Fragili e con poco carattere, già sfumati 3 obiettivi: manca la fame. Mercato: guardiamo in Italia. Il VAR è un alibi per tutti. Baresi-Beckenbauer, a che serve?
La tendenza a far rialzare i pugili suonati, a rimettere in gioco chi ormai ne è fuori, a riaprire questioni che sarebbero strachiuse nel forziere, è una debolezza cronica che il Milan di questa stagione non riesce a scrollarsi di dosso. Una fragilità attitudinale che riguarda purtroppo i più esperti e dotati, quelli che dovrebbero trasmettere il killer-instinct così come la reazione nei momenti di difficoltà. Invece i rossoneri dominano e vanno in vantaggio nei primi tempi con un ruolino da scudetto, dilapidano tutto in maniera sconcertante con il passare dei minuti. Sufficienza, leggerezza, totale assenza del senso di pericolo come un cucciolo che attraversa l'autostrada. Persino a Empoli è accaduto questo e solo per un caso i toscani non sono riusciti a riaprirla: due rimpalli in piena area e una bella parata di Maignan hanno evitato l'ennesima rimonta avversaria. Appena l'asticella di una partita si alza o si abbassa, il Milan fa fagotto.
A parte la mediocrità tecnica unita alla permalosità sesquipedale dell'arbitro Di Bello, mercoledì contro l'Atalanta subito dopo il vantaggio di Leao in un primo tempo di totale controllo, il solito burro mentale si è squagliato al calore di un'esultanza prolungata: nell'azione del pareggio immediato dei bergamaschi, la difesa è disposta ad alga - per dirla alla Scoglio - fluttuando anziché prendere posizione e leggere lo sviluppo dell'attacco avversario: 6 uomini contro 3 si fanno infilzare come tordi. Dopo il rigore inventato nella ripresa, non c'è ordine, non c'è testa, non c'è mestiere: mancano fuoco, rabbia, fame e tornano in mente i derby, il Napoli, il Lecce, l'Udinese, la Salernitana. Tutti pasti caldi finiti nell'immondizia con gli avanzi. Strano, visto che oltre al carattere, alla personalità, alla malizia, manca anche la fame. Bisogna accendere il fuoco.
Non sto a parlare di Pioli: l’esercito di tifosi che lo vuole out è armato e nutrito, è lapalissiano che meriti e colpe dei risultati di una squadra siano per lo più del tecnico. La risoluzione del problema infortuni e alcune scelte del dispositivo sono le accuse più gettonate, ma ancora devo trovare chi mi spiega perché il Milan sia da scudetto in fuga nei primi tempi, da retrocessione nei secondi. Mentalità, ferocia, determinazione, attenzione, concentrazione, si allenano? Forse sì, ma ho la personale sensazione che in certi casi non sia abbastanza nemmeno un Ibrahimovic come motivatore: il pulcino diventa gallo o diventa pollo. Non sempre c’entra l’allevatore.
Non so se sono romantico o semplicemente datato, ma credo che un'anima più italiana aiuterebbe a conoscere meglio la serie A, il nostro calcio tattico, il senso di appartenenza, oltre che agli usi e costumi di questo Paese: penso che l'Inter - tra le altre cose - abbia in questo marchio di fabbrica uno dei vantaggi sulle altre: Darmian, Acerbi, Di Marco, Frattesi, Barella, Bastoni molte cose non le hanno dovute apprendere. Quindi l'arrivo di Terracciano e l'interessamento per Buongiorno sono due idee che mi piacciono. Certo è che un terzo di gennaio è volato e - al di là dei passaporti degli acquisti - bisogna fare in fretta per sistemare una rosa falcidiata. Champions, Coppa Italia e presumibilmente scudetto sono già evaporati: restano l'Europa League, il derby e un posto sul podio per dare un senso ai prossimi 5 mesi.
Di Bello ha avuto il consueto complice nel consumare lo scempio di Coppa Italia: è il VAR. Non lo chiamano per l'inesistente fallo da rigore (Jimenez semmai il fallo lo subisce), non lo chiamano per il mani in area al 94'. Nel nostro Paese, il primo al mondo ad adottare il Video Assistant Referee, i casi eclatanti scoppiano ogni fine settimana, in ogni partita: si parla di protocolli, in realtà sono le regole a mancare. Non c'è omogeneità nelle chiamate, nei giudizi, nelle valutazioni, nell'evidenza come nel dubbio. Non credete all'ira di dirigenti e allenatori: anche loro contribuiscono in maniera pesante a questo andazzo, perché gli alibi fanno sempre comodo. Oggi a te domani a me. All'estero non esistono situazioni come quelle sui campi d'Italia, non esistono polemiche infuocate ogni settimana, non esistono incertezze nell'utilizzo e nelle chiamate: guardo più Premier League che Serie A, guardo gli highlights estesi della Bundesliga, molta Liga: da noi ogni rimessa laterale, ogni corner, ogni fallo è una bufera, quello degli altri sembra un altro sport. Salvo poi adeguarsi tutti quando si va in Europa. Quindi, arrabbiatevi tutti fin che volete, ma ricordatevi che è un sistema che sta bene a Federcalcio, Lega, tecnici e dirigenti. Solo ai tifosi fa venire il voltastomaco, o l'ulcera.
Muore una leggenda del calcio mondiale, Franz Beckenbauer, nascono confronti, paralleli e polemiche. E' stato il più grande difensore della storia? Del mondo? Era più forte di Baresi (o di Scirea, che nessuno ricorda più)? Chiaro che lo sport vive anche di questo, di paragoni e pagelle, ma insomma quando si parla di totem, di giganti, di icone così elevate, superbe, radiose, perché bisogna perdersi in crodini e caffè? In epoche diverse, in tempi differenti, i fuoriclasse lasciano un segno sulle pagine del libro delle favole calcistiche. Nelle favole, nessuno si interroga mai se fosse più bella Biancaneve o Cenerentola, se fosse più forte Superman o Batman: sono favole, appunto, e come tali affascinano grandi e piccoli, rimanendo immortali.


