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Serie A, Simonelli: “No a riduzione club per legge. Chiesta reintroduzione parziale del decreto crescita”TUTTOmercatoWEB
Oggi alle 11:07Serie A
di Ivan Cardia

Serie A, Simonelli: “No a riduzione club per legge. Chiesta reintroduzione parziale del decreto crescita”

Dalla mutualità per le serie inferiori al divieto di pubblicità delle scommesse: il numero uno della Serie A ha parlato a 360 gradi
Ezio Maria Simonelli, presidente della Lega Calcio Serie A, è stato ascoltato in audizione dalla VII Commissione (Cultura) del Senato, affrontando diversi temi: “Dobbiamo avere il coraggio di guardare anche ai conti del calcio. È un settore in cui gli azionisti hanno immesso nel sistema, negli ultimi anni, circa 5,3 miliardi di euro. Lo spettacolo continua grazie agli investimenti di privati, senza considerare che i costi già impegnati aumentano. Io paragono il calcio a un’industria pesante e strategica, molto indebitata: stiamo facendo il possibile, ma l’unica strada è aumentare i ricavi, non certo i costi. Serve grande senso di responsabilità da parte di tutti. Il calcio rappresenta l’1% del PIL italiano e porta allo Stato italiano 1,5 miliardi di euro in termini di gettito fiscale, che va poi a finanziare tutto lo sport italiano, compresi CONI e antidoping. È interesse di tutto il Paese che il calcio italiano sia in salute, perché così aumenterà sempre il suo contributo, già oggi significativo. Nei disegni di legge ci sono temi sensibili per la Serie A, ma introdotti in maniera inconciliabile. Non dimentichiamo che l’Italia è l’unico Paese, con la Spagna, dove la gestione dei diritti TV è determinata per legge. Oggi è previsto che la Serie A destini alla mutualità il 10% dei proventi: non abbiamo mai contestato questo, semmai gli incrementi della mutualità. In uno dei disegni di legge si ristabilisce il perimetro, introducendo anche i ricavi da diritti digitali e accessori: la percentuale rimarrebbe invariata, ma aumenterebbe la mutualità. Mi piacerebbe anzitutto capire cosa si intenda per diritti digitali, ma voglio che sia chiaro che non possiamo accettare un incremento della mutualità base: siamo invece disponibili a ragionare su una diversa struttura della mutualità. Il sistema ha perdite ripianate dai soci, oggi abbiamo la fortuna di avere diversi soci stranieri: possiamo anche ragionare, e tutti siamo convinti della necessità della mutualità verso le categorie inferiori. La Lega chiede da mesi anzitutto certezza sulla titolarità e l’utilizzo dei dati delle competizioni: è un tema che potrebbe essere affrontato senza costi, ma finora è stato ignorato. Qualcosa è stato fatto: c’è una norma che ha stabilito che la titolarità dei dati è dell’organizzatore della competizione, ma è surrettiziamente contestata da chi utilizza i nostri dati senza pagare. Una precisazione ulteriore, per chi li prende non illegalmente, ma senza pagarli, ci darebbe maggiore certezza e potremmo ragionare su una maggiore contribuzione verso le serie inferiori. La titolarità piena dei dati dovrebbe essere riconosciuta all’organizzatore della competizione, limitando la disponibilità del licenziatario alla durata e ai termini della licenza. Quanto all’impiego dei giovani, il discorso è più ampio: la Lega ha già introdotto in autonomia una misura volta a favorire l’impiego dei giovani italiani, con l’obbligo di giovani convocabili nella distinta Primavera in vigore già dal 2023/2024. Abbiamo anche previsto l’esclusione dall’indicatore del costo del lavoro allargato degli Under 23 italiani: è una norma che a regime porterà molti benefici. Però provvedimenti sul minutaggio hanno poco senso in Serie A: il mercato è globale e misurare il minutaggio in Serie A ha poco senso, quando molti calciatori ormai militano all’estero, e basta vedere le convocazioni di Mancini. È difficile parlarne in A, se poi molti dei migliori giocano in Premier League. Peraltro, una previsione di impiego minimo potrebbe essere in linea con le norme europee solo se frutto di accordi, altrimenti la norma rischia di essere anticostituzionale per conflitto con il diritto dell’Unione Europea. Arriviamo alla riforma dei campionati: alcuni disegni di legge in esame prevedono la riduzione dei club professionistici per legge, persino in 12 mesi. È la maggiore criticità rispetto all’autonomia dello sport e non tiene conto del sistema dei diritti TV: abbiamo già venduto i diritti TV con un certo format, fino al 2029. Qualsiasi riforma deve dare il tempo per applicarla: non neghiamo che sia necessario rivedere al ribasso il numero delle società professionistiche, ma la previsione di un obbligo per la FIGC di adottare una riforma dei campionati in termini prefissati è irrealizzabile e andrebbe a inficiare un processo che deve essere portato avanti dagli organi federali. La legge statale non può imporre una riforma che deve essere fatta in autonomia dalle componenti; è la stessa UEFA a non tollerare ingerenze: ricordo che abbiamo in ballo EURO 2032. Sul rapporto tra calcio e scommesse, la Lega ha più volte chiesto di superare il divieto generalizzato di pubblicità previsto dal decreto dignità. Gli altri Stati europei prevedono modelli solo parzialmente restrittivi: in Francia, Germania e Spagna sono previsti limiti di orario, analoghe misure in Inghilterra e Portogallo. Le nostre società sono penalizzate a livello europeo: va bene la tutela dei consumatori, anche dei minori, ma bisogna eliminare questa penalizzazione. Collegato a questo c’è il tema della destinazione dei proventi da scommesse sportive: la posizione della Lega è che una parte debba tornare a chi organizza la competizione su cui si scommette. La non pubblicità, peraltro, non lascia distinguere tra il gioco legale e quello illegale. Poi ci sono i temi legati alla pirateria audiovisiva, ci auguriamo che le sanzioni vengano applicate e non soltanto annunciate. C’è una legge molto ben fatta, bisogna fare il passo in più: farla applicare. Va bene dare il ricavato delle sanzioni ai vivai, anche se i danneggiati siamo noi, ma l’importante è applicarle. Quanto agli stadi, gli impianti dei club professionistici vanno considerati opere di interesse nazionale strategico. Negli ultimi 20 anni in Italia sono stati fatti 7 nuovi stadi, in Turchia 20. È l’unica maniera di aumentare i ricavi: oggi l’esempio migliore è l’Inter, che fattura 70-80 milioni l’anno. Una rivale europea come il Real Madrid fattura dallo stadio 300 milioni l’anno. È un gap che consente di portare più campioni e quindi più ricavi internazionali in Spagna: per crescere, dobbiamo portare in Italia le stelle. Abbiamo chiesto una reintroduzione almeno limitata, nel numero di 1-2 calciatori a club e per stipendi di alto valore, del decreto crescita, per chi aderirà alla compliance fiscale, cioè essere monitorati dal fisco come grandi imprese. Diverse società sono pronte ad accettare, ma a fronte di questo ci deve essere un beneficio che aiuti a tornare vincenti anche all’estero”.

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