Ogni domenica come fossimo sempre a San Siro
Possibile che una squadra che negli ultimi due anni sia sempre riuscita a mettere in difficoltà i campioni d’Italia e d’Europa, sia protagonista anche di clamorosi blackout che potrebbero, quando sarà il momento di fare i conti, andare a penalizzare oltremodo il bilancio complessivo dell’ultima stagione e di quella corrente?
Generalmente ogni annata sportiva viene analizzata come un qualcosa di a sé stante ma paradossalmente, visti i cambi avvenuti nel corso dell’estate a livello dirigenziale e tecnico, mai come in questo 2010/2011 blucerchiato la stagione attuale non può essere scissa da quella precedente. Lo storico traguardo della qualificazione al playoff di Champions League non deve essere considerato un punto di arrivo ma un punto di partenza, nonostante tutti noi abbiamo dolorosamente negli occhi il mancato raggiungimento del primo e più prestigioso obiettivo stagionale. Punto di partenza vuol quindi dire che si deve cercare di migliorare e, nonostante l’eliminazione dalla Champions League, questo non è impossibile.
Migliorare non vuol dire nemmeno ripetere o fare addirittura più del quarto posto dello scorso anno. Migliorarsi vuol dire arrivare a disputare tre competizioni senza permettersi di giocare qualche partita o spezzone di essa con sufficienza. Le partite si possono vincere o perdere ma non vanno buttate. Giocare con voglia, rabbia, determinazione, la domenica sera a San Siro con l’Inter è per certi versi più semplice che disputare un match di eguale intensità il giovedì a Kharkiv, ma migliorare vuol dire riuscire a giocare le due partite allo stesso modo, cercando di sfruttare sempre al massimo tutte le occasioni che ci si propongono.
Sinceramente mi sono piaciute poco le parole con le quali si è voluto ridurre la sconfitta maturata in superiorità numerica, quando l’incontro andava chiuso mettendo una bella ipoteca sulla qualificazione al turno successivo, ad una semplice mancanza di esperienza data dai tanti giovani presenti sul terreno di gioco. La squadra non è stata costruita apposta per giocare e ben figurare in tre competizioni? Se ci fossimo qualificati alla fase a gironi della Champions League avrebbero forse giocato sempre gli stessi 11? Il nostro mercato sarebbe stato sconvolto nell’ultima settimana che rimaneva a disposizione?
La squadra è valida e non dipende certo solo dalla poca esperienza internazionale di chi è sceso in campo a Kharkiv se la partita è stata persa. Questa è solo un’attenuante, anche perché altri incontri, in cui in campo c’erano giocatori “maturi”, sono finiti più o meno allo stesso modo. Nascondersi dietro ad un dito non serve a nessuno, non si fa il bene della Sampdoria. Gli impegni sono tanti, a volte la condizione fisica non è stata e non potrà essere la migliore facendoci perdere qualche punto per strada (Cagliari e in casa con l’Udinese), fa parte del gioco, ma le occasioni quando si sta bene non vanno sciupate.
Analizzare la singola partita giocata in Ucraina per capire i nostri problemi è riduttivo, è tutta la stagione che soffriamo di cali di concentrazione e convinzione preoccupanti che in alcune situazioni si riflettono anche sul gioco – non gioco espresso. Questo è il problema più grosso, per cui dopo un po’ di esperimenti si scelga una linea tattica definitiva (ormai sembriamo orientati al 4-4-2 classico) e si lavori al massimo sulla preparazione di ogni singola partita come fossero tutte da giocarsi la domenica sera a San Siro. Altri errori rischierebbero di andare ad inficiare quanto di buono fatto e dimostrato lo scorso anno. La strada è lunga, ma, se intrapresa con la giusta voglia e convinzione, potrà regalare parecchie soddisfazioni.


