Borja Valero si racconta: "Scelsi la Fiorentina per Macia. La terapia mi ha aiutato"
Borja Valero si racconta. Lo fa alla Gazzetta dello Sport, in un'intervista che ripercorre la carriera dello spagnolo ex Fiorentina, partendo dai ricordi di nonno Paulino, combattente per la Repubblica in epoca franchista, catturato e torturato. "Abitavo fuori da tutto, non avevo vicini della mia età e passavo il tempo correndo dietro al pallone. A 6 anni il maestro di educazione fisica chiamò mia madre e le disse: “Suo figlio ha talento”. Così mi portarono alla scuola calcio di mio zio, la Torrejon Athletic".
Nel 2004 segnò la rete decisiva nella finale dell’Europeo Under 19, però con la nazionale maggiore solo una presenza. Troppa concorrenza?
"Credo che in qualsiasi altra nazionale avrei giocato di più ma in Spagna il livello era altissimo, abbiamo vissuto un periodo incredibile. L’Italia mi chiamò prima del Mondiale in Brasile ma non c’erano i presupposti giuridici per naturalizzarmi. Sarebbe stata una tentazione forte, ma credo che avrei comunque scelto la Spagna: in nazionale va chi merita".
A Firenze sbarcò nel 2012, ma non fu un colpo di fulmine: chi la convinse?
"Eduardo Macia, il dt spagnolo che lavorava con Pradé. Venivo da due anni molto buoni a livello personale e non volevo lasciare il Villarreal. Avevo un’offerta dal Fenerbahçe che faceva la Champions e puntava allo scudetto, la Fiorentina invece lottava per la salvezza. Mi convinse il progetto e quella scelta mi ha cambiato la vita. Il 4-2 sulla Juventus resta un momento indimenticabile. A Sassuolo un tifoso mise uno striscione con la mia faccia e la fascia tricolore: così sono diventato “sindaco”. Chi viene eletto sa che deve condividere la carica con me. In tanti mi chiedono di candidarmi... Per la Fiorentina ho detto no alla Cina, ma non giudico nessuno. In Inghilterra da giovane andai per soldi e non mi vergogno a dirlo".
Come convinse Conte, che all’Inter non la voleva?
"Mi ha aiutato la terapia. Prima ero insicuro, negativo e non credevo in me. Il mister mi invitò a trovarmi squadra, io risposi che gli avrei fatto cambiare idea. Tempo dopo mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: “Ti stai allenando bene, arriverà la tua occasione”. Così è stato. Antonio ha un’ossessione maniacale per la vittoria ma non guarda in faccia a nessuno, decide solo in base alla meritocrazia. Tra i tecnici più importanti della mia carriera metto pure Montella".






