIONI - Delle dichiarazioni del 15 dicembre, sette mesi più tardi, restano confermati soltanto alcuni elementi: l'assenza di mutui e bond e la possibilità per altri club di operare attraverso situazioni debitorie differenti. Il resto ha trovato una risposta nei fatti tra gennaio e luglio: la fiducia nella Commissione indipendente è stata ridimensionata dal controllo successivo; la teoria di una società senza necessità di capitale si è scontrata con i 19,5 milioni necessari per sbloccare il mercato e mai versati; la previsione di un'ampia difficoltà per i club si è ribaltata, con la Lazio rimasta l'unica squadra sottoposta a limitazioni.
DEBITO DA 550 MILIONI - Resta poi il tema dei 550 milioni di debito indicati da anni sul sito ufficiale della società come simbolo della situazione ereditata da Claudio Lotito. Una cifra ripetuta nel tempo che, però, non trova riscontro nel bilancio ufficiale della Lazio al 30 giugno 2004. Quel documento evidenziava debiti complessivi per circa 326 milioni lordi: 151 milioni verso l'Erario, 60 verso tesserati e procuratori, 27 verso club esteri, oltre alle altre posizioni finanziarie e commerciali. Dall'altra parte dello stato patrimoniale figuravano però circa 103 milioni di crediti, oltre 56 dei quali legati a cessioni di calciatori come Veron, Nedved, Nesta, Crespo, Stam e Stankovic, e altri 37 verso il gruppo Cirio. Il saldo netto era quindi nell'ordine dei 220 milioni, una cifra comunque rilevante ma distante dai 550 milioni citati. Una parte consistente dell'esposizione riguardava il debito fiscale, oltre 140 milioni per ritenute non versate, poi regolato attraverso la transazione tributaria del 2005 e rateizzato in 23 anni tra Irpef e Iva. A sostenere la società, prima ancora dell'arrivo della nuova proprietà, furono anche due ricapitalizzazioni: nell'estate 2003 vennero raccolti oltre 86 milioni di nuovo capitale, mentre nel 2004 un'altra operazione da 188 milioni fu completata con il contributo del nuovo azionista, che investì circa 21 milioni per rilevare la quota di controllo. Quel debito, però, non è la spiegazione del blocco attuale. La questione centrale resta la capacità della Lazio di aumentare i ricavi e rispettare i parametri economici richiesti, una condizione che oggi limita la programmazione del mercato.


