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ESCLUSIVA TLP - Pisa, Morrone festeggia le sue 500 partite: "I giovani italiani non hanno fame. Il mio appello per la piccola Giorgia..."TUTTOmercatoWEB
Stefano Morrone
© foto di Federico Gaetano
venerdì 14 novembre 2014, 23:55Interviste TC
di Daniele MOSCONI
per Tuttoc.com

ESCLUSIVA TLP - Pisa, Morrone festeggia le sue 500 partite: "I giovani italiani non hanno fame. Il mio appello per la piccola Giorgia..."

Il centrocampista del Pisa recentemente ha tagliato il traguardo delle cinquecento partite nei Pro.

E' nato per correre e arrivato a spegnere a fine ottobre le sue prime trentasei candeline, ancora non si è stancato e risulta essere spesso uno dei migliori in campo. Il classico esempio che i giovani dovrebbero guardare come esempio per poter raggiungere risultati diversi sui campi di gioco. Stefano Morrone - centrocampista del Pisa - nella gara giocata lo scorso 1 novembre contro il San Marino (1-0 il finale), ha ricevuto dal presidente Carlo Battini, una targa ricordo per aver tagliato il traguardo delle prime cinquecento partite nei Pro. Evento che si è realizzato a L'Aquila contro la compagine rossoblù, il 25 ottobre: il giorno prima del suo compleanno.

Con qualche giorno di ritardo anche TuttoLegaPro.com intende festeggiare - in questa intervista esclusiva - i tanti chilometri corsi sul manto erboso da questo centrocampista che ha fatto della corsa e dell'impegno i suoi mantra per arrivare a questa età ancora con la voglia di uno che ha iniziato ieri la sua carriera. 

Cinquecento partite, cinquecento volte Stefano Morrone.

"Sono tante, tantissime. Se torno indietro sono contento e orgoglioso del percorso fatto e dei tanti sacrifici fatti e allo stesso tempo delle tante soddisfazioni che mi ha regalato questo sport e nonostante questo, ancora oggi lo faccio con una passione enorme che va al di là di tutto".

Cinquecento partite fa' che calcio era?

"Sono cambiate tante cose, però credo che il calcio per quanto riguarda il rettangolo verde non è cambiato molto. Dal punto di vista tattico e dal come riusciamo a mettere in difficoltà l'avversario, in Italia siamo ancora avanti. Per quanto riguarda i giovani - se devo trovare qualcosa di diverso o se vogliamo chiamarle delle differenze - devo dire che sono cambiati i giovani e il loro approccio a questo sport. Noi eravamo più taciturni e ascoltavamo i consigli dei vecchi dello spogliatoio. Adesso ci sono troppe distrazioni e forse non si applicano come potrebbero e dovrebbero. Da questo punto di vista, non so se sia un bene o un male, per quanto mi riguarda, noi eravamo meglio".

Ci torneremo sull'argomento: dal "San Vito" di Cosenza alla scala del calcio italiano "San Siro". Sacrifici tanti

"Sai, quando si dice il coronamento di un sogno, di quello che hai sempre visto da bambino come qualcosa di irraggiungibile. La prima volta in A è stato un Empoli-Perugia (1 novembre 1998, 2-0 per i toscani, ndr) ed alla seconda giornata a "San Siro" contro l'Inter. Nel tunnel avevo vicino Djorkaeff, Ronaldo, Baggio, campioni enormi e là dici: cazzo, sono giocatore".

Hai avuto un po' di soggezione?

"No, quella no. Sono un tipo abbastanza passionale e in quegli attimi mi godo il momento e dico: ora tocca a te".

Quando eri ragazzino qualcuno ti ha detto: "Stefano, lascia perdere, il calcio non è per te".

"La mia è una storia particolare. Ho iniziato da piccolino nel Commenda, una piccola società cosentina. A 14 anni mi voleva la Reggina, però mio padre si oppose: resti a casa, tu devi studiare, quale Reggina. A quei tempi, parlo del 1992, la Reggina era l'orgoglio di un'intera regione. A distanza di anni si è rivelata una scelta azzeccata. Di seguito sono passato al settore giovanile del Cosenza, poi retrocesso (stagione 1996/97, ndr). L'anno dopo venne Giuliano Sonzogni, che chiese alcuni giovani da inserire per fare numero. La mia costanza e la mia passione mi hanno aiutato a superare le prove che Sonzogni ci faceva fare. Ricordo che in ritiro - eravamo a Longarone - ogni mattina ci faceva fare dodici volte i mille. In pratica era una selezione naturale: alla fine siamo rimasti io e Vincenzo Riccio. Tornati a Cosenza, la società mi aveva venduto al Rende (altro club calabrese), che in quegli anni militava in D. Il mister si oppose e disse: il ragazzo resta con me. E da lì ho iniziato la mia avventura. Se non ci fosse stato Sonzogni, magari sarei finito a Rende e a quest'ora starei facendo un'altra vita e avrei lasciato il calcio da chissà quanto tempo. Devo molto al mister sotto questo aspetto".

Personaggio particolare Giuliano Sonzogni.

"Molto particolare. Per lui non esistevano l'età media o dove eri nato. Per lui chi era più bravo giocava. E tuttora penso che sia giusto così".

Come è cambiato Stefano Morrone cinquecento partite dopo?

"Devo essere sincero: è cambiato il percorso della mia vita. La passione dei diciotto anni ce l'ho ancora adesso. Questo è un mestiere meraviglioso ed è una grande fortuna. Alle volte mi arrabbio con i ragazzi perché non sanno cogliere l'occasione che hanno e sono distratti da tutt'altro, vedi la playstation".

Stai già pensando al dopo?

"Sì, come no?! Mi piacerebbe restare in questo mondo, però non credo di vedermi bene dietro una scrivania. Vorrei rimanere sul campo. E l'avventura di insegnare calcio ai bambini mi intriga parecchio. Voglio fare il mio percorso, fare una gavetta importante è giusto".

Sogni ancora la possibilità di chiudere la tua carriera a Cosenza?

"L'ultimo anno a Parma (2012/13, ndr) non ho giocato e ho preferito andare a Latina in B e mi sono tolto delle belle soddisfazioni. Quest'anno ho deciso di tornare in Lega Pro dopo vent'anni. Sinceramente mi sarei aspettato una chiamata, visto e considerato che ho sempre manifestato affetto e amore per la mia città: mi hanno chiamato in tanti, ma loro no. Pazienza, la vita va avanti. Chi vivrà vedrà".

Lo dai sempre uno sguardo al Cosenza e ai suoi risultati?

"Ma certo".

Non sta andando bene quest'anno.

"L'importante è mantenere la categoria. Il ritorno in D sarebbe un dramma".

Parlando del vostro girone, in molti hanno detto che è il più semplice, con le favorite, Ascoli e lo stesso Pisa, che faranno un campionato a sé.

"Non ho mai creduto alle vittorie scontate. Le partite si devono sempre giocare. E' facile dare come favorite Ascoli e Pisa, in particolar modo per le campagne acquisti che hanno fatto. Però, se andiamo a vedere, negli ultimi anni, nessuno in Lega Pro ha stravinto il campionato dall'inizio alla fine. E' dura vincere. Le stagioni si decidono negli ultimi due, tre mesi. E poi non è affatto un girone materasso: noi abbiamo affrontato tante squadre organizzate, nessuna regala niente. Tutti vogliono fare la partita della vita. C'è da sudare ogni volta".

La stessa Lucchese settimana scorsa ha adottato una tattica che vi ha messo in difficoltà. 

"Certo, ma in questi casi dobbiamo essere più bravi noi, cercando di stanarli".

Dopo l'esperienza di Latina, potevi scegliere una destinazione più tranquilla. Invece hai scelto una piazza che ha fame di calcio come Pisa. Il sogno, neanche tanto nascosto, è la B.

"Fa parte della mia indole di persona passionale: qualcosa per cui devo lottare ci dev'essere. La sfida di Pisa è affascinante. La città pretende, la stessa società è esigente: tutti aspettano questo grande salto e se dovessimo riuscirci, potremmo entrare alla storia del Pisa. Tutto questo ci dà ulteriore carica".

Torniamo all'argomento giovani che abbiamo trattato ad inizio intervista: tu ci parlavi di differenze. 

"Sì, come ti dicevo: eravamo più umili, avevamo più voglia, più fame e c'era più spirito di sacrificio. E questo attualmente non lo vedo in tutti. Non voglio fare di tutta l'erba un fascio, ma ci sono molti ragazzi che hanno il fuoco dentro, ma altri non lo dimostrano ed è possibile che non lo abbiano per niente".

In questi casi la responsabilità viene data in particolar modo agli stranieri che a detta di molti tolgono lo spazio alle nuove leve italiane.

"Mah! Non è vero. Se uno è bravo e ha voglia di sognare, io ci dormo nello spogliatoio. Se voglio crearmi un'indipendenza economica - fare il calciatore di un certo livello ti dà la possibilità di vivere una vita agiata - io non ci dormo la notte, faccio tutto quello che devo fare, non mi limito".

Siamo un popolo che ha bisogno di adagiarsi sulle disgrazie e le sfortune, cercando un nemico.

"Vero, ma come ti ho detto, lo straniero o chi per lui, è solo un alibi per non fare. Ti posso dire che ogni estate, tutti i giornali mi davano in panchina. E automaticamente a fine stagione riuscivo a fare tante presenze. E queste sono le soddisfazioni più belle".

So che sei molto impegnato nel sociale. E segui in particolar modo una bambina, Giorgia.

"Sì, è di Lecce. E' affetta da una malattia rara e da anni cerco di aiutarla, dando il mio contributo. Adesso la situazione è anche peggiorata, deve fare un trapianto, ha bisogno di fondi. Mia moglie è a stretto contatto con la sua famiglia. E voglio cogliere l'occasione di questa intervista per poter lanciare un appello ai miei colleghi".

Prego.

"Siamo persone fortunate e dovremmo ricordarci della fortuna che abbiamo. Ed è per questo che chiedo l'aiuto di tutti per aiutare Giorgia e tutte le bambine che, come lei, hanno avuto di meno dalla vita".

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