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Micillo, "assolto" dopo 6 gol incassati
venerdì 28 marzo 2014, 12:01La storia siamo noi
di Redazione Tuttocesena.it
per Tuttocesena.it
fonte Fabio Benaglia per Il Bianconero

Micillo, "assolto" dopo 6 gol incassati

Il Bianconero, testata ufficiale del Cesena Calcio a cura del Coordinamento Clubs Cesena, è distribuito in occasione delle gare al Manuzzi dei bianconeri.

Giocatori novaresi a Cesena? Nella storia recente ne spiccano un paio, ovvero Davide Micillo e Fabio Cusaro. Concentriamoci sul portiere Davide Micillo, che arrivò nel 1995 dopo il favoloso biennio di Enzo Maurizio Biato: era il periodo in cui a Cesena arrivavano portieri rottamati e ne uscivano rigenerati dalla magnifica scuola di Maurizio Moscatelli, un tecnico totalmente incapace di farsi pubblicità fuori dal campo e quindi accantonato troppo in fretta. Dopo il rilancio di Biato, ora toccava a Micillo, che arrivò alla corte di Tardelli con un palmarès di retrocessioni che neanche Rutelli alle elezioni, eppure pian piano anche lui lievitò ben bene. In una difesa con una serie di contraddizioni (l'emergente Rivalta, il discontinuo Aloisi, il fumantino Tramezzani). Micillo veniva da tre campionati persi di fila (Ancona, Ravenna, Genoa), ma a Cesena fu comunque più che dignitoso, anzi: il boato di un suo rigore parato nel derby col Bologna rimase a lungo nelle orecchie del Manuzzi, apice di una stagione in cui riuscì a rilanciarsi fino all'approdo all'Atalanta. Fece eccezione il terribile 6-1 beccato a Verona, quando le fauci di De Vitis affondarono i denti su una difesa che sotto il diluvio del Bentegodi fece una ben magra figura. Fece male anche Micillo e nella concitazione della gara serale, il voto in pagella sul Corriere Romagna fu più o meno questo: “Micillo 4: come i gol che ha sulla coscienza, triturato senza ritegno dalle punte del Verona”. Quello di Micillo fu uno dei voti più bassi in un lebbrosario di insufficienze che tempestavano la pagina del giorno dopo, così la prima a visita post-Verona a Villa Silvia si rivelò tutt'altro che noiosa.
All'epoca, c'erano contatti diretti con i calciatori, con confronti “vis-a-vis” piuttosto formativi sui giudizi del giorno prima. Erano confronti che servivano eccome, visto che il più delle volte né lo spettatore, né il giornalista sanno in anticipo il compito affidato dall'allenatore al giocatore in campo, e riesaminare la partita a posteriori è un confronto che aiuta a tutti. Sta di fatto che in quel primo allenamento post-Verona, i voti del Corriere riuscirono in un'impresa: Micillo la prese sul ridere, Moscatelli no, lui era incavolato come un puma e me lo fece notare in modo robusto. Alzai la guardia e provai ad uscire dalle corde difendendo le mie ragioni, anche se rimaneva il tarlo di non avere ancora rivisto la partita in tv. Durante le schivate e le uscite dalle corde, dentro di me il dubbio montava: già fare arrabbiare Moscatelli era un caso che doveva suonarmi strano, in più quando Moscatelli parla di portieri, il più delle volte ha ragione lui. Tornai a casa col taccuino arricchito dalle banalità di Tardelli del giorno dopo, ma soprattutto con nelle orecchie le due parole-chiave che Moscatelli aveva ripetuto a tamburo (“riguarda bene”). Per fortuna la partita l'avevo registrata, mi affidai alla videocassetta di Tele +2 come alla corte di Cassazione e la corte mi inchiodò: Micillo aveva colpe al massimo su un gol, sotto quel micidiale diluvio, non aveva sbagliato partita solo Tardelli, l'avevo sbagliata anch'io. Il giorno dopo andai a costituirmi da Moscatelli nel suo negozio di abbigliamento in via Strinati: avrebbe potuto colpirmi in fronte con un paio degli anfibi usati che aveva in vetrina, si limitò a un benevolo: “Mi sono arrabbiato con te perché bisogna volere bene al proprio lavoro”. In fondo, basta solo questo per capire perché anche Micillo a Cesena riuscì a ricostruirsi una carriera.