IL RESTO DEL CARLINO. Faccia a faccia a casa Arrigoni, fra pallone, passioni e famiglia
Mister Arrigoni, lo sa che se dovesse salvare il Cesena casa sua diventerebbe un ‘santuario’ meta di pellegrinaggio dei tifosi?
«Dice? Sicuramente noi che amiamo il Cesena siamo un popolo: come i supporter del Torino, quelli del Livorno, il senso di appartenenza è fortissimo. Comunque restare in A è possibile più che mai, due mesi fa non era così».
Quella bicicletta dono di Cipollini lì in giardino sta facendo la muffa?
«Il ciclismo era la mia grande passione, da due anni per problemi di salute niente più bici. Lo sa che giravo con gente che nella borraccia metteva poca acqua per pesare meno?».
Scusi, ma lei filava o era solo a rimorchio?
«No, ci davo, 100-120 chilometri a botta. Ho organizzato anche una Adriatico-Tirreno; mi sono fermato a Firenze, uno di noi poi è finito dentro al mare».
Quando è diventato allenatore del Cesena lei ha detto che in famiglia vi sareste messi l’elmetto: ha trasformato la sua abitazione in trincea?
«No, cerco di portare poco lavoro a casa, qui del Cesena non parliamo quasi mai. A volte mia moglie Daria mi chiede chi compriamo. Non lo dico nemmeno a lei. Siamo insieme da quarant’anni, abitava qui di fianco, mi conosce...».
Un cesenate sulla panchina del Cesena, i suoi familiari come l’hanno presa?
«Daria era con me quando arrivò la telefonata di Campedelli che mi disse ‘Sei pronto? Oggi c’è allenamento’. Non ha realizzato subito. Mio figlio Andrea, di 26 anni, viene sempre al Manuzzi; Leonardo, che ne ha 18 e gioca nella primavera bianconera, subito non l’ha presa bene. Non viene allo stadio, non ce la fa, guarda la partita in tv e soffre».
Forse teme di passare per raccomandato?
«Conosce suo padre, sa che non sarà mai così».
Lei in passato un paio di volte era stato già vicino alla panchina bianconera...
«Credevo fosse un problema allenare in casa, invece è una goduria, gli stimoli sono tanti».
Il suo collega Ballardini ha rifiutato dicendo che lo ha fatto per troppo amore. Lei invece...
«Guardi, ero vicino a un’altra squadra di A (il Lecce, ndr). Lo sa perché ho accettato? Semplice, credevo e credo in questo gruppo. E quando guardo in salotto il tavolo dove ho firmato ritengo sempre più di aver scelto bene».
Anche quando alcuni tifosi sostengono che lei era del Bologna?
«Questo mi rode, non è vero. Il mio cuore è sempre stato per il Cesena, a Bologna ho allenato e vinto».
Ha giocato al calcio, poi la panchina, altrimenti cosa avrebbe fatto?
«Il muratore, mi piace costruire una casa dalle fondamenta. Con alcuni soci ho un’attività immobiliare, ero contento quando andavo in cantiere. Ma ora, con tutte le norme di sicurezza, non mi fanno più entrare».
E’ vero che imita benissimo Cecca Cecca, lo storico tifoso del Cesena scomparso anni fa?
«Certo. Giocavo nell’Ancona e la società acquistò Maurizio Orlandi. Era un gran colpo. Il giorno della presentazione mi nascosi in uno sgabuzzino e cominciai a imitare Cecca urlando: ‘Orlandi sei proprio una bietola’. ‘Micio’ rimase spiazzato, cominciò a cercarlo ovunque».
Per lei salvare il Cesena cosa significherebbe, il rilancio professionale?
«No, passare un’estate da sogno, in Paradiso anche se dovessi stare in vacanza su una sedia qui davanti in strada».
Quanto è superstizioso?
«Non troppo, comunque in trasferta quando vinco non parlo. Iniziai quattro anni fa con il Bologna. Sky ha spedito al Cesena una lettera di fuoco, ma non mollo. Dico solo che in questa stagione dovrà succedere altre tre volte e saremmo a posto».


