La terza apocalisse del calcio italiano: come si riparte dopo Zenica?
Come si fa a ripartire dopo Zenica? Come si fa a pensare a un altro Mondiale perso, per di più a 48 squadre. Perché anche se i posti per le Europee non sono aumentati, ci sono gironi, tipo per l'appunto Bosnia, Canada, Qatar, Svizzera, che fanno venire proprio lo sconforto. Ma queste ore sono piene di pensieri laterali che si insinuano in rabbia tristezza e frustrazione e lo fanno con la potenza disarmante dei numeri, degli anni e del tempo: l'Italia è l'unica nazionale pluri-campione del Mondo a saltare più di due volte il mondiale, siamo a tre consecutive. Questo significa che, nel 2030, data del prossimo mondiale: Donnarumma avrà 31 anni e sarà - FORSE - al primo Mondiale; Moise Kean di anni ne avrà 30, Mario Balotelli, l'ultimo italiano ad aver segnato in un Mondiale, compirà 40 anni, l'ultimo gol azzurro in una partita di eliminazione diretta di un Mondiale rimarrà quello di Marco Materazzi nella finale di 24 anni prima. Chissà come spiegheremo ai ragazzini di allora chi era Marco Materazzi, Fabio Grosso, il poporopopo. Perché il mondo nel frattempo è cambiato, l'ultima volta che l'Italia è andata ai mondiali non esisteva Tiktok, né Despacito, né Fortnite, né la Brexit, Lamine Yamal andava in quarta elementare e Anna Pepe alle medie. E dire che in mezzo c'è passata anche una Nazionale vincente, a euro2021, e soprattutto una generazione che non è così scarsa rispetto a come passerà alla storia: perché i vari Donnarumma, Barella, Tonali, Dimarco, Bastoni, sì pure lui, tutti nati tra il '97 e 2000, non sono certo degli scappati di casa e la formazione scesa in campo a Zenica non è certo la peggiore italia di sempre per qualità, forse per risultato sì - andatevi a riprendere la formazione con cui nel 2016 l'Italia è andata a un passo dall'eliminare la Germania nei quarti dell'Europeo.
Però siamo qui, di nuovo dalla parte sbagliata della storia. La terza apocalisse, scrive Luigi Garlando sulla Gazzetta. Ed è difficile non utilizzare toni apocalittici per ciò che è stato, anche se forse proprio lì risale uno dei mille punti di un problema, l'estremizzazione di tutto, la negativizzazione e appesantimento di ogni evento, perché si entra in campo non con la voglia di vincere ma con la paura di perdere, perché il peso della storia è una zavorra e non un trampolino, una cosa che non c'è negli altri sport, su tutti il tennis, in cui l'Italia adesso primeggia. Questo è uno dei mille problemi, non il primo, non l'ultimo. Perché, come in Assassinio sull'Oriente Express di Agatha Christie, l'assassino è più di uno.
Ora però ci aspetta l'ora più buia. Ci sarà da surfare sull'onda emotiva di una delusione che non ha eguali per modi e reiterazione della sofferenza. E forse la cosa che preoccupa di più è proprio l'abisso davanti a noi e il fatto che quell'abisso sarà riempito di parole, editoriali populisti, dita puntate, dinosauri che usciranno fuori da tutti gli anfratti per ridurre qualsiasi cosa a battaglie spicciole e slogan surgelati e gridare, sì ancora una volta, nel 2026, che "L'ITALIA L'HA ROVINATA LA SPAGNA E GUARDIOLA" e perché "NON SI GIOCA PIU' A PALLONE PER LE STRADE" (dalla stessa mente di 'I GIOVANI D'OGGI NON HANNO VOGLIA DI LAVORARE'). Piccola digressione e conclusione personale: era il luglio 2024 e, uscendo dalla redazione, mi apprestavo ad andare a vedere Italia-Svizzera, ottavi di finale dell'Europeo, a casa di amici. Faceva un caldo vergognoso, di quei giorni in cui Firenze ti si appiccica addosso, passo dai miei vecchi giardini del liceo, son le 16.30, e il terreno di gioco del campino da calcio non si vede nemmeno da quanti bambini lo stanno calpestando. Tutto intorno è come lo avevo lasciato quindici anni fa, recinzione distrutta, porte senza pali, buche. Come per dire che forse un buon punto di partenza potrebbe essere quello delle strutture, perché la passione, quella no, non ce la leveranno nemmeno altre cento Bosnia-Italia.






