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Balestracci e la missione dell'Under-15: "Prima uomini, poi calciatori. Ai ragazzi chiedo personalità e coraggio"
Oggi alle 19:00Copertina
di Andrea Giannattasio
per Firenzeviola.it

Balestracci e la missione dell'Under-15: "Prima uomini, poi calciatori. Ai ragazzi chiedo personalità e coraggio"

La Fiorentina Under-15 sogna in grande. Dopo il netto 2-0 conquistato una settimana fa al Viola Park contro la Roma, i baby viola si preparano a giocarsi tra due domeniche il ritorno dei quarti di finale scudetto, con l’obiettivo di continuare una stagione fin qui ricca di soddisfazioni. Un cammino importante quello della formazione gigliata, capace di chiudere la regular season al quarto posto e di confermarsi tra le realtà più interessanti del panorama giovanile nazionale. Del percorso della squadra, della crescita dei ragazzi e della filosofia di lavoro nel settore giovanile viola abbiamo parlato in esclusiva con il tecnico dell’Under-15 Matia Balestracci, protagonista della nuova puntata di “Made in Viola”, la rubrica in onda tutti i sabati dalle 20 alle 21 su Radio FirenzeViola.

Prima di concentrarci su questa stagione, le chiedo della sua esperienza nel mondo viola: come sta andando e quanto pensa di essere cresciuto?
"Sicuramente sono cresciuto tantissimo, perché è un’esperienza bellissima. Questo è il mio quinto anno qui: ho allenato varie categorie, Under 14, Under 16 e Under 15. Penso di essere migliorato a 360 gradi, non solo come mister ma soprattutto come formatore: nel modo di stare in campo, di programmare, di lavorare. I direttori mi hanno aiutato tantissimo nella crescita, anche nella gestione dei gruppi numerosi e delle varie situazioni. Questi cinque anni sono stati estremamente formativi".

Prima di arrivare a Firenze aveva già lavorato con i giovani, a Venturina. Quando nasce l’idea di allenare ragazzi? È sempre stata una passione?
"Sì. Già quando giocavo pensavo che mi sarebbe piaciuto fare questo una volta smesso. Ho smesso abbastanza presto e negli ultimi anni da calciatore facevo il doppio ruolo: giocavo in prima squadra a Venturina e allenavo gli Under 13 e Under 14. Poi arrivò l’anno decisivo, quando avrei dovuto passare alle categorie regionali. Dovevo scegliere tra allenare e continuare a giocare, perché gli impegni coincidevano e diventava complicato fare entrambe le cose. Scelsi di allenare perché quella passione era diventata più forte del giocare. Da lì è iniziato tutto. Poi ho avuto la fortuna di ricevere la chiamata della Fiorentina e il percorso è proseguito in un ambiente fantastico, dove sto crescendo e imparando tantissimo".

A 14-15 anni conta di più insegnare a crescere o a vincere?
"La cosa fondamentale è crescere. I nostri allenamenti sono focalizzati sulla crescita individuale e di gruppo: tecnica, fisica, coordinativa, tattica e mentale. La parte tattica è soprattutto individuale, con qualche accenno di tattica collettiva. Chiaramente il risultato conta, non si può escludere, ma la priorità è farli crescere come ragazzi e poi come calciatori".

Quindi la classifica non si guarda?
"Secondo me imparare a vincere è comunque parte del percorso formativo. Io dico sempre ai ragazzi che dal lunedì al sabato devono pensare solo a migliorare. Poi la domenica, nel miglioramento, c’è anche il voler vincere una partita, il mettere qualcosa in più. Però non siamo disposti a vincere in qualsiasi modo: dobbiamo trovare i nostri modi per vincere".

Curiosità personale: Matia con una sola T non è un nome così comune. Le hanno mai spiegato il motivo? E il suo nome viene spesso storpiato?
"Il nome storpiato è praticamente la normalità. La spiegazione che mi hanno sempre dato i miei genitori è che deriva dai Matia Bazar".

Parliamo della stagione attuale: quarto posto in regular season, poi la qualificazione ottenuta con la vittoria di Bergamo. A inizio anno vi eravate dati l’obiettivo delle finali?
"L’obiettivo principale, e non è una frase fatta, era la crescita dei ragazzi. Abbiamo un gruppo numeroso e abbiamo cercato di dare a tutti la propria opportunità. L’Under 15 è una categoria particolare: ci sono grandi differenze fisiche, ragazzi già pronti e altri che hanno bisogno di un percorso diverso. Abbiamo anche giocatori arrivati da fuori regione o dal dilettantismo. L’obiettivo era la crescita di tutti e penso che lo abbiamo centrato al meglio delle nostre possibilità. Poi, chiaramente, nella crescita passa anche il risultato. Arrivare alle finali era un obiettivo importante e più partite fai, più cresci. Passare il turno significa aggiungere altre due partite, che aiutano i ragazzi sia dal punto di vista tecnico-tattico che mentale. Le finali hanno un’emotività diversa: c’è il dentro o fuori, ci sono pressioni differenti. Per questo vogliamo arrivare il più lontano possibile".

Che emozioni le ha lasciato la vittoria di Bergamo in rimonta agli ottavi?
"Sotto certi aspetti mi ha stupito. Il percorso del gruppo non è stato semplice: tanti ragazzi nuovi, tanti caratteri diversi, e ci è voluto tempo per amalgamarli. Le due rimonte contro l’Atalanta, sia all’andata che al ritorno, sono state una dimostrazione di forza mentale e di gruppo non scontata. L’emozione è stata grandissima, perché i ragazzi lo stavano meritando. Avere una soddisfazione così ti fa apprendere meglio, ti fa lavorare con ancora più entusiasmo. Per noi dello staff cambia relativamente, ma per i ragazzi cambia tantissimo: dà consapevolezza. E mi ha fatto capire che il lavoro sul gruppo è stato quello giusto".

Ci hanno detto che è molto attento all’aspetto emotivo dei suoi giocatori. Quanto conta la gestione psicologica a questa età?
"Conta tantissimo. Le aspettative su questi ragazzi sono alte, ci sono anche pressioni esterne e familiari. Noi dobbiamo essere bravi a far capire che qui c’è un percorso. Dico sempre ai ragazzi che sono fortunati e bravi a essere qui, ma che non è la singola partita o l’ottavo di finale a definire il loro futuro. L’obiettivo vero è portarli dall’Under 15 all’Under 16, poi in Under 17, Under 18, Primavera e magari un giorno in prima squadra. Per questo lavoro molto sul fatto che non devono giudicare tutto da una panchina o da una tribuna".

Avete un gruppo molto numeroso…
"Sì, siamo in 30 e ogni domenica ci sono dieci ragazzi in tribuna. Io però sento il dovere di spiegare sempre le scelte, anche a costo di essere ripetitivo. E devo dire che vedo grande maturità da parte loro. C’è fiducia nel percorso. Noi lavoriamo tantissimo sul miglioramento individuale, anche con programmi fisici specifici e prevenzione personalizzata. Questo fa capire ai ragazzi che siamo davvero qui per loro".

Da allenatore, cosa guarda per capire se un ragazzo ha talento e potenziale?
"La parte tecnica è fondamentale. L’utilizzo di entrambi i piedi è una cosa su cui insistiamo molto. Poi ci sono le letture di gioco, la personalità nel provare dribbling e giocate difficili, il coraggio. Per alcuni ruoli contano anche aspetti specifici, come il colpo di testa per un difensore centrale. Noi osserviamo tutto questo non per etichettare i ragazzi, ma per aiutarli a migliorare".

Oggi si sente più allenatore o educatore?
"Molto educatore. Poi chiaramente la parte di allenatore viene fuori per forza, ma mi sento molto educatore. E credo che nel percorso fatto quest’anno ci sia stato tanto di questo aspetto. Dopo la vittoria con l’Atalanta, riguardando la partita con lo staff sul pullman, la soddisfazione più grande è stata proprio quella educativa".

Le capita di parlare con i ragazzi anche di scuola, famiglia, social o fidanzatine?
"Sì, tantissimo. Siamo molto attenti alla scuola e ne parliamo quasi quotidianamente. Poi si parla anche del resto: della fidanzatina, della nostalgia di casa per chi vive lontano, dei problemi quotidiani. Sono cose che aiutano a creare un rapporto vero. Io li stimolo sempre a parlare, a scrivermi o chiamarmi se hanno bisogno. Credo che questa vicinanza loro la percepiscano».

Le è mai successo di dover gestire ragazzi che si sentivano già arrivati?
"Quest’anno siamo fortunati, abbiamo un gruppo molto umile. Poi situazioni da gestire ci sono sempre, magari dopo un gol, una convocazione in nazionale o una fascia da capitano. Però spesso basta il dialogo. A volte bisogna anche essere un po’ più duri, ma è normale. Noi parliamo sempre di percorso, fin dal primo giorno, e questo aiuta molto quando qualcuno esce un po’ dai binari".

Conta trasmettere il senso di appartenenza alla Fiorentina?
"Tantissimo. Io ho vissuto anche gli anni prima del Viola Park, ma oggi ancora di più questa cosa si sente. Mi capita ancora adesso, entrando nello spogliatoio prima di una partita, di avere i brividi. Cerco di trasmettere ai ragazzi la fortuna che hanno a essere qui. È un aspetto fondamentale".

Qual è il consiglio che ripete più spesso ai suoi giocatori?
"La personalità. Chiedo sempre coraggio. Anche io, quando mi affacciavo alle prime squadre, in certi momenti ho avuto paura di fare cose che facevo tranquillamente nelle giovanili. E credo che a volte sia stato quello a frenarmi. Per questo ai ragazzi chiedo sempre coraggio e personalità: spesso è la paura che impedisce di mostrare le proprie qualità. Poi dobbiamo essere bravi noi dello staff a sostenerli anche dopo un errore, con i fatti e non solo a parole".

C’è qualche ragazzo che l’ha sorpresa più degli altri quest’anno?
"Non è per non fare nomi, ma davvero c’è stata una crescita importante e omogenea da parte di tutti. L’Under 15 è una categoria particolare: alcuni ragazzi sono più pronti fisicamente, altri hanno bisogno di più tempo. Però il miglioramento è stato costante per tutti. Lo dicevo anche ai ragazzi dopo le gare con l’Atalanta: all’andata e al ritorno i cambi hanno inciso tantissimo, chi entrava manteneva alto il livello. Ci sono stati ragazzi tra i migliori all’andata che al ritorno non sono neppure entrati, e questo dimostra quanto sia cresciuto il gruppo. Fare un nome sarebbe ingiusto verso gli altri. Anche chi ha giocato meno ha continuato ad allenarsi forte e a crescere. Parlare sempre di percorso li ha aiutati a guardare oltre la singola partita e a pensare al loro cammino nel settore giovanile".