Il doppio ex. Lafuenti: "Partita tra due grandi squadre a cui sono rimasto legato"
Roma – Pur avendo disputato una sola stagione in maglia amaranto (correva l’anno 1999/2000), Silvio Lafuenti occupa un posto di riguardo nel cuore degli sportivi livornesi per aver contribuito in maniera determinante a far sì che il Livorno tornasse da Pisa con una vittoria: era il 26 settembre 1999 e, sul risultato di 2 a 1 per gli uomini di Carmignani, il “gatto rosso” riuscì a neutralizzare un tiro di Savoldi dal dischetto e ad evitare che i neroazzurri agguantassero il pareggio.
Prima e dopo la sua esperienza in amaranto, Lafuenti ha vestito la maglia dell’Alessandria e, per questo motivo, abbiamo deciso di intervistarlo a pochi giorni di distanza dal calcio d’inizio della partita di domenica tra piemontesi e toscani:
Buongiorno Silvio, cominciamo da te: chi è e che cosa fa oggi Silvio Lafuenti?
Faccio il lavoro più bello e più difficile, nel senso che sono padre di tre bambine meravigliose: la più grande ha sei anni e le altre due, gemelle tra loro, ne hanno soltanto tre. Oltre a ciò, lavoro in una mia palestra come personal trainer, curando al dettaglio le esigenze di ogni singolo mio cliente, e, per onorare la mia lunga (e onorata, ndr) carriera di calciatore professionista, insegno ai bambini piccoli a fare il portiere: tra di loro, c’è anche un promettentissimo ragazzo del 2004, che milita nell’A.S. Roma.
Come mai hai deciso di non proseguire la tua avventura nel mondo del calcio?
Per svolgere incarichi di un certo livello, proporzionati al fatto che sono stato professionista fino a 40 anni, avrei dovuto lasciare la mia città e, soprattutto, la mia famiglia: semplicemente, ho preferito non farlo e ritagliarmi un altro tipo di ruolo, comunque nel mondo dello sport e della cura della persona.
Svelaci un segreto: come mai per un ex portiere è così difficile diventare un allenatore di successo? Sono davvero pochi gli ex numeri uno che, in Italia o all’estero, si sono affermati come allenatori…
Ritengo che sia una causalità: è vero, si è portati a pensare che per un calciatore sempre nel vivo del gioco sia più semplice intraprendere la carriera di allenatore, ma alla fin fine conta la capacità di riuscire a svestire i panni del calciatore, di mettere al centro dell’attenzione la propria squadra e non se stesso e di tenere in pugno un gruppo di calciatori dal punto di vista morale. Tutte cose che mi sentirei perfettamente in grado di fare.
Domenica sera si ritroveranno di fronte due delle tue ex squadre, Alessandria e Livorno, per una partita che ha il sapore del big match già alla seconda giornata di campionato: quali sono le tue impressioni in merito?
Sono due ottime squadre, formate da buonissimi calciatori: è normale che, in avvio di campionato, i valori stentino ad emergere. Non mi chiedere un pronostico perché sono rimasto molto legato ad entrambe le piazze e ad entrambe le tifoserie: da un lato, le due stagioni in maglia grigia; da un altro, il rigore parato a Savoldi e la vittoria nel derby all’Arena Garibaldi. Farò il possibile per esserci.
Da ex calciatore, giocare una partita così importante in avvio di stagione può avere delle ripercussioni sul piano psicologico per il prosieguo del campionato?
Chi fa il calciatore a quei livelli non scende mai in campo, pensando a cosa potrebbe succedere se il risultato di una partita andasse in un certo modo o in un certo altro: è evidente che la vittoria di una delle due squadre sarebbe un carburante prezioso per il prosieguo del campionato, ma chi dovesse uscire sconfitto non vedrebbe certamente ridimensionarsi le proprie ambizioni.
Sulla panchina dell’Alessandria siede Piero Braglia, un uomo ed un allenatore che tu conosci molto bene per esser stato alle sue dipendenze per due anni a Chieti e per due anni a Catanzaro: è lui l’uomo in più dei piemontesi?
Beh, Pierino mi fa venire i brividi al solo sentirlo nominare perché per me è stato più un padre che un allenatore: sin dall’inizio, ha compreso la mia pazzia e, probabilmente, essendo pazzo come me (ride), è riuscito a capirmi meglio; insieme abbiamo vissuto quattro stagioni meravigliose e colto risultati importanti.
Puoi farci un ritratto di questo allenatore?
Carica motivazionale ed equilibrio tattico sono i due principali punti di forza di Piero Braglia come allenatore: il Mister è consapevole che sia la testa a comandare tutto il resto e pretende dai suoi giocatori che interpretino la prossima partita come la partita della vita; da questo punto di vista, fatte le dovute proporzioni, appartiene alla schiera dei Mourinho, dei Capello e degli Ancelotti. Dal punto di vista tattico, invece, è bravo ad offrire una buona proposta offensiva senza prestare il fianco all’avversario.
Chi punta alla promozione diretta in serie B (è il caso di Alessandria, Cremonese e Livorno) ha deciso di affidarsi ad uno “specialista” della Lega Pro: quanto può contare in questa categoria affidarsi ad un tecnico esperto e non ad uno di belle speranze?
A mio parere, avere in panchina un tecnico esperto può essere determinante ai fini della vittoria finale del campionato: soltanto una conoscenza approfondita degli elementi essenziali e basilari del gioco del calcio, unita ad una grossa esperienza, può impedirti di fare cilecca.
Sulla panchina del Livorno, invece, Igor Protti siede al fianco del tecnico Foscarini e veste i panni del club manager: come lo vedi in questo nuovo ruolo?
Molto bene, soprattutto se riuscirà ad entrare negli spogliatoi solo dopo aver definitivamente svestito i panni del giocatore: dal mio punto di vista, posso dire che Igor è stato un grandissimo calciatore e sono stato fortunato a giocare nella stessa sua squadra. La storia tra lui e il Livorno somiglia più ad una storia d’amore che ad una storia di calcio.
Secondo te, il Livorno sarà in grado di contendere fino alla fine il primato ad Alessandria e Cremonese oppure dovrà accontentarsi del terzo gradino del podio?
Accontentarsi mai perché non avrebbe senso: a Livorno sanno bene di non poter sbagliare e che il primato è un obiettivo alla loro portata.
Silvio, torniamo per un attimo a quel lontano 26 settembre 1999: tu pari un rigore a Savoldi e, di fatto, consegni al Livorno una vittoria all’Arena Garibaldi, che mancava da 20 anni esatti. Sarebbe potuto essere l’inizio di una lunga storia d’amore tra Lafuenti e il Livorno, ma non fu così: cosa lo impedì?
Niente di particolare. Sul finire dell’anno solare 1999, riportai una microfrattura ad una caviglia in seguito ad uno scontro di gioco con il compianto Rosario Aquino: esattamente come in altri momenti della mia carriera, fui molto testardo e decisi di giocare sopra l’infortunio, esponendomi anche a brutte figure. E così, prima scivolai fuori dall’undici titolare e, poi, la società decise di intervenire sul mercato, acquistando Ivan, peraltro un mio amico, che scrisse le pagine di storia del Livorno che tutti conosciamo.


