Calvi, lo chef dell'Atalanta: "Così l’alimentazione accende la luce dell’Atalanta. Dublino la notte più bella della mia vita"
C'è un uomo che, da quattordici stagioni, accende i fornelli ogni mattina pensando alle prestazioni dei giocatori nerazzurri. Si chiama Gabriele Calvi, è bergamasco, tifoso dell'Atalanta da sempre e chef ufficiale della prima squadra: una figura silenziosa e fondamentale, capace di coniugare la passione per la cucina con la scienza della nutrizione sportiva. La sua storia racconta come anche dietro a ogni traguardo sul campo ci sia un lavoro certosino fatto di ingredienti scelti con cura, ricette studiate nel dettaglio e una filosofia precisa: il calciatore di alto livello si alimenta per rendere, non solo per mangiare.
PASSIONE, ORGOGLIO E PROFESSIONE - Tre parole che Calvi usa per riassumere il suo rapporto con il calcio: «Passione, orgoglio e professione». Un trittico che racconta bene cosa significhi gestire la cucina di un club professionistico, un mondo profondamente diverso dalla ristorazione tradizionale. «Fare il cuoco nel mondo dello sport è completamente diverso rispetto alla ristorazione classica», spiega lo chef. «In questi anni sono cresciuto tantissimo, scoprendo non solo il lato legato al gusto, ma soprattutto la parte tecnica della nutrizione». Il tempo trascorso a Zingonia ha trasformato un cuoco di talento in un professionista della performance alimentare, consapevole che ciò che si porta in tavola incide direttamente su ciò che accade in campo. «Il mio obiettivo con la squadra è far capire che una corretta alimentazione migliora la prestazione psicofisica, il benessere e l'energia quotidiana necessaria per affrontare le sfide sul campo». Un ruolo, il suo, vissuto con orgoglio immenso: «Mi trasmette un'energia incredibile», dice senza esitazione.
LA QUALITÀ COME PRIORITÀ - Per uno sportivo di alto livello — spiega Calvi — la scelta delle materie prime non è una questione di raffinatezza, ma di rendimento. Ecco perché la selezione degli ingredienti diventa parte integrante del lavoro quotidiano, al pari dell'allenamento fisico e tattico. Con il passare degli anni la proposta si è arricchita: «Abbiamo sviluppato nuove ricette, inserendo anche ingredienti e combinazioni particolari — come riferisce La Gazzetta dello Sport — per offrire ai giocatori una varietà sempre molto ampia». La varietà, in questo contesto, non è un vezzo estetico: è uno strumento per mantenere alto l'apporto nutritivo senza sacrificare il piacere del pasto, perché un atleta che mangia bene e con gusto recupera meglio e affronta ogni settimana con le riserve giuste.
LA MOKA, PORTAFORTUNA DI TRASFERTA - Ci sono abitudini che nascono per necessità e diventano riti. Per Calvi, l'oggetto immancabile in ogni valigia — nelle trasferte nazionali come in quelle europee — è la moka. «Mi accompagna da tantissimi anni ed è ormai un vero e proprio portafortuna», racconta. «Soprattutto quando siamo all'estero, il profumo del caffè italiano ci ricorda le nostre radici e ci fa sentire a casa». Un gesto piccolo, quasi domestico, che diventa un modo per tenere il gruppo ancorato alla propria identità anche quando le distanze si fanno chilometriche. L'Atalanta porta sempre Bergamo con sé, in campo e fuori: Calvi, con la sua moka, lo fa alla lettera.
DUBLINO, IL VERTICE DI UNA VITA - Quattordici anni ai fornelli di Zingonia significano stagioni vissute dentro e fuori dal campo, emozioni condivise con lo spogliatoio, vittorie e sconfitte metabolizzate insieme al gruppo. Ma una notte, tra tutte, occupa un posto speciale: quella di Dublino, quando l'Atalanta ha conquistato l'Europa League. «Posso dire di aver toccato il massimo della mia felicità sportiva», confessa lo chef. «Vincere l'Europa League con la squadra della mia città è stato un sogno diventato realtà, il coronamento di un viaggio indimenticabile». Parole che non appartengono al linguaggio di chi svolge un mestiere, ma a chi ha fatto del proprio lavoro una missione. Essere bergamasco, essere tifoso e, al tempo stesso, essere lo chef che ha nutrito quei campioni nella notte più importante della loro storia: pochi possono dire altrettanto.
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