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Giorgio Bresciani: "Basta calcio, ora fornisco servizi alle imprese. E produco mascherine"

Giorgio Bresciani: "Basta calcio, ora fornisco servizi alle imprese. E produco mascherine"
mercoledì 06 maggio 2020 06:00Che fine ha fatto?
di Gaetano Mocciaro

Giorgio Bresciani è stato uno dei protagonisti della rinascita del Torino, che sotto la gestione Borsano risalì dalla Serie B arrivando fino alla finale di Coppa UEFA, sfuggita pur senza perdere i due confronti con l'Ajax. Lui contribuì con le sue reti a dare ai granata una dimensione internazionale, arrivando anche a mettere in dubbio la superiorità cittadina della Juventus. Il suo nome è legato anche ad altre città, tra cui Bologna, dove tutt'ora vive, e dove ha conquistato una doppia promozione dalla C1 alla Serie A. Anche lì il suo zampino nella rinascita del glorioso club, segnando il gol che è valso il ritorno nel massimo campionato. Oggi Giorgio Bresciani si occupa di tutt'altro, fa l'imprenditore e la sua azienda è in costante crescita. Ai microfoni di Tuttomercatoweb si racconta:

Giorgio Bresciani, di cosa si occupa adesso?
"Ho una società di service, si chiama G&L Group. Forniamo servizi alle imprese, distacchiamo il personale dalle aziende, ci occupiamo di marketing, pubblicità, finanza agevolata. È un nuovo modo di lavorare, siamo complessivamente 500 dipendenti. Recentemente abbiamo iniziato a produrre le mascherine".

Chi sono i vostri clienti?
"Imprese di vari settori, dalle imprese edili ai commercianti".

Come è nata l'idea delle mascherine?
"Per le esigenze dei nostri imprenditori. Le nostre reti hanno fra i clienti molti imprenditori e vogliamo soddisfare il fabbisogno delle loro aziende. Adesso abbiamo fatto una piccola produzione di 100 mila mascherine. Sa, con l'edilizia ferma, il marketing fermo, la produzione di mascherine dà noi modo di alimentare l'azienda, sempre a disposizione degli imprenditori".

Come mai questo business?
"Ho avuto attività precedenti e ho capito che l'imprenditore va tutelato, perché è colui che dà economia e lavoro. Quindi noi siamo scesi in campo per salvaguardare gli imprenditori. La sede è a Torino, ma abbiamo un ufficio a Palermo, uno a Catania e anche a Lucca. È un mercato vergine e dopo aver fatto mio il mestiere lavorando nel settore a Roma mi sono messo in proprio".

Per fare una metafora calcistica, è come quando un club presta dei giocatori ad un'altra società
"In un certo senso. Grazie alla 'Legge Biagi' io posso distaccare un dipendente dall'azienda ed esso può lavorare per un'altra azienda per un determinato periodo. Si chiama interscambio personale".

E a proposito di calcio: lo segue ancora?
"L'ho mollato ma non l'ho mai mollato. Vado sempre allo stadio, ho uno sky box all'Olimpico di Torino, porto i miei clienti. Ho fatto anche il direttore generale in Lega Pro, ma ritengo che non sia un lavoro all'altezza della Serie A e ho deciso di fare altro. Del resto vi sono troppi procuratori, troppi direttori sportivi. Troppa domanda e poca offerta. E soprattutto poca meritocrazia".

Una scelta controcorrente rispetto al calciatore che smette e solitamente resta in questo mondo
"Parlo dei miei tempi e dico che la maggior parte dei ragazzi è figlia di operai. Finivi la scuola e andavi a giocare in piazzetta. Hanno fatto solo questo mestiere, molti non sono diplomati, ancor meno laureati. È chiaro quindi che se hai fatto solo questo mestiere cerchi di rimanere nel mondo del calcio. Ma il problema è che adesso sono tutti allenatori, tutti direttori sportivi e procuratori. E il periodo d'oro è finito, uno che inizia a fare il procuratore ora muore di fame. Per questo ho preferito fare impresa".

Non le è mai mancato il calcio?
"Quando ho smesso no. E realizzando che non mi stava mancando ho iniziato a farmi delle domande. Ho iniziato a fare altro, ho avuto con un socio di Cagliari dei negozi di arredamento. Poi sono uscito come socio e ho iniziato quattro anni fa questa attività a Roma. E ora da due sono in proprio".

Cosa l'ha portata a stufarsi del calcio?
"Intendiamoci, a me lo spogliatoio è mancato, lo stare insieme con gli amici. Ma non il calcio giocato. Perché comunque mi sono tolto tante soddisfazioni. E perché il contorno non mi piaceva più prima, figurarsi ora. Ai miei tempi c'era il calcioscommesse, poi un altro calcioscommesse. Adesso la Juve che vince 8 campionati di fila, ma come fai ad appassionarti? Lo ammetto, sono un po' vecchio stampo ma non è il calcio in cui mi riconosco. E poi guardi i giocatori: non sanno calciare di destro e sinistro. Il bello è che ci prendono in giro perché i ritmi ai miei tempi erano lenti. Vero, ma la palla andava più veloce".

Del bello che è rimasto: il ricordo più piacevole
"Anche se abbiamo perso, la finale di Coppa UEFA. Ricordo indelebile, il Real Madrid battuto in semifinale. Alzare quella coppa sarebbe stato fantastico. Le dirò, però: quella coppa è come se l'avessimo vinta. Epilogo assurdo, partita dominata, prendi tre pali e la coppa la alzano gli altri. Solo al Torino poteva capitare, come insegna la storia di Superga o di Gigi Meroni".

Rimpianti?
"Ma no, anche al Torino quando andai via era ormai finita un'epoca. Se ne andarono in tanti, ma sono rimasto un tifoso del Toro col quale ho speso la mia vita calcistica. Ancora oggi vado a vedere le sue partite, nonostante io viva a Bologna. Per il resto, le scelte che fai a suo tempo a volte sembrano quelle giuste e col senno di poi ti accorgi che non lo sono".

I migliori giocatori mai affrontati o con cui ha giocato?
"Due del Napoli. Da avversario, senza dubbio Maradona. Da compagno di squadra Careca. Lui e Marco van Basten all'epoca erano i migliori numeri 9".

Mi perdoni, ma come mai ha scelto di vivere a Bologna nonostante la sede di lavoro sia a Torino?
"Ormai sono 26 anni in cui ci abito. Si sta bene, è comoda per qualità di vita, con un'ottima università ed è ben collegata alle grandi città".

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