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Salah, Vlahovic e gli altri: mai così tanti svincolati di lusso. C’è un motivo. La lezione di Baresi e Bergomi: un altro calcio è possibileTUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Ivan Cardia

Salah, Vlahovic e gli altri: mai così tanti svincolati di lusso. C’è un motivo. La lezione di Baresi e Bergomi: un altro calcio è possibile

Il parametro zero non è più zero, così anche campioni affermati rimangono senza contratto ad agosto, con la stagione ormai alle porte
Li chiamiamo svincolati ma, se non facessero i calciatori e non guadagnassero milioni di euro, il termine corretto sarebbe disoccupati. Non ci spingeremo a proporre la Naspi per Dusan Vlahovic o Mohamed Salah, due nomi eccellenti di una lista abbastanza incredibile, ma è singolare che al 5 agosto - con la nuova stagione nettamente più vicina rispetto a quella conclusa - l’elenco dei calciatori che potrebbero arrivare a zero sia così ricco, almeno di nomi eclatanti. Oltre a Momo e Dusan, c’è gente come Leon Goretzka, Jadon Sancho, Yves Bissouma, Lorenzo Pellegrini, Dani Ceballos, Raphael Guerreiro e via dicendo. Ognuno ha la sua storia, per ognuno si possono trovare motivazioni specifiche, sicuramente il Mondiale ritarda i tempi del mercato e magari qualcuno si accaserà nel frattempo che leggerete questo editoriale. È difficile, però, non pensare che ci sia almeno una ragione un attimo più profonda, se ad agosto ormai iniziato si ritrova senza contratto chi - magari prossimo a fine corsa o reduce da una stagione non entusiasmante - non dovrebbe comunque avere difficoltà a trovarsi una squadra. Il punto è che lo “zero” di parametro zero non esiste più. Ha contribuito anche l’Europa, cioè la UEFA, che ha introdotto un limite del 70% nel rapporto tra costo della rosa e fatturato: in quei costi non c’è solo l’ingaggio del giocatore, che infatti è diventato una parte non proprio marginale, ma non più così rilevante, della questione. Quando qualche anno fa il Milan lasciava andare Gianluigi Donnarumma e Hakan Calhanoglu a zero, in molti hanno criticato il club rossonero. E, per carità, nello specifico sono stati due addii non proprio indolori, a livello tecnico. Però i tempi d’oro dei parametri zero sono lontani, perché nel frattempo i giocatori sono sempre più diventati multinazionali, carrozzoni che si portano dietro un sacco di spese accessorie. Il caso Vlahovic, sotto questo profilo, è emblematico. Magari Dusan spera che prima o poi la Juventus lo richiami, e per questo nicchia su altre soluzioni - quelle che si sono presentate finora non erano poi così brillanti -, ma di sicuro si porta dietro commissioni e costi aggiuntivi. Cresciuti sempre di più negli anni: nel 2025, i club italiani - per lo più quelli di Serie A - hanno versato nelle tasche degli agenti 299 milioni di euro. Dal 2020 a oggi, ai procuratori sono andati 1,3 miliardi. È una cifra altissima e, intendiamoci: gli agenti non sono in assoluto il male del calcio. Il loro moltiplicarsi, e la presenza di intermediari anche in molte trattative nelle quali proprio non si capisce perché serva un intermediario, ha fatto però crescere esponenzialmente soprattutto i costi dei cosiddetti parametri zero, che spesso, in ragione del loro status, alzano la posta a livello di ingaggio. Se poi allo stipendio aggiungiamo le commissioni, e alle commissioni aggiungiamo i vari bonus alla firma, ecco che il parametro zero è diventato in tutto e per tutto paragonabile a un calciatore acquistato sul mercato. Che, però, a parità di valore, mantiene generalmente un costo annuale più basso - perché chiede uno stipendio meno roboante - e, in ragione di questo ingaggio minore, diventa poi più facilmente rivendibile. Un gatto che si morde la coda, unito all’esistenza di mercati che “drogano”, almeno dal nostro punto di vista, i prezzi (Premier League e Arabia Saudita, ma pure la Turchia, dove dovrebbe finire a breve Salah), salvo poi rivelarsi potenziali prigioni dorate. Il risultato: disoccupati di lusso, contenti loro… C’erano tante sciarpe dell’Inter ai funerali di Franco Baresi. In un mare rossonero, come è giusto che fosse, nessuno ha avuto da ridire per quelle macchioline nerazzurre. Beppe Bergomi, che l’aveva sorretto da tedoforo a Milano Cortina, ha letto la prima lettura. In campo sono stati avversari per una vita, tranne che in Nazionale, ove avevano rinsaldato l’amicizia: erano i più giovani nel 1982, passavano tanto tempo insieme e hanno sempre continuato a farlo. Pur da bandiere di due club rivali, e del resto un altro Baresi, Beppe, è stato anche lui un simbolo dell’Inter. Storie personali e familiari che, però, ci possono servire da lezione: quello che c’era prima non è sempre meglio, la nostalgia del passato è un sentimento a cui è facile cedere, ma che spesso dimentica i passi in avanti fatti nel tempo. Però il calcio di prima era più civile, e per questo era più facile da amare. Negli anni - ciascuno scelga il suo punto di partenza -, il pallone si è abbrutito. Gonfiato dalle polemiche social, è diventato argomento di divisione: oggi i tifosi chiedono ai propri calciatori (che poi grazie al cielo non sempre lo fanno) di odiarsi, non di affrontarsi. Si gioca contro l’avversario, dimenticando che in realtà a calcio si gioca con l’avversario: non è una finezza grammaticale, è l’essenza nascosta dietro al fatto che, senza un avversario - e non un nemico -, non ci potrebbe essere lo sport più bello del mondo. Un po’ più brutto, o bruto, se tutto diventa dietrologia e si pensa solo a come odiare meglio.