Bayern Monaco, il caso Gotze
Lo hanno definito il panchinaro più costoso d’Europa, e non potrebbe esserci fotografia più lucida e impietosa per illustrare il difficile momento che Mario Götze sta vivendo a Monaco di Baviera. Un amore mai sbocciato, quello tra il match-winner della finale mondiale 2014 e il club più prestigioso e blasonato di Germania, con un percorso fattosi sempre più tortuoso e frammentato. I sassolini di ieri hanno oggi assunto le dimensioni di un vero e proprio macigno, un fardello destinato a crescere partita dopo partita, panchina dopo panchina.
Götze sembra essere rimasto al suo “Mariocanazo” del 13 luglio 2014, quando che il ct tedesco Joachim Löw gli aveva detto “entra e segna, sei più forte di Messi”, e lui aveva eseguito. Il 22enne di Memmingen (paese che qualche tempo prima aveva coniato il profetico slogan “Memmingen, città delle opportunità”), unico nella rosa tedesca insieme ad André Schurrle ad essere nato dopo la riunificazione della Germania, era arrivato sul tetto del mondo. E lì ci rimasto, mentre il mondo ha continuato a girare e i compagni a correre.
Götze è stato il primo acquisto dell’era Guardiola, annunciato ufficialmente con dubbio tempismo nella primavera del 2013 a pochi giorni dalla semifinale di Champions tra Borussia Dortmund(il club dove è nato e cresciuto) e Real Madrid, con conseguenti polemiche sui presunti giochi psicologici messi in atto dal Bayern per mettere ulteriore pressione sui loro rivali. Un Borussia che sarebbe arrivato a contendersi l’ex Coppa dei Campioni proprio contro i bavaresi a Wembley, con Götze però ko causa infortunio.
Un trasferimento controverso che, per tempi e modalità, sta precludendo al Wunderkid tedesco la possibilità di un eventuale ritorno a casa (senza considerare che a Dortmund le minestre riscaldate, da Kagawa a Sahin, non hanno mai funzionato granché bene), stante l’ormai acclarato fallimento in Baviera. Lo certificano i numeri: nei tre anni con Guardiola, presenze e rendimento di Götze sono andati in costante calando.
A una prima stagione tutto sommato sufficiente, con 15 gol e 13 assist in tutte le competizioni e il 64% di partite giocate partendo titolare (calcolo al netto dei match in cui era indisponibile per problemi fisici), ha fatto seguito una seconda in cui l’incremento delle presenze nell'undici titolare (40, pari all’82% delle partite da convocato) è conciso con un calo dell’efficacia nell'economia realizzativa della squadra, non tanto sotto il profilo realizzativo (i gol sono stati ancora 15) quanto in materia di assist (7).
Oltre ai numeri, però, ad attirare le maggiori critiche sono state le prestazioni del giocatore: spente, poco ispirate, sempre eleganti e notevoli sotto il profilo estetico ma fredde e senza quel “fuoco dentro” che permette ad atleti meno dotati di lui – vedi il compagno di squadra Thomas Müller – di essere stelle di prima grandezza. Nella stagione in corso è crollato tutto, numeri e prestazioni: 7 partite da titolare in Bundesliga, 1 in Champions (nel match più facile, in casa contro la Dinamo Zagabria nei gironi), un bottino complessivo di 4 gol e 3 assist. Nelle sue tre stagioni al Bayern Götze ha totalizzato solo due passaggi-gol in più di quanto fatto nell’ultima, spettacolare annata nel Borussia Dortmund.
Il magazine 11 Freunde ha parlato di disagio ambientale per spiegare il lungo letargo di Götze, confrontando il mondo Bayern con quello della nazionale tedesca, l’autentica oasi di pace del giocatore in questi anni difficili. Nella Mannschaft Mario gode di fiducia pressoché totale da parte del tecnico Low, ed è consapevole che un’eventuale esclusione (come accaduto nel 2-3 contro l’Inghilterra, dove entrato al minuto 78) rientra nell’ordine naturale del turnover. A livello tattico Götze viaggia sulla stessa lunghezza d’onda di Low, che ama il falso nove e preferisce lui o Müller al centro dell’attacco piuttosto che una vera prima punta come Alex Meier o Mario Gomez.
Soprattutto, Götze non soffre la pressione della concorrenza come accade al Bayern, risultando in questo caso simile – come atteggiamento – a quello di Lukas Podolski, un altro giocatore che ha sempre sofferto gli ambienti iper-competitivi (basta confrontare il suo rendimento al Colonia con quello al Bayern), ritrovando per contro serenità in quelli dove non veniva mai messo in discussione. Il fatto che Low abbia spesso disatteso il principio della performance da lui stesso indicato come base delle sue convocazioni (ovvero vengono chiamati coloro che giocano di più e meglio nei rispettivi club) è un tacito indicatore delle sue certezze attorno alla figura dell’ex Super Mario.
Un giocatore che la stampa tedesca descrive con le gomme a terra, sfiduciato e che attende l’arrivo dell’estate come una manna per poter finalmente cambiare aria, così come consigliatogli da due decani quali Karl-Heinz Rummenigge e Mathias Sammer e, in maniera indiretta, anche da Carlo Ancelotti, che da quando è stato annunciato quale prossimo allenatore del Bayern non ha mai riservato una sola parola nei confronti del ragazzo. Sembra di parlare di un atleta al crepuscolo, invece si tratta di un ragazzo di 23 anni che ha deciso l’ultima coppa del mondo, ha segnato oltre 80 reti tra Borussia Dortmund, Bayern Monaco e nazionale tedesca, e si appresta a vincere per il quarto anno consecutivo la Bundesliga.
Potrebbe inoltre scapparci la Champions League, perché a dispetto del risicato 1-0 dell’andata il Bayern Monaco appare davvero troppo superiore al Benfica per subire, stasera, una clamorosa eliminazione. Magari avverrà proprio nella manifestazione per club più importante il risveglio di Götze, proprio come avvenne due anni fa in Brasile. Disputò un Mondiale modesto, poi con un gol cancellò tutto e si prese il mondo.


