Mutti senza filtri: "Il calcio di oggi mi annoia, i giovani fanno le vittime. Atalanta? È casa mia"
Il calcio di oggi, rallentato nei ritmi e prigioniero delle futili logiche dei social network, non fa più per lui. Tra le amate colline bergamasche, cullato dalla cura dell'olio, dalle vigne e dalle lunghe pedalate in bicicletta con gli amici di sempre, Bortolo Mutti ha trovato la sua dimensione ideale, voltando definitivamente le spalle a un mondo che non lo rappresenta più. L'ex tecnico originario di Trescore Balneario, autentico baluardo di un pallone romantico e intriso di valori genuini che sembrano ormai svaniti, riavvolge il nastro di una carriera lunghissima, costellata di imprese epiche, intuizioni geniali e un legame indissolubile con i colori nerazzurri.
IL DISTACCO DALLA PANCHINA E I VALORI MANGIATI DAI SOCIAL - La rottura con l'universo calcistico è stata netta e irreversibile. L'ultima esperienza vissuta a Livorno ha lasciato scorie profonde, allontanandolo da un ecosistema ormai dominato da direttori sportivi improvvisati e da nuove generazioni di atleti che, sentendosi invincibili grazie alla cassa di risonanza del web, scavalcano il rispetto per i ruoli. L'allenatore gentiluomo, che in gioventù si è spaccato la schiena facendo il saldatore, il marmista e persino il postino, non tollera la moderna cultura dell'alibi: «Ai miei giocatori ho sempre insegnato che fare le vittime non serve a nulla», ricorda con fermezza. Neanche lo spettro dell'ingiusto coinvolgimento nello scandalo scommesse del 2012 ai tempi del Bari ha scalfito la sua integrità morale, uscendone totalmente a testa alta e consapevole della propria indiscutibile serietà.
LE RADICI OROBICHE E IL TABÙ BRESCIANO - Prima di accomodarsi in giacca e cravatta, la sua vita in scarpini ha vissuto snodi emotivamente molto complessi. Da bergamasco purosangue e tifoso sfegatato, capace da bambino di macinare venti chilometri in bicicletta pur di ammirare l'Atalanta, il triennio trascorso a difendere i colori del Brescia si rivelò una durissima prova ambientale, culminata con i saluti negati dai compaesani dopo una sua decisiva rete nel derby. Il destino, fortunatamente, gli ha restituito tutto con gli interessi nel 1981, regalandogli un ritorno trionfale a Bergamo e una cavalcata storica dalla Serie C alla massima categoria. L'Orobica, che oggi fa sognare i tifosi sotto le luci della New Balance Arena, resta il suo unico, vero rifugio dell'anima, l'essenza stessa dell'infanzia e di casa.
TALENTI IN GESTAZIONE E PRESIDENTI VULCANICI - Il passaggio dal campo alla panchina, nato quasi per caso come allenatore-giocatore a Palazzolo, lo ha portato a svezzare futuri fuoriclasse e a gestire vertici societari a dir poco pittoreschi. Al Leffe prima e al Verona poi, si è preso cura di un giovanissimo e scatenato Filippo Inzaghi, perdonandogli i peccatucci di gioventù e assecondandone le manie, essendo lui stesso un irriducibile maniaco della scaramanzia. Nella sua personalissima galleria dei ricordi spiccano i presidenti: dalle chiacchierate filosofiche con Leonardo Garilli a Piacenza, totalmente disinteressato alle questioni tattiche, fino alle conclamate follie di Maurizio Zamparini a Palermo, capace di chiamarlo alle cinque del mattino, ricevendo però in cambio risposte a muso duro che gli garantirono rispetto e salvezza. Proprio in terra siciliana seppe coccolare l'estro tormentato di Josip Ilicic, affidandolo alla fraterna tutela di Igor Budan per proteggerlo da quei delicati malesseri interiori che lo accompagnavano già all'epoca.
IL MIRACOLO MESSINA E IL TRENO GIALLOROSSO - – come riferisce La Gazzetta dello Sport – l'apice della realizzazione professionale porta indiscutibilmente il nome di Messina. Sbarcato in riva allo Stretto quasi controvoglia su saggio consiglio della moglie, Mutti trasformò una rosa disastrata in una macchina da guerra capace di conquistare la Serie A e piazzarsi a uno storico settimo posto nel 2005. «Eravamo paragonabili all'Atalanta odierna di Raffaele Palladino, battevamo Milan e Roma mettendo paura a tutte le grandi», rievoca con enorme trasporto, ricordando un gruppo leggendario trascinato dalle giocate di Arturo Di Napoli e Riccardo Zampagna. Un'impresa titanica che gli valse la corte serrata della Roma, un treno prestigioso cordialmente rifiutato per timore reverenziale e per troppo amore verso la piazza peloritana, lasciando così campo libero all'approdo di Luciano Spalletti nella Capitale.
Oggi, ammirando il tramonto sui propri vigneti, non c'è spazio per i rimpianti. Ha dato tutto se stesso a questo sport, divertendosi e lasciando un'impronta umana e professionale semplicemente indelebile.
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