Neroverdi, ammainate le bandiere
"Abbiamo voltato pagina, iniziato un nuovo ciclo. Ai tifosi dico: legatevi alla società, non agli uomini. Amate il Pordenone non i giocatori che oggi vestono neroverde e domani chissà quale colore". E' stata questa la prima dichiarazione ufficiale di Mauro Lovisa al via della nuova stagione.
RAMARRI A VITA - Parole giuste. Ma fredde. Razionali. Come non sono e non saranno mai i tifosi. Quelli neroverdi in particolare. Altrimenti non sarebbero accorsi in duemila a sostenere la squadra nelle ultime gare della passata stagione. Non avrebbero applaudito e cantato dopo la disfatta (2-6) di Monza. Il tifoso prima di pensare ama. Provate a dire a un milanista di rinnegare Rivera, Baresi, Maldini, Marco Van Basten. A uno juventino di dimenticare Boniperti, Sivori, Del Piero. A un interista di stracciare le foto di Mazzola, Facchetti, Zanetti. A un pordenonese di cancellare dalla memoria Liut, Piva, Bernardis, Mantellato, Della Pietra, Canese, Flora, Da Pieve, Fedele, Rigo e i cento altri che per ristrettezza di spazio non possiamo listare. Fra questi c'è anche il presidente. Atrimenti non lo chiameremmo "re Mauro", appellativo conquistato sul campo 20 anni orsono. In quella lista, volenti o nolenti, figurano anche Fabio Rossitto, il Crociato, Federico Maracchi, el mulo, Denis Maccan, il capitano. Poi succede, come nelle storie d'amore in vacanza, che qualcuno ti pianti. Non per questo lo avrai "amato" di meno. Forse non sei stato capace di dimostrargli quanto. Ma c'è anche chi, per amore, resta ad aspettare un cenno, una chiamata. Di solito sono quelli che hanno dato di più chiedendo di meno. Magari hanno perso l'obiettivo, ma non hanno risparmiato nemmeno una goccia di sudore, un minuto di sofferenza per ottenerlo. I tifosi vedono, capiscono e non dimenticano. L'atteggiamento conta anche più del risultato.
NUOVO CICLO - L'impressione è che, indipendentemente da giudizi tecnici e morali, il recente passato doveva essere cancellato. Niente più condottieri dal fiero sguardo, ma diplomatici che, magari senza aver vinto nulla, sanno mantenersi a galla su parole spese al momento giusto con le persone giuste. Le parole spesso ammaliano più dei fatti. Entrambi hanno fatto la storia, ma Garibaldi ha più "tifosi" di Cavour.


