Omicidio Claris, la Corte d'Assise condanna De Simone a 18 anni
Diciotto anni e un mese di reclusione. È la pena inflitta dalla Corte d'Assise di Bergamo a Jacopo De Simone, riconosciuto responsabile dell'omicidio di Riccardo Claris, il ventiseienne tifoso dell'Atalanta ucciso con una coltellata nel maggio del 2025. Una sentenza che chiude il primo grado di un processo seguito con dolore da tutta la città.
LA SERATA AL REEF CAFÈ - Tutto era cominciato la sera del 4 maggio 2025 in un bar di via Borgo Santa Caterina, dove veniva trasmessa Inter-Verona. Secondo la ricostruzione dell'accusa, De Simone — che non frequentava ambienti ultras — intonò un coro dell'Inter in un locale abitualmente frequentato da sostenitori nerazzurri bergamaschi, innescando la reazione di alcuni presenti. Da quello screzio tra due gruppi di ragazzi nacque tutto il resto.
L'EPILOGO IN VIA DEI GHIRARDELLI - La lite proseguì all'esterno del locale e si spostò per alcune centinaia di metri, fino a via dei Ghirardelli, sotto l'abitazione dell'imputato. Una quindicina di persone, tra cui la vittima, avevano seguito De Simone, il fratello gemello e gli amici fin lì. Ed è in quel punto, sotto casa propria e ormai al riparo, che il ventenne sferrò il colpo che raggiunse Claris all'aorta.
LA POSIZIONE DELLA PM - Per la pubblica accusa non esiste alcuna provocazione capace di giustificare quel gesto. Il coro intonato nel bar viene letto come atto provocatorio, non come movente: secondo la pm Maria Esposito si trattò di un «semplice pretesto per dare sfogo a un impulso violento» – come riporta Il Giorno –. Nella requisitoria, il magistrato aveva chiesto una condanna a ventiquattro anni, sostenendo che fosse stato lo stesso imputato a generare una nuova situazione di pericolo, al punto che la madre, temendo la reazione del figlio, aveva provato senza riuscirci a mettere al sicuro i coltelli di casa prima di scendere a trattare con i rivali.
LA LEGITTIMA DIFESA RESPINTA - Sul fronte opposto, l'avvocato Luca Bosisio aveva chiesto l'assoluzione per legittima difesa. Una linea che l'accusa ha smontato anche nella sua forma putativa, facendo leva su due elementi: la vittima era disarmata e venne colpita alla schiena, mentre si stava voltando per allontanarsi dopo aver visto la lama. Da qui la richiesta di equivalenza tra le attenuanti generiche e l'aggravante dei futili motivi.
Sedici mesi dopo quella notte, arriva il primo verdetto. Resta il vuoto di una vita spezzata per una rivalità calcistica.
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