Clemente di San Luca: “Si torni a disciplina dettata da Var e protocollo"
Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, nel suo consueto editoriale in esclusiva per i lettori di TuttoNapoli:
1. Poche e telegrafiche note sulla dolorosissima sconfitta con l’Inter. Anzitutto, va evidenziato il ruolo del tutto sottovalutato del kairos, componente decisiva nel pallone, come nella vita in genere (della quale il calcio è metafora efficacissima). Se in porta fosse finito il tiro a volo di Lucca, solo sfiorato da Zambo, invece che quello di Lautaro dopo una carambola pazzesca che gli ha fatto finire il pallone sui piedi a un metro dalla porta, si sarebbe raccontato di un Napoli fantastico che espugna il Meazza mettendo a tacere i critici. Proviamo quindi a ragionare – come sarebbe sempre necessario – a prescindere dal risultato. Il Napoli di Allegri, a poco a poco, sembra mostrare di giocare meglio di quello di Conte. Negli ultimi due anni, abbiamo vinto uno scudetto, assistiti da un incredibile kairos favorevole, e una Supercoppa. Dovendo, però, registrare la negazione per principio della ricerca della bellezza. Adesso, sia pur lentamente provando a giocare un po’ meglio, il fato si mostra avverso. Sul campo l’Inter campione non ha dimostrato di essere migliore di noi. Le due squadre si sono battute alla pari. I cambi possono essere discussi, sia nelle individualità scelte, sia nei principi seguiti. Ma, per entrambi i profili, sarebbe potuto accadere l’inverso del preventivato. Anziché mettersi a 5, si sarebbe potuto restare a 4: ma chi può dire con sicurezza che Thuram non avrebbe anticipato anche Rafa Marin (o Beukema, se al posto di Badia fosse stato scelto lui come terzo centrale)?
La verità è che scontiamo pesantemente i danni prodotti dai due anni di Conte (sul quale in pochissimi abbiamo avanzato critiche, mentre su Allegri s’è abbattuto un – per il vero, non incomprensibile – diluvio preventivo). Quali danni? 1) L’antropologia azzurra violentata alle radici, con effetti difficilmente reversibili, che non si smaltiranno facilmente (parte consistente del tifo partenopeo ha assunto la connotazione tipica di quello del nostro antipode, l’unica cosa che conta è la vittoria: ma allora cosa ci rende diversi da loro? qual è la nostra, tanto decantata, identità?). 2) Un gioco fatto di sola ossessione per l’avversario, senza alcuna ricerca di autonome trame offensive. 3) Una quota rilevante di giocatori ‘rotti’ o ‘spremuti’, che occorre rigenerare, se non del tutto ‘esauriti’. 4) Una situazione finanziaria disastrata, che ha inibito ogni iniziativa significativa nella campagna acquisti, perché s’è scelto – in modo apprezzabilmente virtuoso – di conformarsi alla disciplina del fair play. Diversamente da altre società (Juve e Roma in testa), che violano sistematicamente le regole, sfruttando l’inefficacia del sistema sanzionatorio. E la questione del rispetto delle regole ci riporta prepotentemente allo scempio cui abbiamo assistito nell’ultima giornata.
2. Tre episodi su tutti. La proditoria gomitata di Lautaro a Rafa Marin lasciata impunita. Il gol del Milan contro la Juve viziato da un evidente e indiscutibile fallo a inizio azione non rilevato. Un clamoroso rigore negato al Lecce nel finale a Cagliari. Il «nuovo corso» (così lo definiscono!) di Orsato viene celebrato a Radioanch’io sport – trasmissione del servizio pubblico, su RaiRadio1! (con Casarin, Capello e Cerruti intollerabili co-protagonisti dell’auspicio a violare le regole) – come ‘salvifico’, sebbene stia indirizzando il campionato verso una pericolosissima deriva che calpesta il principio di legalità, visto che si fonda su una dichiarata accettazione dell’illegittimità delle decisioni arbitrali. Il designatore non ha alcun potere di cambiare le regole (le uniche novità regolamentari introdotte dall’IFAB sono quelle relative al conteggio del tempo sulle rimesse e sull’uscita dal campo per un minuto nel caso di infortunio di un calciatore). Vieppiù attraverso uno strumento improprio, quello delle «raccomandazioni», il testo delle quali, guarda caso, non risulta pubblicato.
Si deve, pertanto, tornare ancora una volta sulla vigente disciplina dettata da Regolamento e Protocollo VAR. Sì, è vero, con qualche legittima libertà, ed un po’ di sana e indispensabile fantasia, una gara sportiva può considerarsi paragonabile – per allegoria (che è il «racconto di una azione che dev’essere interpretata diversamente dal suo significato apparente»), oppure per metafora (che consiste «in una parola, o tutt’al più in una frase, trasferita dal concetto a cui solitamente e propriamente si applica ad altro che abbia qualche somiglianza col primo») – ad un ‘processo’. Per il fatto che anche in questo c’è ‘competizione’ fra due parti davanti ad un giudice terzo. E perciò, seguendosi la suggestione, si può facilmente derivarne che l’arbitro sia assimilabile ad un giudice.
Non ogni competizione, tuttavia, si traduce in una ‘controversia’. Alla cui risoluzione, appunto, è vocato il processo. In una partita di calcio, attacco e difesa non compendiano le azioni delle parti in causa, essendo bensì funzionalizzati a stabilire quale squadra meriti di vincere la gara. Non diversamente – che so? – dalle gare di ballo, o dai certamen scolastici, aventi lo scopo di selezionare i talenti migliori. Si compete, ci si cimenta, con agonismo, per superare l’avversario (o se stessi, nelle gare volte ad ottenere un record). È per questo che la competizione sportiva abbisogna di regole (giuridiche) che la disciplinino. Perché, solo il rispetto di queste, permette che la vittoria e la sconfitta siano accettabili e, soprattutto, riconoscibili da tutti.
In una tale prospettiva definitoria – più attendibile e convincente di quella del processo – l’arbitro è qualificabile, non come giudice, bensì come funzionario di polizia amministrativa dell’ordinamento sportivo (non a caso viene correttamente denominato anche ‘direttore’ di gara), chiamato da questo ad assicurare che la gara si svolga nel rispetto delle regole. Una vocazione difficilmente controvertibile. Le decisioni che assume, pertanto, sono classificabili, più precisamente, come provvedimenti dell’autorità vigilante sulla regolarità del gioco, funzionali ad accertare e valutare comportamenti e atti non conformi alle norme (interventi fallosi) e conseguentemente irrogare le relative sanzioni (calci di punizione, calci di rigore, ammonizioni, espulsioni).
Secondo il dettato normativo del Protocollo, il VAR (assistente video dell’arbitro) ha un solo compito, che si traduce in un vero e proprio dovere giuridico: richiamare l’arbitro (nelle sole – oggi cinque – fattispecie codificate) a rivedere l’episodio in relazione al quale si dubita che questi abbia correttamente rilevato i fatti, affinché, all’esito della revisione, l’arbitro – e solo lui – possa stabilire di aver commesso un errore «chiaro ed evidente». Questo prescrive la disciplina in vigore. Affermare che spetti al VAR definire la sussistenza di un «chiaro ed evidente errore» – come usano fare AIA, commentatori e moltissimi addetti ai lavori – significa mistificare gravemente il disposto della legge, e cioè violare la legalità.
Quarto uomo, guardialinee e VAR sono organi ausiliari dell’arbitro/decisore amministrativo, chiamati a contribuire alla meno iniqua formazione della sua volontà, offrendogli elementi integrativi nell’accertamento dei fatti, la cui valutazione però spetta a lui in via esclusiva. È banale, e dunque superfluo, ribadire che ciascuno degli operatori in discussione può incorrere in errore. Il VAR a questo serve: non è «controllore dell’arbitro», ma mero strumento di autotutela, funzionale a circoscrivere gli errori al minimo tollerabile. Non aziona alcun «giudizio di revisione della decisione presa sul campo». Semplicemente consente che tale decisione sia il più possibile corretta.
Continuare a propugnare il «lasciar correre» ed auspicare l’inibizione dell’intervento del VAR significa istigare alla violazione della legalità. Chi lo fa va considerato come merita.


