PESCARA, ALTRO CHE VINCERE IL CAMPIONATO: PRIMA BISOGNA DIVENTARE UNA SQUADRA
Due partite dopo la domanda è cambiata: contro Ravenna e Atalanta U23 sono arrivati un punto, un gol e soprattutto ancora troppi interrogativi. Gli uomini ci sono. Adesso bisogna capire dove sia la squadra.
Il 2 settembre avevamo posto una domanda volutamente ambiziosa: “Questa squadra può davvero vincere il campionato?” Non era un titolo costruito sull'entusiasmo del mercato. Era la conseguenza di ciò che era successo. La società aveva completato la rosa. Erano arrivati Parigi, Nardin, Sardo, Fiorillo e Inglese. Il presidente aveva alzato l'asticella. E noi avevamo scritto una cosa molto semplice: il mercato può comprare qualità, esperienza e alternative. Non può comprare equilibrio, organizzazione e gioco. Quello è il lavoro dell'allenatore.
Dieci giorni dopo non rinneghiamo una virgola. Ma dobbiamo cambiare la domanda. Perché oggi chiedersi se il Pescara possa vincere il campionato sembra quasi prematuro. Prima ce n'è un'altra: quando cominceremo a vedere una squadra?
RAVENNA DOVEVA ESSERE LA RISPOSTA A FORLÌ
Dopo il 6-3 di Forlì serviva innanzitutto ricostruire. Contro il Ravenna almeno una risposta era arrivata: zero gol subiti. Nardin aveva dato buone indicazioni all'esordio, la difesa era apparsa più equilibrata e il Pescara non aveva più mostrato quella fragilità quasi inspiegabile vista in Romagna. Ma davanti era accaduto pochissimo.
Lo 0-0 aveva lasciato proprio questo interrogativo: una volta sistemata la difesa, come vuole attaccare il Pescara? D'Ausilio era stato uno dei pochi capaci di rompere la prevedibilità della manovra. Una settimana dopo, il problema non sembra risolto.
A CARAVAGGIO È SUCCESSO QUALCOSA DI PERSINO PIÙ PREOCCUPANTE
Contro l'Atalanta Under 23 il Pescara, almeno per una fase della partita, ha prodotto di più. Ha costruito occasioni. Ha colpito legni. È passato in vantaggio. Ed è proprio per questo che il 2-1 finale fa più male dello 0-0 col Ravenna. Perché stavolta non puoi dire semplicemente che non sei riuscito a sbloccarla. L'avevi sbloccata. Avevi la partita nelle mani. E non sei riuscito a tenerla.
Il problema quindi si allarga. Contro il Ravenna era mancata soprattutto la capacità di creare. Contro l'Atalanta è mancata la capacità di gestire. Sono due problemi differenti, ma conducono alla stessa parola: identità.
UNA SQUADRA FORTE SA COSA FARE QUANDO PASSA IN VANTAGGIO
È forse questo l'aspetto che dovrebbe preoccupare maggiormente Buscè. Una squadra non dimostra di avere un'identità soltanto quando attacca. La dimostra anche nei cinque minuti successivi a un gol. Hai segnato? Cosa fai? Continui ad aggredire perché senti l'avversario in difficoltà? Abbassi il ritmo e tieni il pallone? Stringi le linee e aspetti? Cerchi immediatamente il secondo?
Non esiste una risposta universalmente corretta. Esiste però una cosa che una squadra deve possedere: la consapevolezza di ciò che vuole fare. Il Pescara passa in vantaggio e dopo pochissimo viene raggiunto. Poi perde completamente l'inerzia. E quella che poteva diventare la partita della svolta si trasforma nella seconda sconfitta esterna consecutiva. Questo non è soltanto un problema tecnico. È un problema di maturità.
NON POSSIAMO CAMBIARE CENTRAVANTI OGNI SETTIMANA E PENSARE CHE SIA QUELLO IL PROBLEMA
Prima Russo. Poi Alberti. Adesso Parigi. Poi Inglese. Ferraris. E tra una settimana magari ci chiederemo nuovamente chi debba giocare. Ma forse stiamo guardando il problema dalla parte sbagliata.
Un centravanti può sbagliare. Parigi deve fare meglio. Inglese deve trovare la condizione. Ferraris deve incidere maggiormente. Tutto vero. Ma se continuiamo a discutere esclusivamente di chi mettere davanti, rischiamo di non discutere mai di come portargli il pallone davanti. Ed è molto più importante.
Perché il mercato ha finalmente dato a Buscè diverse caratteristiche offensive. Adesso bisogna costruire un sistema che le utilizzi. Altrimenti Parigi diventa scarso una domenica, Inglese quella successiva e Ferraris quella dopo ancora. E ricomincia il solito gioco al massacro.
IL PUNTO NON È IL 4-3-3
Lo avevamo già scritto dopo il Ravenna e vale ancora di più oggi. Il 4-3-3 non è un gioco. È una disposizione. Il gioco è ciò che succede dopo.
Come esci dalla pressione? Dove vuoi creare superiorità? Chi accompagna l'azione? Come occupi l'area? Quando il terzino sale, chi copre? Quando D'Ausilio viene dentro, chi prende l'ampiezza? Quando il centravanti viene incontro, chi attacca la profondità? Quando perdi palla, dove vuoi recuperarla?
Sono queste le cose che trasformano undici calciatori in una squadra. Ed è su queste cose che il Pescara deve crescere enormemente.
D'AUSILIO NON PUÒ ESSERE L'UNICO INTERRUTTORE
C'è poi una costante che attraversa queste prime giornate. Quando D'Ausilio accelera, il Pescara sembra improvvisamente diventare pericoloso. È certamente un merito del giocatore. Ma rischia di diventare un problema della squadra.
Perché l'imprevedibilità di un singolo dovrebbe essere il valore aggiunto di un sistema, non il sistema stesso. Se per creare qualcosa devi aspettare che un giocatore salti l'uomo, trovi una giocata o inventi una traiettoria, non hai costruito un meccanismo. Hai un bravo calciatore. E sono due cose molto diverse.
E ORA LE ASSENZE?
Ci sono. Sono tante. E sarebbe scorretto ignorarle. Buscè non ha ancora avuto l'intera rosa a disposizione e alcuni dei giocatori arrivati negli ultimi giorni di mercato hanno bisogno di tempo. Questo deve essere riconosciuto.
Ma attenzione. Le assenze possono spiegare perché giochi Nardin invece di un altro. Possono spiegare perché devi modificare un reparto. Possono spiegare perché un cambio arriva con un determinato giocatore. Non possono spiegare per sempre l'assenza di principi collettivi.
Perché un'identità non appartiene a undici titolari. Appartiene alla squadra. Se cambia completamente quando mancano due o tre uomini, probabilmente quell'identità non è ancora sufficientemente costruita.
NON C'È UN CASO BUSCÈ. MA ADESSO C'È UNA QUESTIONE BUSCÈ
Chiariamo anche questo. Chiedere oggi la testa dell'allenatore sarebbe ridicolo. Siamo a settembre. La squadra è stata completata da pochi giorni. Il campionato è lunghissimo. E il Pescara ha tutto il tempo per diventare ciò che la società spera.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare il concetto di “serve tempo” in una specie di lasciapassare infinito. Perché il tempo serve per perfezionare gli automatismi, conoscere i nuovi, migliorare la condizione e trovare le gerarchie. Ma l'idea dovrebbe cominciare a intravedersi.
Ed è qui che Buscè deve dare le prime risposte. Non in conferenza stampa. Sul campo.
IL MERCATO È ANCORA BUONO. È IL GIUDIZIO SULLA SQUADRA CHE DEVE ASPETTARE
Ed è importante non cadere nell'altro errore. Due risultati negativi non trasformano improvvisamente un buon giocatore in un acquisto sbagliato. Nardin rimane un prospetto interessante. Sardo rimane un centrocampista dalle caratteristiche importanti. Parigi rimane un attaccante che può segnare. Inglese rimane un lusso potenziale per questa categoria. Fiorillo porta esperienza e personalità.
Quindi il giudizio espresso alla chiusura del mercato non cambia necessariamente. Cambia il giudizio su ciò che, finora, è stato costruito con quel materiale. Ed è una differenza enorme.
FORSE AVEVAMO POSTO LA DOMANDA GIUSTA NEL MOMENTO SBAGLIATO
“Può vincere il campionato?” Forse sì. Non lo sappiamo ancora. Quattro giornate non possono stabilire chi vincerà una Serie C lunga una stagione. Ma oggi quella domanda deve aspettare.
Perché prima bisogna rispondere a qualcosa di molto più elementare: questo Pescara sa già cosa vuole essere?
Dopo la Vis Pesaro sembrava una squadra. A Forlì è diventata una montagna russa. Contro il Ravenna ha ritrovato equilibrio perdendo quasi completamente pericolosità. Contro l'Atalanta U23 è riuscita a creare e passare in vantaggio, ma non ha saputo governare la partita.
Sono fotografie differenti. Troppo differenti.
ADESSO NON SERVE VINCERE IL CAMPIONATO. SERVE COSTRUIRE IL PESCARA
Il titolo di dieci giorni fa diceva: “Adesso non ci sono più alibi.” Rimane valido. Forse oggi lo è ancora di più.
Ma non perché il Pescara debba obbligatoriamente vincere ogni domenica. Non perché dopo quattro giornate si debba già stare primi. E neppure perché Buscè debba avere già trovato la formazione perfetta.
Non ci sono più alibi perché adesso bisogna cominciare a vedere il lavoro. Un movimento. Un principio. Una pressione organizzata. Una costruzione riconoscibile. Una squadra che, quando passa in vantaggio, sappia esattamente cosa fare.
Poi potremo tornare a parlare di classifica. Di promozione. Di primo posto. Persino di vittoria del campionato.
Ma prima bisogna fare una cosa molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile:
diventare una squadra.
E dopo Ravenna e Atalanta U23, questa è diventata la vera sfida di Antonio Buscè.


