Nel segno di Armando
Livorno – Il personaggio che maggiormente lega il Livorno all’Internazionale, squadre che dopodomani si affronteranno a San Siro, è sicuramente Armando Picchi, uomo e campione, il “libero” per antonomasia, capitano della Grande Inter di Helenio Herrera ed Angelo Moratti.
Livornese, fratello minore di quel Leo Picchi che aveva fatto in tempo a debuttare in Serie A con il Livorno nella stagione 1948-49 prima del “grande oblio” amaranto, Armandino fu prelevato nel 1954 dal San Frediano, formazione dell’omonimo borgo in provincia di Pisa, dove era approdato dopo aver giocato anche nel Vada e nel Casciana Terme. Quando arrivò, o meglio tornò al Livorno, Picchi faceva la mezzala. Fu Mario Magnozzi, allenatore con un passato da grande calciatore, a spostarlo terzino. E in quel ruolo, con la maglia amaranto, giocò in Serie B e in C.
Alla fine del campionato 1958-59, vedendoci dentro, il presidente della Spal, Paolo Mazza, lo prelevò assieme a un altro pezzo di cuore, Costanzo Balleri, con cui andò a formare una formidabile coppia di terzini. E con la squadra ferrarese, allora in Serie A, si classificò quinto mettendosi in luce come uno dei difensori più promettenti d’Italia. Non era un novizio. Aveva già 24 anni. Ma al termine della stagione, avendo appena chiamato in panchina il bizzarro Herrera, l’Inter lo fece arrivare a Milano, dove il timido Armandino diventò il grande Picchi e Gianni Brera lo ribattezzò Penna Bianca per via di quel ciuffo brizzolato.
A contribuire in modo determinante alla fortuna di Picchi ci pensò Herrera, detto il Mago, intuito e capacità, oltre a un gran brutto carattere. Il tecnico argentino venuto dalla Spagna, dopo averlo impiegato da terzino destro, spostò il laterale al centro della difesa. Questa scelta tattica permise a Picchi di giocare in un ruolo insolito, per il calcio di allora, dando il mister a lui, e solo a lui, la libertà di impostare la fase difensiva. Doveva fare il “libero”, anche se sarebbe meglio dire il “regista difensivo” dacché spesso Picchi usciva, testa alta e palla al piede, per comandare la difesa ed impostare il gioco.
In quella posizione, con la maglia neroazzurra dell’Inter, Picchi disputò oltre duecentocinquanta partite, vincendo tre scudetti e alzando al cielo due coppe dei campioni e due intercontinentali, a suggello di una supremazia che l’Inter mostrò di avere negli anni Sessanta.
Tuttavia, nonostante il successo ed i soldi, il grande impegno sportivo e le distrazioni metropolitane, Picchi non dimenticò mai le proprie origini e la propria città. In estate veniva spesso a Livorno, dove portava i suoi amici ed i compagni di squadra, da Luisito Suarez ad Aristide Garnieri, da Jair Da Costa a Sandro Mazzola, tanto per citarne qualcuno, con i quali si divertiva anche a giocare a “gabbione” sui terreni in cemento, e ingabbiati per non far andare la palla in mare, presenti ieri come oggi sugli stabilimenti balneari livornesi.
Nel 1964, a 29 anni, fece il suo esordio in Nazionale. E anche lì, in breve, divenne uno dei punti di forza della formazione azzurra. Ma Edmondo Fabbri, schierandosi dalla parte di Gianni Rivera in un conflitto sul difensivismo che vedeva il capitano del Milan opposto a quello dell’Inter, non lo convocò per i mondiali d’Inghilterra del 1966, dove poi l’Italia fu incredibilmente eliminata dalla Corea del Nord.
Subito dopo si appannarono i rapporti con Herrera. Il Mago addossò infatti a Penna Bianca la responsabilità della sconfitta subita dall’Inter nella finale dei coppa dei campioni ad opera del Celtic e, quando Picchi rispose per le rime, questi chiese a Moratti la cessione immediata del campione livornese, imponendo un aut aut. Fu così che, in vista del campionato 1967-68, ancora integro, Armandino sbarcò a Varese, dove si progettava una squadra importante, e dove trovò come tecnico un altro ex amaranto, Bruno Arcari, detto Arcari IV, che gli insegnò il mestiere di allenatore. Herrera, il suo pigmalione, fu in qualche modo anche il suo accantonatore, benché poi, a suo modo, tentò di rendere onore al guerriero.
Portando il Varese in alto, Picchi fu richiamato ad indossare la maglia azzurra della Nazionale italiana. Il nuovo commissario tecnico, Ferruccio Valcareggi, coadiuvato da Herrera, lo convocò per tutte le gare di qualificazione agli europei. Herrera, dunque, non si oppose al suo ex pupillo. E Picchi, probabilmente, avrebbe fatto molto bene ai campionati continentali in programma in Italia, e che l’Italia vinse, se in una di quelle gare, a Sofia contro la Bulgaria, non avesse subito un grave infortunio che lo costrinse a saltare il prestigioso appuntamento.
Se quell’infortunio rappresentò la fine della sua militanza in Nazionale, con cui collezionò in tutto una dozzina di presenze, esso non rappresentò, o almeno non subito, la fine dell’attività agonistica. Armandino o Penna Bianca che dir si voglia, ma noi preferiamo il primo dei due soprannomi, tornò infatti in campo con il Varese, dove presto assunse il ruolo di giocatore ed allenatore a causa dell’esonero di Arcari. Tuttavia la squadra, nonostante gli sforzi, non ripeté lo straordinario torneo dell’anno prima e alla fine, anche se per un solo punto, retrocesse in B.
Ritiratosi definitivamente, nel campionato 1969-70, subentrò in corsa ad Aldo Puccinelli alla guida del Livorno. Picchi prese gli amaranto in piena zona retrocessione e li portò a chiudere al nono posto dopo aver fatto sognare ai tifosi, per qualche settimana, una prodigiosa rimonta con tanto di inaspettata promozione in Serie A, che comunque, con quella squadra e quella società, era impossibile da raggiungere.
Con una brillante carriera da calciatore alle spalle e un radioso futuro da allenatore davanti, uomo nuovo di un calcio italiano rigenerato dal secondo posto ai mondiali del Messico dietro al potente Brasile di Pelé do Nascimento, nell’estate 1970 la Juventus lo chiamò a guidare una squadra che, sotto i suoi consigli, fu ridisegnata in profondità. E fu ridisegnata così bene, con acutezza ed equilibrio, che quella fu la base su cui venne edificata la Grande Juve che molto avrebbe vinto negli anni Settanta.
Purtroppo un male incurabile gli impedì di raccogliere i frutti del grande lavoro tecnico impostato con il club bianconero. Armando Picchi, nato a Livorno nel giugno del 1935 e vissuto a lungo a Milano, fu strappato all’affetto dei suoi cari, nella ridente città di Sanremo, una sera di maggio del 1971. Non aveva ancora 36 anni.
Lui stesso amava dire che, nel corso della sua carriera, due colori gli erano rimasti nel cuore più degli altri, l’amaranto del Livorno e il nerazzurro dell’Inter, il suo primo ed insopprimibile amore, quello che non si può scordare, e l’amore dell’età adulta e della consapevolezza. Ma erano entrambi due amori grandi. Tanto grandi e forti che una volta, al settimanale Sport, confidò di seguire sempre “l’Inter e il Livorno con affetto e apprensione”.
Sabato sera Inter e Livorno si troveranno di fronte a San Siro, in uno dei due stadi del suo cuore, perché l’altro è l’Ardenza, lo stadio sul mare a lui intitolato dal 1990, dove Armandino fu portato, nel suo ultimo viaggio terreno, prima di essere consegnato alla leggenda. Ed a San Siro, nonostante dagli anni di Picchi sia passato del tempo, Inter e Livorno dovranno onorare il calcio in suo nome. Ne hanno l’obbligo morale. Picchi è stato uno straordinario calciatore che, pur in modo diverso, ha fatto grandi e dato lustro ad entrambi questi club. E questi club, nella differenza delle loro realtà ed ambizioni, devono sempre ricordare e ringraziare il loro piccolo grande eroe, il simbolo di un football che purtroppo non c’è più.


