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Diario da Rio - Il Brasile si affonda il coltello nelle ferite: vivere o morire

28.06.2019 14:47 di Tancredi Palmeri  Twitter:    articolo letto 9966 volte

Te lo dicono dal giorno 1 del corso di psicoterapia (o delle sedute) che per risolvere un tuo trauma, lo devi affrontare. E il Brasile sembra aver preso la terapia seriamente, anche troppo a dire il vero, di quelle cure drastiche che ti guariscono o ti fanno tirare le cuoia.
Prendete i Quarti di Finale con il Paraguay: una partita sulla carta senza storia, non solo perché il Paraguay era passato con la miseria di 2 punti, ma anche perché era senza dubbio la peggiore squadra sopravvissuta, sia sulla carta che per quanto visto in campo.
Ma ovvio, era prevedibile che la carta sarebbe stata straccia, come spesso accade in Copa America, e quasi sempre nella fase a eliminazione diretta. Perché il Brasile tornava a camminare nel suo buio inspiegabile degli ultimi anni: no, non ancora quello del grande dolore del Mineirazo (calma, adesso ci arriviamo…), ma nel buio che ti blocca inspiegabilmente e ti annichilisce allo stato natale.
Quel buio che dal niente lo paralizzò nel 2011 e nel 2015: Copa America, Quarti di Finale, Paraguay, due sconfitte ai rigori, inutile aggiungere che in entrambi i casi avesse una squadra nettamente superiore.
E questo Brasile se lo vuole bere tutto il suo bicchiere di rabbia e di traumi: fino in fondo, fin quando ce n’è, scarnificarsi l’infezione delle ferite con un machete e cicatrizzarle dopo a fuoco. O guarisci definitivamente, o ti ammazzi da solo.
E dunque non solo prende il Paraguay ai Quarti, no. Il Brasile gioca anche una partita a tratti presuntuosa, dimenticandosi quanto sia necessario mettersi a testa bassa, aumentare il ritmo, muoversi senza palla per divincolarsi dagli uno, due, cento paraguaiani che a ogni possesso sono sanguisughe amazzoniche che si attaccano al tuo calcio e lo devitalizzano.
Non una partita sporca nel senso di cattiveria. Ma una partita malata: 42 falli. Dicasi 42. Una agonia di 90 minuti, il panico che ti smorza il respiro. E il Brasile ci si fa inghiottire. Perché non solo finisce per giocare 40 minuti con un uomo in più, grazie ad altri 5 minuti psicodrammatici dove il Var toglie giustamente un rigore per pochi centimetri fuori area, ma altrettanto giustamente assegna una inaspettata espulsione a Balbuena.
Eppure così la Canarinha torna a produrre calcio grazie alla fascia sinistra improvvisamente scoperta dalla mancanza di raddoppio, vede riemergere dalle pressioni Everton Soares, di colpo aiutato dai cross di Alex Sandro arrivati dalla panchina. Willian prende anche un palo, stringe la morsa.
Ma niente. Se lo deve bere tutto questo bicchiere di traumi il Brasile. E allora non solo prende il Paraguay ai Quarti, ma ci rifinisce di nuovo ai rigori (senza passare dai supplementari, non previsti dal regolamento). E deve essere nel profondo, fino in fondo. Perché Alisson para il primo rigore a Gustavo Gomez, poi il Brasile li segna tutti e tre, e si arriva al quarto con Firmino che può chiudere in anticipo. E lo tira fuori a portiere battuto. Il classico errore da paura. E a quel punto il Brasile, che sarebbe comunque in parità, sente il panico nell’intestino. Perché dopo essere stato in vantaggio per l’intera serie, arriva all’ultimo rigore nella situazione di poter essere eliminato immediatamente e senza batterne un altro. Ma Derlis Gonzalez la tira a lato. Tocca a Gabriel Jesus, che pure aveva fallito il rigore all’ultimo proprio nella partita precedente con il Perù.
Ma questa è un’altra storia. Jesus fa il miracolo - piccolo, per carità. Il Brasile affronta, si avvolge, affonda e riemerge dal trauma con il Paraguay nei Quarti. E adesso continua il suo percorso doloroso. Ma perché doloroso, vi chiederete?? Beh sentite questa:

- la semifinale sarà giocata al Mineirao: sì, lo stesso teatro della semifinale contro la Germania;

- potrebbe incontrare l’Argentina, contro la quale la sconfitta a Italia90 fu la colonna sonora nella testa e nell’anima dei brasiliani all’ultima manifestazione in casa, quel “Brasil, decidme que se siente” che trovò effettivamente compimento nell’Argentina che va avanti in finale nel mondiale brasiliano;

- la finale è al Maracana. Aggiungeteci un -azo alla fine, e avrete capito;

- e come se non bastasse, il calendario mantiene intatta la possibilità che in quella finale possa arrivare proprio l’Uruguay, proprio come nel 1950.

A proposito di traumi… Ma del resto il Brasile ha cominciato questa Copa America indossando la storica maglia bianca per commemorare il centenario della prima Copa America conquistata. Divisa indossata per 50 anni, e abbandonata dopo il Maracanazo.
Ve l’abbiamo detto: il Brasile ha scelto di guarire scendendo nel buio della sua anima, per affrontare le sue paure, una ad una.


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