Bonucci e dintorni: sotto la maglia niente. Galliani grande ispiratore di Elliott. Rino Gattuso merita più rispetto
Luca Serafini
Noi probabilmente non faremo in tempo. Ci resta la disillusione, non abbiamo più modo per farci l'abitudine.
Noi che tenevamo per mano la ragazza, la guardavamo negli occhi e - quelli come me che non potevano fare colpo al primo sguardo - la riempivamo di parole, la facevamo ridere... Noi non abbiamo mai tenuto il telefonino accesso durante una cena romantica. Nemmeno dopo i 50 anni. Noi che abbiamo visto in serie A le magliette di lana larghe con le maniche lunghe, noi che sappiamo ancora a memoria le formazioni titolari di quegli Anni, facciamo fatica a capire (per romanticismo): la farsa sportiva del "capitano" Bonucci in soli 12 mesi, le nostalgie di Biglia, i pruriti di Donnarumma e probabilmente Suso, Reina che arriva e forse riparte, il ritorno di Leonardo (del quale, per inciso, sono un grande estimatore perché, come lui, nel 2010 ero già furibondo con Berlusconi e, come lui, modestamente lasciai sul tavolo il mio piccolo compenso a MilanChannel non condividendo più la linea editoriale così legata a vecchi proprietari che stavano bruciando la città). Abituatevi, gente, a tifare per le casacche, per i colori, per gli stemmi, perché sotto a quelle magliette di cuori non ne battono più. Uno dei primi grandi successi cinematografici di Carlo Vanzina fu: "Sotto il vestito niente". Raccontava il mondo della moda. Rispetto all'aridità del calcio, era avanti 40 anni.
Elliott ha gettato la maschera rivelandosi il vero proprietario del Milan e, come è normale che sia per chiunque investa in una qualsiasi azienda, fa piazza pulita per costruire il "suo" management. Ispirato in maniera lapalissiana da qualcuno che, prima di dimenticarsene e poi darsi alla politica, è stato uno dei migliori dirigenti della storia del club e del calcio italiano. Se davvero dietro a questo repulisti c'è la consulenza di Adriano Galliani, credo di vedere un tentativo di riscatto dopo i disastri del quinquennio 2012-2017. I ritorni di Leonardo, Umberto Gandini, Ariedo Braida, forse anche Vittorio Mentana (ce ne sarebbero molti altri) sono ritorni di brave persone, grandi professionisti, con un DNA rossonero. Voi che avete la mia età e non credete più alle bandiere, non fatevi accecare dal livore per Leo: dal 2009 sono stati in molti a lasciare la casa rossonera sbattendo la porta, illustri e meno illustri. Prima invece gli addii erano in pompa magna persino per meteore come Redondo e Rivaldo. Fatevi qualche domanda.
Rimango innocentista riguardo Massimiliano Mirabelli, al quale - come a Marco Fassone - ho sempre imputato quello scellerato proclama: "Champions". La campagna acquisti del 2017 con 240 milioni era volta a rifondare una rosa ridotta a un'armata Brancaleone. Bastava tenere un profilo basso e il lavoro sarebbe stato assai più apprezzato e valorizzato: "Abbiamo speso tanto, per 3 o 4 veterani e per una mezza dozzina di giovani promesse. L'obiettivo non sono né lo scudetto né la Champions, ma ricostruire una squadra competitiva ad altissimi livelli, Ci diamo un paio di stagioni per tornare in alto". Quella sicumera invece sono state le prime vangate di una fossa che si sono scavati da soli, ma probabilmente sarebbero stati allontanati in ogni caso. Tutto il resto, Uefa, sanzioni, mercato, sarebbe stato facilmente difendibile: il calcio di oggi bastona o assolve a seconda di scelte politiche o di ignoranza, come dimostrano il caso del Chievo, le allegre plusvalenze per decine di milioni su sbarbati senza 1' in serie A (ogni riferimento è puramente casuale), l'assurda vicenda di Calaiò e del Parma. Quanto alle scelte, la prima Juve del 2007 dopo la B e di Marotta sbagliò un acquisto dopo l'altro, allenatori compresi. Servono tempo e pazienza, ma se uno è bravo (come Marotta, che è molto, molto bravo) e ha alle spalle una società solida, prima o poi raccoglie i frutti.
Mi sono svegliato all'alba giovedì per vedere Manchester-Milan e ho avuto di nuovo un grande conforto dal campo: i rossoneri hanno fatto un'ottima figura, Gattuso sta lavorando con grande impegno e grande amore, meriterebbe più fiducia e più sostegno. Lui è stato il vero, unico, solido, trasparente punto di riferimento della stagione scorsa. Come ho detto, però, amare le bandiere non ha più cittadinanza. Lui stesso sa bene che la vita di un allenatore è sempre e comunque appesa a un filo, Conte o non Conte. Immagino l'amarezza che ha nel cuore in questi giorni, sommata alle delusioni nella scelta di club - in questi suoi primi anni di carriera - uno più precario dell'altro. Anche se è passato di moda, continuerò a volergli un bene dell'anima e so che non sarò da solo.
A tutti quelli che se ne sono andati o che se ne stanno andando, grazie. A chi arriva, buon lavoro e, per favore, riaccendete la nostra passione.


