Il ciclone Italiano travolge Istanbul: dalle imprese di Spezia e Firenze alla conquista del Besiktas
C’era una volta il "muretto" di Spezia, dove un giovane allenatore nato in Germania ma cresciuto in Sicilia e di cognome Italiano plasmava un miracolo calcistico a base di pressing e coraggio.
Oggi c’è il boato del Beşiktaş Park, l'inferno bianco e nero che ha trovato il suo nuovo profeta. Vincenzo Italiano ha impiegato meno di due mesi a colonizzare calcisticamente la Turchia, esportando quella sua lucida follia tattica che in Italia avevamo imparato a conoscere bene.
L'impatto con i Kara Kartallar (le Aquile Nere) è stato un elettroshock culturale e tecnico: primo posto in Süper Lig, qualificazione in Europa League ipotecata con il 3-0 al Kauno Žalgiris [1.1] e una tifoseria già ai suoi piedi.
Chi lo conosce, però, sa che non c'è nulla di casuale, Italiano non è un estemporaneo; è un costruttore di cattedrali calcistiche.
Ovunque sia stato, ha sempre fatto bene, lasciando in dote plusvalenze, bel gioco e una striscia di imprese che ne certificano la grandezza.
La scalata: il capolavoro Spezia e la rivoluzione Viola
Il biglietto da visita di Italiano è la sua storia. A Spezia firma un capolavoro totale: prende la squadra in Serie B, la porta in paradiso e l'anno successivo conquista una salvezza in Serie A che i bookmakers davano per impossibile.
Lo fa giocando a viso aperto contro le big, senza mai speculare.
Chiamato a Firenze per ricostruire dalle macerie di stagioni anonime, trasforma la Fiorentina in una macchina da guerra.
In tre anni centra tre finali (due di Conference League e una di Coppa Italia) e riporta la Viola a respirare l'Europa stabilmente, Firenze, piazza esigente e storicamente umorale e critica, si innamora di quel 4-3-3 camaleontico, dove i terzini fanno i registi e gli esterni tagliano come lame.
Manca solo l'acuto del trofeo, è vero, ma il valore del suo lavoro rimane straordinario e sarebbe stao bello vedere la sua prima Fiorentina con al centro dell'attacco Vlahovic che ivece fu venduto alla Juventus a gennaio.
La consacrazione di Bologna prima del grande salto
Poi a Bologna la sfida più difficile: raccogliere l'eredità pesante di Thiago Motta e gestire la storica vetrina della Champions League, Italiano non solo ha retto la pressione, ma ha dato continuità al progetto rossoblù, dimostrando una maturità gestionale ormai da top coach.
L'uomo che ha riportato la Dotta a vincere
Il fischio finale dell’arbitro, la palla che si perde alta nel cielo di Roma, e poi il boato, trentamila anime rossoblù rimaste in apnea per novantacinque minuti che, all'improvviso, liberano un urlo trattenuto in gola per oltre mezzo secolo.
È il 14 maggio 2025: lo Stadio Olimpico si tinge di rosso e di blu, mentre il tabellone luminoso scandisce un risultato che rimarrà scolpito nella storia del calcio italiano: Bologna 1, Milan 0. Il Bologna ha vinto la Coppa Italia.
Per capire cosa abbia significato quella notte per la città delle Due Torri, bisogna fare un salto all'indietro nel tempo, superando le generazioni.
Bisogna tornare al 1974, l’anno dell'ultimo trionfo.
Per cinquantun anni, la passione a Bologna è stata un atto di fede tramandato di padre in figlio, fatto di ricordi sbiaditi, di vecchie foto di Giacomo Bulgarelli e di domeniche passate a sognare i fasti del passato fino a quella notte magica.
L'eroe che nessuno si aspettava, ma che tutti sognavano, è Dan Ndoye, suo è il destro chirurgico che trafigge la difesa rossonera e fa esplodere la curva bolognese.
Un gol che è un concentrato di rabbia, fame e bellezza, i tre ingredienti che Vincenzo Italiano ha instillato nell'anima di questa squadra fin dal suo arrivo.
Lungo la linea laterale, proprio Italiano vive la sua personale catarsi.
Per tre anni, a Firenze, aveva accarezzato il sogno di un trofeo, vedendoselo sfuggire di mano sul più bello in ben tre finali, ma il destino ha scelto Bologna per rendergli giustizia.
Al triplice fischio, l'allenatore non corre, non urla, si inginocchia, sopraffatto dall’emozione.
Le lacrime che rigano il suo volto sono un misto di liberazione e di memoria, con un pensiero commosso che vola subito a Joe Barone, il dirigente scomparso a Firenze con cui aveva condiviso l'inizio di quel viaggio.
Poco prima, Italiano era salito al Quirinale davanti al Presidente Mattarella; poche ore dopo, si ritrova sul tetto d'Italia.
Mentre i giocatori alzano la coppa sotto il cielo della capitale, a trecento chilometri di distanza, Bologna smette di respirare per un attimo, per poi esplodere in un carnevale di clacson, bandiere e cori, Piazza Maggiore si riempie in pochi minuti.
Attorno alla fontana del Nettuno si radunano nonni che piangono ricordando il Bologna "che tremare il mondo fa" e ragazzi che non hanno mai visto la loro squadra vincere nulla, uniti in un abbraccio che cancella decenni di delusioni, tifosi storici come Gianni Morandi e Cesare Cremonini si confondono tra la folla, cantando a squarciagola le canzoni di Lucio Dalla, la cui presenza sembra aleggiare nell'aria tiepida di quella notte di maggio.
Il Bologna non ha solo vinto un trofeo; ha spezzato una maledizione, ha dimostrato che si può programmare, che si può giocare un calcio moderno e coraggioso anche senza i fatturati delle multinazionali del pallone.
Quella Coppa Italia ha restituito a Bologna la sua nobiltà calcistica, trasformando il capoluogo emiliano nella capitale della gioia. Una notte eterna, in cui la città dotta e grassa si è scoperta, finalmente, anche vincente.
Una crescita costante che ha spinto i dirigenti del Besiktas a consegnargli le chiavi del club per spezzare il dominio di Galatasaray e del Fenerbahçe
Istanbul ai suoi piedi: il "tarantolato" e il fattore Vlahovic
In Turchia l'hanno ribattezzato il "tarantolato" per come vive la partita lungo la linea laterale.
Urla, gesticola, corre insieme ai suoi giocatori, un’energia contagiosa che ha conquistato un popolo che vive di passionalità.
"Un clima così non l’avevo mai vissuto", ha confessato lo stesso tecnico alla Gazzetta, stupito dal calore dei suoi nuovi tifosi, ma Italiano è soprattutto un catalizzatore di campioni, la società lo ha assecondato sul mercato con un colpo stellare: Dusan Vlahovic.
Il bomber serbo, che proprio con Italiano a Firenze aveva vissuto la sua migliore stagione realizzativa, ha scelto Istanbul per ritrovare il suo mentore.
Il boato del pubblico al suo debutto nell'ultima sfida europea è il manifesto del nuovo Besiktas: una squadra affamata, aggressiva e terribilmente italiana, Vincenzo Italiano è arrivato in Turchia per vincere.






