ESCLUSIVA TLP - Tuttocuoio, Falivena: "Avevo il dovere di tenere la barca pari. Ma la caccia alle streghe non è servita a niente, dovevamo sederci a un tavolo e parlare"
E' culminata con la retrocessione la sciagurata annata del Tuttocuoio, che tutt'ora prosegue con i suoi strascichi tra conferenze stampa, battibecchi sui social tra le parti e tifosi esasperati per dei teatrini assolutamente evitabili. Un progetto tecnico nella sostanza fallito, che aveva dato avvisaglie già nei mesi scorsi tra l'immobilismo e il mutismo generale: paradossalmente, a far più rumore era stato il silenzio di capitan Roberto Falivena, uomo prima ancora che giocatore. Il classico ragazzo che può far scuola per l'esempio di professionista che è sempre stato.
A circa due settimane dal patatrac, ecco le sue parole ai microfoni di TuttoLegaPro.com.
Una stagione disgraziata quella del Tuttocuoio, iniziata non bene e finita peggio, tra polemiche, magagne e risultati che non sono arrivati. E, soprattutto, nell’assordante silenzio di capitan Falivena: perché non hai mai parlato prima d’ora?
“Il silenzio non ha mai tradito nessuno. Io, probabilmente per il forte legame che ho per questi colori, ho preferito non espormi, i panni sporchi credo vadano lavati in casa, non era giusto rendere pubbliche determinate situazioni. Avevo il dovere di tenere la barca pari”.
Nel dettaglio, a cosa ti riferisci?
“Premetto che mi prendo le mie responsabilità, ma credo che un mea culpa generale sarebbe servito, almeno per dire che appunto le responsabilità, come accade da tutte le parti, vanno divise tra tutti: io posso solo dare la mia visione dei fatti, ognuno poi dirà la sua. Credo però che già ad agosto qualche avvisaglia c’era stata perché l’amalgama tra i nuovi volti e i vecchi non si era creata in modo forte, e qualche perplessità che questo binomio fosse vincente l’avevo avuta, poi si è arrivati allo sfilacciamento societario, e li sono iniziati i grossi problemi. Questioni societarie a parte, però, quello che più mi ha fatto male è che è venuta a mancare fiducia in alcune persone, me compresa, o almeno questo è quello che io ho percepito, e l’errore di ambo le parti è stato quello di non avere mai avuto un confronto, che probabilmente avrebbe anche ridimensionato quello che poi si è creato a gennaio: nel momento clou, sono mancati rinforzi di esperienza, e si è pensato piuttosto a cercare alibi a situazioni che con più lungimiranza potevano essere risolte”.
Pare di capire che i problemi non fossero effettivamente solo di natura tattica a fronte di una squadra molto giovane che avrebbe comunque necessitato di logici rinforzi di maggior peso in categoria…
“Sia dentro che fuori dal club c’è stata una caccia alle streghe su persone che neppure erano più legate alla società, mentre sarebbe stato opportuno sedersi tutti insieme e confrontarsi su cosa fosse da migliorare sotto il profilo tecnico ma anche umano”.
Anche perché screzi ce ne sono stati, è trapelata la notizia di una furibonda litigata tra Tempesti e Shekiladze a dicembre ma anche il fatto che alcuni elementi della squadra avessero chiesto la testa di mister Fiasconi che avrebbe poi preteso le logiche scuse sentendosi delegittimato.
“Io per primo sono stato accusato, magari per visioni diverse del calcio che ho con un dirigente, di non essere stato in grado di svolgere a pieno il ruolo di capitano, quando invece ho sempre parlato con la squadra, perché con i ragazzi era doveroso parlare mentre non lo era con l’esterno come già ho detto, per mediare a tante situazioni: tutti possono dimostrarlo e dire che è stato così. Anche nell’ultimo periodo, quando ero alle prese con l’infortunio e le seguenti cure, son sempre stati vicino alla squadra il massimo che potevo, e anzi, mi è dispiaciuto molto che all’ultima e decisiva partita agli infortunati e agli indisponibili non sia stata data l’opportunità di aggregarsi al gruppo per il ritiro, ma di avere un confronto con la squadra solo a fine partita, quando il cerchio si era ormai tristemente chiuso. Per il resto delle situazioni parleranno i diretti interessati”.
Accusa umanamente pesante: cosa ti ha spinto a restare per tutta la stagione al Tuttocuoio?
“Il forte legame verso quei colori, che da sei stagioni difendo. Andarsene sarebbe stato facile, ma io non ci stavo a passare per quello che abbandonava nelle difficoltà, un capitano non lo fa. Un capitano prova a salvare il salvabile, o al massimo affonda con tutti se le circostanze sono proprio più grandi di lui. Perché sia chiaro: nel calcio si perde e si vince tutti insieme”.
I valori del capitano tu li hai, la riconoscenza nel calcio usa meno. Cosa farà adesso Falivena?
“Con la retrocessione in Serie D il mio contratto, al di la degli ultimi sviluppi, era già invalidato. Per il momento non ci sono situazioni in ballo, vedremo quello che succederà di qui a breve”.


