1985-86: Vento dellest
Orfana delle squadre inglesi, la Coppa dei Campioni che prende il via nel settembre del 1985 è quella delle prime volte. È la prima volta della Juventus campione in carica e i bianconeri festeggiano il loro amaro titolo europeo con 9 reti allo Jeunesse. Quattro le firma Aldo Serena, arrivato in estate a rafforzare il reparto avanzato insieme al danese Laudrup. Ma la novità maggiore in Italia è l’esordio del Verona di Osvaldo Bagnoli, campione d’Italia dopo una stagione entrata ormai nella storia del calcio italiano. I gialloblu prevalgono sul Torino e l’Inter, mentre delude la Juventus, causa impegni di Coppa, e il Napoli che sperava in Maradona per compiere il salto di qualità. Il primo turno dei veronesi, col PAOK Salonicco, si rivela agevole grazie soprattutto alle due doppiette messe a segno dal loro uomo-simbolo, il danese Preben Elkjaer, che insieme a “Nanu” Galderisi forma un’assortita coppia d’attacco. Il resto del primo turno vede avanzare a suon di gol il ritrovato Bayern Monaco e i sovietici dello Zenit, anch’essi all’esordio. Il Porto fa sua la sfida di maggior prestigio contro l’Ajax, mentre il Barcellona si impone per 2-1 a Praga contro lo Sparta salvo poi perdere in casa per 1-0 e rischiare fino all’ultimo la beffa.
Stessa storia al turno successivo, per i blaugrana, che vincono 2-0 al Camp Nou e perdono poi 3-1 in casa del Porto, con l’ex interista Juary autore di una tripletta. Mentre il Bayern si conferma una macchina da gol (ne fa 7 all’Austria Vienna), lo Zenit esce clamorosamente contro i finlandesi del Kuusysi. Il posto di outsider spetta dunque alla Steaua Bucarest, che travolge con quattro reti la Honved ed è l’unica squadra dell’est ancora in corsa. Il sorteggio beffardo mette purtroppo di fronte già agli ottavi le due italiane. Il Verona blocca sullo 0-0 la Juventus al Bentegodi, ma un rigore trasformato da Platini e il sigillo di Serena ad inizio ripresa della gara di ritorno interrompono i sogni di gloria di quella che resterà una splendida meteora.
Il cammino dei torinesi non dura molto di più. Ai quarti si trovano di fronte il Barcellona, fortemente deciso a far suo finalmente il trofeo. All’andata gli uomini di Trapattoni, privi di Serena, non riescono ad approfittare di un avversario menomato dall’assenza di ben cinque titolari e vengono puniti ad otto minuti dal termine da un bolide del terzino sinistro Julio Alberto. Il ritorno al Comunale viene atteso con ottimismo dai tifosi bianconeri, ma l’inesperto Pacione, gettato nella mischia per mancanza di alternative, spreca troppe occasioni contro un Barcellona arroccato in difesa e che colpisce alla prima occasione con lo scozzese Archibald. Platini agguanta il pareggio poco prima dell’intervallo, ma nella ripresa Pacione continua a divorarsi valanghe di reti e il risultato non cambia più. Oltre alla Juventus esce di scena anche l’unica altra squadra ad avere la Coppa in bacheca. Il Bayern, infatti, viene sorpreso dall’Anderlecht che ribalta la sconfitta dell’Olympiastadion con le reti del futuro interista Scifo e di Frimann. Dopo le due Coppe delle Coppe del decennio precedente e la Coppa Uefa di tre anni prima i belgi sognano lo storico tris. Ad affrontarli in semifinale sarà la Steaua Bucarest, per molti vittima sacrificale visto che il suo cammino è stato fin lì agevolissimo, compreso il quarto col Kuusysi. Dall’altra parte, invece, il Barça se la vedrà con gli svedesi del Göteborg, avanti sull’Aberdeen grazie al 2-2 in Scozia firmato nel finale da Johnny Ekstrom, che in estate si trasferirà al neopromosso Empoli.
Chi si aspetta due semifinali senza storia viene presto disilluso. L’Anderlecht sembra andare sul velluto quando si impone per 1-0 in casa con gol di Scifo, ma a Bucarest la Steaua è spinta dall’entusiasmo dei suoi sostenitori e compie l’impresa. La doppietta del futuro C.T. Victor Piţurcă è inframmezzata dal sigillo di Balint. L’Europa Orientale torna in finale di Coppa dei Campioni a 20 anni esatti dalla sconfitta del Partizan Belgrado contro il Real Madrid di Gento. E di fronte anche questa volta ci sarà una formazione spagnola, ma l’approdo alla seconda finale della sua storia del Barcellona non è certo dei più rilassanti. A Göteborg i blaugrana si dimenticano di scendere in campo e vengono travolti per 3-0 con doppietta di Törbjorn Nilsson, che a fine torneo sarà capocannoniere. L’eroe che firma il miracolo al ritorno ha le fattezze di Àngel “Pichi” Alonso, un rincalzo gettato nella mischia dall’allenatore inglese Terry Venables. La sua tripletta permette infatti di andare ai calci di rigore. L’errore di Carrasco spedisce in apnea lo stadio, ma gli svedesi sbagliano proprio il quinto e ultimo tiro per poi mancare la realizzazione anche del primo di quelli ad oltranza.
Scampato il grande pericolo il Barcellona si presenta alla finale di Siviglia, quindi quasi in casa, con tutti o quasi i favori del pronostico dalla sua parte. I catalani hanno sempre avuto un rapporto contrastato con la massima competizione internazionale, un po’ come la Juventus in Italia, e proprio l’esempio dei bianconeri, vittoriosi finalmente dodici mesi prima, li convince che quella del 7 maggio sarà una festa. I romeni non sono però una squadra agevole da affrontare. Formazione compatta, che fa dell’ostruzionismo la sua arma migliore, non manca comunque di discrete individualità, come il regista della difesa Belodedici, il centrocampista Bölöni, poi allenatore di buon livello, e l’attaccante Marius Lăcătuş, che qualche anno dopo tenterà la fortuna in Italia con la Fiorentina. La gara prende proprio la piega voluta dall’allenatore romeno Jenei. Il faro del Barcellona, il tedesco Bernd Schuster, è più un peso morto che un’arma per i suoi e la difesa della Steaua ha buon gioco a bloccare le sterili iniziative avversarie. Per la prima volta una finale di Coppa dei Campioni termina senza reti e dunque per la seconda volta in tre anni viene decisa dai calci di rigore. Il sortilegio delle porte imbattute sembra non voler lasciare il “Sánchez Pizjuán” di Siviglia, visto che sia il portiere blaugrana Urruticoechea, sia quello romeno Helmuth Duckadam neutralizzano i primi quattro rigori. È proprio Marius Lăcătuş a sfatare il tabù mandando imparabilmente la palla sotto la traversa. A quel punto la pressione passa tutta sui giocatori del Barcellona, ma Duckadam si erge come un muro invalicabile davanti a loro. Neutralizza anche il tiro di “Pichi” Alonso e, dopo la trasformazione di Balint, completa il suo giorno indimenticabile e la sua impresa irripetibile stoppando anche il tiro di Marcos Alonso. La Steaua Bucarest è la prima squadra dell’est a laurearsi campione d’Europa e apre una nuova fase nella storia del torneo dopo il vuoto lasciato dagli inglesi. Duckadam, intanto, tornato in patria da eroe, è costretto misteriosamente al ritiro pochi mesi dopo. La versione ufficiale parla di trombosi alle mani che gli avrebbe impedito di proseguire l’attività agonistica, mentre da più parti si vocifera di una vendetta del figlio del dittatore Ceauşescu che gli avrebbe fatto spezzare le dita delle mani dalla polizia segreta del regime in seguito ad un duro contrasto. Duckadam smentirà anche dopo la caduta del regime, ma il sospetto resta ancora oggi.


