Serie A si o no? I dubbi dei club: perplessità sulla quarantena di squadra
La serie A riparte o no? Le perplessità dei club in merito alle nuove indicazioni fornite dal Comitato Tecnico Scientifico sono numerose.
Tra le obiezioni sollevate da alcuni club in merito alla ripresa, c'è anche la "quarantena di squadra" in caso di positività di un calciatore.
Scrive Gazzetta dello Sport: "Sulla quarantena obbligatoria di tutta la squadra per 14 giorni dopo la nuova positività di un giocatore non si transige, anche se un eventuale stop metterebbe a rischio la fine della stagione. Per l’Inail il Covid-19 è una malattia del lavoro e i calciatori corrono gli stessi rischi di operatori sanitari, forze dell’ordine e farmacisti. Ecco perché la sicurezza dei tesserati nel posto di lavoro è fondamentale: i club devono evitare i contagi, non si può fare altrimenti. Su questo tema i medici della Serie A sono d’accordo con il Cts".
Una questione sollevata anche dagli stessi calciatori, che non vedono di buon occhio la gestione in caso di un positivo
A tal proposito il giornale sportivo milanese sottolinea: "Se si vuole creare un gruppo squadra «puro», che dia cioè le massime garanzie di tenere lontano il virus (anche se il rischio zero è impossibile), l’unica via sarebbe il raduno permanente. Ma questa strada non è più percorribile: dopo i due mesi di lockdown non è pensabile chiudere la squadra per altri due mesi. Il ritiro durerà 15 giorni (fin troppi per i giocatori), a partire dal 18 maggio, poi si tornerà a casa e si farà una vita libera. E i rischi di contagio extra-squadra, ovviamente, cresceranno".
Si è parlato tanto di modello tedesco, ma si spiega perché non è possibile attuarlo in Italia: "C’è ancora chi richiama il «modello Bundesliga» sul tema della quarantena. In realtà seguire il modello di alcuni stati federali tedeschi, con il solo giocatore positivo isolato, da noi è impossibile: è vero che
la Bundesliga, che crede di poter contenere i nuovi contagi, così si dà più chance per la chiusura del campionato, però in Germania i giocatori non sono dipendenti dei club e non c’è responsabilità penale di medici e società, se non in casi di evidente gravità. Insomma, con leggi diverse servono soluzioni diverse".


