Il Bari e quel silenzio che fa rumore
La retrocessione è arrivata come il punto finale di una stagione sbagliata. Dolorosa, confusa, piena di occasioni perse e di segnali ignorati. Ma mentre la città prova ancora a metabolizzare una ferita pesantissima, attorno al Bari c’è un altro elemento che inevitabilmente colpisce: il silenzio.
Un silenzio totale. Nessuna spiegazione, nessuna analisi, nessuna parola capace almeno di accompagnare la delusione di una piazza che si ritrova ancora una volta a fare i conti con amarezza e disillusione. Dopo una disfatta del genere, ci si sarebbe aspettati una presa di posizione forte, o quantomeno la volontà di assumersi pubblicamente delle responsabilità. Invece nulla.
Eppure non è neanche una sorpresa. Durante tutta la stagione la società ha scelto quasi sempre di restare nell’ombra, parlando poco e lasciando che fossero il campo, i risultati e il malcontento crescente a raccontare il momento del Bari. Una distanza percepita chiaramente dalla tifoseria, aumentata col passare dei mesi e diventata ancora più evidente proprio nel momento più delicato.
Perché ci sono situazioni in cui il silenzio pesa più delle parole. E questa è una di quelle. In una piazza passionale, ferita e profondamente legata alla propria squadra, l’assenza di una voce societaria finisce inevitabilmente per alimentare rabbia, interrogativi e senso di abbandono.
Non servivano proclami o promesse impossibili. Sarebbe bastato metterci la faccia. Provare a spiegare, chiedere scusa, assumersi responsabilità davanti a una città che ancora una volta si ritrova a raccogliere i cocci di un’altra stagione fallimentare. E invece, dopo il crollo, è arrivato ancora il silenzio. Un silenzio che oggi, forse più della retrocessione stessa, fa tremendamente rumore.






