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IL RESTO DEL CARLINO. Buratti, quarant'anni da sentinella dello stadio
domenica 11 settembre 2011, 10:35Rassegna stampa
di Giovanni Guiducci
per Tuttocesena.it
fonte Il Resto del Carlino

IL RESTO DEL CARLINO. Buratti, quarant'anni da sentinella dello stadio

Orienzo Buratti è un romagnolo verace, diretto, direttissimo. In testa ha ben stampati e archiviati lucidissimi momenti magici di una vita, passata allo stadio, di cui ha contribuito a fare un’istituzione nella vita di Cesena. Festeggia oggi novant’anni. Circondato dall’affetto dei suoi, in compagnia di qualche acciacco, soprattutto alle gambe che fanno le bizze.
Buratti buon compleanno, lei è stato una colonna del Cesena e dello stadio.
«Ho cominciato a collaborare allo stadio dal 1964, ho smesso nel 2005, 40 anni di corsa. Lavoravo nelle assicurazioni, ero amico di Dino Manuzzi che quando prese il Cesena mi chiese di dargli una mano a gestire lo stadio, il vestiario, le maschere».

Insomma un factotum.
«Sì, quando c’era un problema tutti venivano da Buratti. Eravamo una famiglia, facevamo tutto fra noi».

La domenica ma non solo. Par di capire che anche lo stadio avesse bisogno di cure.
«Quando cominciammo regnava una gran miseria, non esistevano le tute, le maglie erano nove, non c’era nulla. La ‘Fiorita’ era un campo di battaglia, cadevano le porte, i bagni non avevano il rivestimento. Un po’ alla volta diventò un gioiellino».

Come avete fatto?
«Tutti insieme; Delio Valentini, il babbo di Lele, ha avuto un ruolo fondamentale. Faceva parte del consiglio ed aveva un’impresa edile col deposito vicino allo stadio. Quando c’era bisogno di qualcosa, gesso, pali, ferro, rete, si andava da Delio e si prendeva. Mai pagato una lira».

Bei tempi, fu l’inizio del Cesena nel grande calcio, merito soprattutto di Dino Manuzzi.
«‘Manuzzin’ era geniale, ci ha ricordato come si faceva a stare al mondo, a tirare avanti. Ascoltava, poi faceva ciò che voleva».

Edmeo Lugaresi era molto diverso?
«‘Meo’ lo ricordo come un buono, persona meravigliosa e grande amico soprattutto quando avevi bisogno per i casi della vita. Dava consigli spassionati a tutti».

E il figlio Giorgio?
«Diverso dal padre come carattere ma è stato bravo anche lui, ha guidato il Cesena in un momento difficile ed ha fatto un buon lavoro».

Proprio durante la sua gestione lei ha lasciato, dopo quarant’anni.
«Ormai per me era suonata la campanella, sono andato via nel 2005. Ho dato comunque una mano fino a tre anni fa, mi accompagnava Luca Campana e aiutavo con qualche consiglio chi aveva bisogno».

Allo stadio va ancora qualche volta?
«Ora le gambe non reggono e guardo il Cesena alla televisione. Però quest’anno voglio andare, ce la devo fare».

Quindi non conosce Igor Campedelli.
«Sono amico del babbo, aveva un’officina meccanica a Gatteo. Quando Igor prese il Cesena molti lo criticarono, dissi che se era galantuomo come il padre avrebbe fatto bene».

Previsione centrata.
«Sì e ne sono orgoglioso. Campedelli ha fatto miracoli e merita il successo che ha. Gli ho parlato una volta, ha una gran passione, se ne intende: farà il Cesena ancora più grande».

Lo sa che al Manuzzi dai bagni senza mattonelle si è passati a spogliatoi splendidi immortalati dalle telecamere di Sky?
«Lo so, ho visto per televisione. Ho conosciuto comunque tanta gente allo stadio, fra i giovani si sta bene».

Lei era conosciuto anche come il ‘cerbero’ dello stadio: non si passava.
«Ho avuto anche tante discussioni, alla porta, volevano entrare tutti , a me toccava dire di no. In tribuna d’onore sembravano tutti onorevoli e pretendevano i seggiolini migliori, ma di posto ce n’era poco».

Allora conferma d’essere stato un ‘gendarme’.
«Certo, mi guardavano male, ero il gendarme della porta. Però quanto mi sono divertito».

Tra i tanti calciatori che ha conosciuto chi l’ha divertita di più?.
«I giocatori sono dei birichini. Dovevamo stare attenti che non facessero vita sregolata. Mandavo i ‘giannizzeri’ a badarli. Sapevamo dove andavano e gli organizzavamo i tranelli. Poi li prendeva Manuzzi».

Chi erano i più difficili da tenere a bada?
«Corradi, Montanari, Mantovani, Carniglia, anche Frustalupi era un ‘furbetto’»,

‘Manuzzin’ prendeva di mira qualcuno in particolare?
«Rinfacciava a Carniglia di andare sempre a donne, glielo dicevano i suoi sorveglianti. Ma l’argentino replicava: ‘Ma se gliele trovo io le donne a loro?».

E tra gli allenatori?
«Bagnoli, un grande allenatore e un galantuomo. Grandissimo poi Pier Luigi Cera. Quandò lasciò dissi che saremmo stati costretti ad andarlo a riprendere, faceva gli interessi della società in maniera quasi maniacale».

In che modo?
«Quando si andava via e si faceva mezzogiorno molti si fermavano a mangiare lungo la strada a spese del Cesena, lui invece diceva di accelerare per pranzare a casa».

Vedere il Cesena in A ancora una volta la riempirà di orgoglio.
«All’ultima promozione ho pianto come un bambino. I record comunque li abbiamo fatti anche noi!».

Quali record?
«Il pubblico stipato sui tubi Innocenti. Il top fu la prima volta in serie A. Col Milan 44.000 spettatori, lo stadio era omologato per 30.000 ma li mettevamo in terra, arrampicati sui tubi, ovunque. Il prefetto disse a Dino: ‘Non vada via di qui finchè non finisce. Se succede qualcosa la porto direttamente in galera a Forlì’. Terminata la partita feci aprire i portoni e in dieci minuti lo stadio si svuotò. Incassammo 97 milioni. Con la Juve facemmo entrare meno persone ma aumentammo i prezzi e incassammo 102 milioni. Ci luccicavano gli occhi a vedere tutti quei soldi».