ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente: Paolo Poggi
Nel corso di questi viaggi sui 'treni del tempo', abbiamo sempre trovato ex giocatori o allenatori, mentre in questo caso, possiamo dire di aver colloquiato - più che intervistato - con un uomo dall'animo gentile: Paolo Poggi.
Nella sua carriera ha fatto una scelta in controtendenza: lasciando i soldi (tanti) e la notorietà della serie A, per tornare nella sua città, Venezia. Per qualche istante, con i suoni in sottofondo, ci è parso di passeggiare con lui, talmente era dolce e calma, la sua voce mentre rispondeva alle nostre domande.
Ha chiuso la sua carriera da dove aveva iniziato, in maglia arancioneroverde, decidendo di appendere le scarpe al chiodo tre anni fa. Non gli manca molto il calcio, crede che ci sia poca meritocrazia e non potrà mai dimenticare due maestri che gli hanno insegnato tanto: Alberto Zaccheroni (nella sua esperienza nell'Udinese) e Fabio Capello (nella Roma). Questo e tanto altro ancora, nell'intervista che Paolino Poggi ci ha concesso in esclusiva per la rubrica di TuttoLegaPro.com "Mi ritorni in mente".
Ciao Paolo, in questo momento cosa fai?
"Ho un Bed and Breakfast e inoltre gestisco una scuola calcio per bambini".
Andiamo subito con il pesante, la sua disponibilità ce lo permette.
Ti manca il calcio?
"No no, sembrerà strano ma è così. Lavorando con i bambini hai la testa troppo impegnata ad insegnar loro valori positivi per pensare ad altro. E' molto bello poter vederli sorridere quando giocano. Si torna indietro nel tempo e ti accorgi di quante cose sono cambiate nel mondo del calcio".
Quante, secondo te, sono cambiate?
"Eh molte (sorride amaro). Ogni volta che guardo una partita di calcio, anche a livello amatoriale o dei ragazzi un po più grandi, mi rendo conto della deriva pericolosa che ha preso questo sport. Molti giovani che si avvicinano al calcio, credono che tutto gli sia dovuto. Vedo sempre più lampante la mancanza della cultura del sacrificio. Gli esempi in tv li portano ad avere un immagine delle cose parecchio distorta".
I bambini hanno voglia di sacrificarsi?
"Adesso si, però più diventano grandi e più i loro modelli divengono riferimenti che li portano a vedere tutto ciò che gli gira intorno come se gli fosse quasi un ostacolo. Non dimentichiamo i genitori che credono sempre di avere un fenomeno dentro casa. Non vivono l'attività sportiva del figlio come un divertimento, ma come un modo quasi obbligato, di far soldi".
Rimaniamo per un attimo su questo tema: perchè non vogliono più far sacrifici i giovani?
"Perchè gli schiaffi che ti da la vita fanno male, allora si sceglie la strada più comoda, convinti che si possano schivare. Un allenatore non può dirti nulla che subito vedi la cosa come una questione personale, non vedendo il lato positivo della cosa".
Per te è stato diverso?
"Si, perchè a me non ha regalato niente nessuno. Ho preso "sberle" che mi hanno fatto capire fin da subito che senza il sudore e la fatica, non si va molto lontano. Ora sono fiero di quello che mi è successo, perchè quegli insegnamenti mi hanno consentito di giocare in club importanti, dove se non dimostravi, finivi in panchina".
Ci dai un aggettivo per definire la tua carriera
"La definirei completa. Mi è andata bene fin dagli albori. Dalla C alla B con il Venezia, con il Torino ho vinto una Coppa Italia (1992\93), lo scudetto nella Roma (2001), a Bari ho segnato in un derby contro il Lecce all'ultimo minuto. Con il Venezia ci salvammo sul campo nonostante la società fosse ormai fallita".
A Udine hai vissuto il tuo momento d'oro.
"In Friuli ho vissuto il momento migliore della mia carriera. Avevamo un allenatore come Zaccheroni che ci infondeva molta sicurezza ed era uno molto preparato. Ho trovato pochi allenatori preparati come lui, un vero maestro, capace di insegnare calcio con una semplicità alle volte irrisoria. Con Oliver (Bierhoff) e Marcio (Amoroso) formavamo un trio davvero pericoloso. Ne abbiamo fatte piangere di difese".
Rimanendo in Friuli, parlaci di Fabio Capello (nato a San Canzian D'Isonzo, in provincia di Gorizia) che hai avuto come allenatore a Roma.
"Era un vincente dentro e solo uno con la sua mentalità poteva riuscire nell'impresa di vincere uno scudetto nella capitale. Mi volle fortemente con lui".
Come mai giocasti poco nella tua esperienza giallorossa?
"C'erano sicuramente compagni che riuscivano a rendere meglio di me, senza dimenticare che avanti avevo fior di campioni come Montella e Batistuta. Non proprio gli ultimi arrivati".
Tornando al tuo rapporto con il Venezia. Qual'era il rapporto che ti unisce alla città?
"Stupendo, ma ancora oggi. Io sono veneziano e tifo per questi colori, non potrei fare diversamente. Così capitava che quando parlavo con i tifosi, si era sempre sulla stessa lunghezza d'onda, nonostante avessimo due ruoli completamente diversi. Io capivo le loro sofferenze, perchè erano anche le mie".
Le capivi talmente tanto che ad un certo punto hai fatto una scelta in controtendenza. Hai rinunciato ai soldi della A, per tornare nella tua città. Pentito?
"Assolutamente no! La rifarei altre centinaia di volte. I soldi sono importanti, inutile negarlo, ma la gioia di giocare con la maglia della mia città è unica. Quella casacca per me ha sempre rappresentato qualcosa in più di una squadra di calcio".
Cosa ti piace di questa città?
"L'essere calma, non aver fretta, sapere che essendo circondata dal mare ha un suo "metabolismo" molto particolare. Se devi fare un km in una città come tutte, sai che potrai metterci dieci minuti come mezz'ora se c'è traffico, mentre qui tutto cambia. Sali sul vaporetto e chiacchieri con qualcuno che nemmeno conosci. Una particolarità che questa città rende normale. Altrove una cosa simile sarebbe impossibile. Venezia non si può considerare una città come le altre".'
Cosa provavi a giocare al "Sant'Elena"?
"Era come giocare a casa. Vedevo le persone che conoscevo sugli spalti e un po mi faceva strano, però era una sensazione bellissima, perchè era come se una parte di loro fosse sul campo con me. Bellissimo! Non la scambierei mai con il "Bernabeu" o "San Siro". Nel cuore ci sono emozioni che si provano soltanto in determinati contesti e queste si provano solo in questo stadio, perchè in fin dei conti è parte di me".
I tifosi che ti vedono in giro cosa ti dicono?
Un sospiro accoglie questa domanda, poi di getto: "Di tornare, perchè sentono questi russi (l'attuale proprietà del Venezia è in mano a degli imprenditori russi) freddi e distanti dalla città".
Tu sei d'accordo con loro?
"Si, perchè vorrei vedere più gente di questa città in società. La dirigenza è sola, così fa molto male vedere un patrimonio come Venezia essere relegata in un campionato come quello di 2^ Divisione".
Più rabbia o più dispiacere?
"Sicuramente la seconda. Questa città merita palcoscenici migliori. I tifosi spesso mi fermano e mi dicono: ma torneremo mai in alto? Io sorrido e vorrei dir loro di si, ma non ci sono risposte certe, dipende tutto da tanti fattori".
Detieni attualmente il record di gol più veloce in Italia (con la maglia del Piacenza contro la Fiorentina al "Franchi", impiegò 8 secondi, il 2 dicembre 2001. Il precedente record apparteneva a Gianfranco Matteoli in un Inter-Cesena 1-0 del 27 novembre 1988, dopo 10 secondi dal fischio d'inizio).
"E' una bella soddisfazione, non so fino a quanto rimarrà imbattuto, ma finchè c'è me lo godo con piacere".
L'ultima domanda è un classico: se ti chiamano dal Venezia, cosa fai?
"Difficile rispondere. Il cuore non avrebbe dubbi, correrebbe subito. Sarei in difficoltà, perchè il club è ancora molto slegato dalla realtà cittadina".
Prossimo appuntamento con "Mi ritorni in mente" domenica 2 settembre.


