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La Giovane Italia
Sudamerica

Diario da Rio - La strana festa del Brasile al Maracanà, è stato diverso...

08.07.2019 13:04 di Tancredi Palmeri  Twitter:    articolo letto 16635 volte

E’ passato un quarto d’ora dalla consegna della Copa America e dalle foto di rito sul prato della squadra campione. Il Maracanà è quasi vuoto, tranne il piccolo spicchio con la torcida più calda. Ancora presente invece c’è tutta la squadra brasiliana, è ancora in campo, a danzare intorno alla Copa. E’ la loro festa, più di tutti gli altri. E’ la dimostrazione, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno, che questo Brasile ha vinto contro tutti, anche contro sé stesso. Non è facile quando ti tocca rompere un digiuno di ben 12 anni, e qualora tu ci riesca verrà considerato non un traguardo ma un obbligo. La legge della Copa America si è ancora fatta rispettare: il Brasile vince il suo nono trofeo, rosicchiando un po’ di distanza da Uruguay e Argentina prime nell’albo d’oro rispettivamente con 15 e 14. Ma soprattutto vince la quinta Copa America su cinque organizzata in casa, a un passo dal riuscirci addirittura senza concedere gol. Il fatto che il Brasile dopo 5 anni per sbucare fuori dal tunnel in cui era entrato al Mineiraço abbia bisogno della miglior difesa, anzi, di una difesa addirittura imbattuta su azione, non è un caso: il commissario tecnico Tite, istrionico punto di riferimento del calcio brasiliano, aveva capito che bisognava recuperare le certezze, che bisognava guardarsi dietro per tornare ad andare avanti. I riferimenti periodici a Zagalo nelle sue parole non erano un caso. Per festeggiare il proprio calcio, ovvero per attaccare, il Brasile aveva bisogno di soffrire, ovvero difendere. Il 3-1 al Perù in dieci contro undici nell’ultima mezz’ora è in verità un romanzo epico, dove il Brasile è il mare verdeoro sugli spalti e in campo, che una piccola barca biancorossa prova a fendere per non viver come bruti, ma seguir virtute e canoscenza. Il Perù fa stringere il cuore, nel suo tentativo di sopraffare le onde, con il suo inizio furioso, la sua breve rimonta orgogliosa, e 20 minuti nel secondo tempo in cui attacca il suo destino e prova disperato a inseguirlo. Ma tornano le mareggiate verdeoro, di Gabriel Jesus imprendibile finché non si fa espellere, di Dani Alves impareggiabile nell’essere costante nelle due fasi, di Everton Soares, irraggiungibile nei suoi strappi in verticale. Tre volte il Brasile fa girare il Perù con tutte le sue acque, Ricardo Gareca è un comandante umile ma fiero che prova disperatamente fino all’ultimo, e poi è costretto a vedere il mare della Seleçao chiudersi sopra di lui e il suo equipaggio.
C’era un dolore dentro il cuore del Brasile calcistico. Che non potrà essere cancellato, ma doveva essere lasciato alle spalle. Dall’inferno si esce solo guardando in alto.
E quindi il Brasile è uscito a rivedere le stelle.


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