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Benassi, CEO italiano del Deportivo: "Da Aubameyang al centro sportivo: così vogliamo tornare grandi"
Un manager friulano di appena 34 anni ha contribuito a restituire il sorriso a un’intera città. Massimo Benassi è infatti il CEO italiano che ha guidato la rinascita del Deportivo de A Coruña, reduce dalla promozione che lo ha riportato in Liga dopo otto, difficilissimi anni. La storia del SuperDepor e del suo decennio d’oro la conoscono tutti, con il trionfo nella Liga 2000-01 e la semifinale di Champions del 2003-04 a illuminare stagioni di prestigio e competitività ad alto livello, in patria e in Europa. Poi il club era sprofondato fino alla terza serie del calcio spagnolo, in un gorgo finanziario e sportivo apparentemente senza uscita. Oggi però la risalita è realtà, ed è firmata da un italiano.
Benassi, qual è stato il percorso che l’ha condotta verso la carica di CEO del Deportivo?
Sono arrivato in Spagna nel 2017 dopo una laurea in giurisprudenza a Bologna e poi un MBA in diritto sportivo. Una volta in Spagna ho lavorato prima nel Leganès e poi nell’Ibiza, per quattro anni. Nel 2021 abbiamo raggiunto la promozione in Segunda, per la prima volta nella storia del club. Nel 2022 sono arrivato al Deportivo, prima come Direttore dei Ricavi, dal 2023 come Direttore Generale e dal luglio 2024 come Amministratore Delegato.
Com’è stato il cammino per riportare il club in Liga?
In 3 anni siamo passati dalla terza serie alla Liga. L’inizio non è stato facile, anche per i tanti cambiamenti che la piazza non aveva digerito subito. Poi i risultati hanno risvegliato l’entusiasmo sia in città che in tutta la Galizia. E i dati delle campagne abbonamenti degli ultimi tre anni sono lì a dimostrarlo, con record ogni anno e affluenza media allo stadio sempre in crescita.
In estate avete lavorato su tanti aspetti extra campo: il club ora si chiama “Deportivo de A Coruna”, ma non solo…
La città si chiama “A Coruña” e quindi da tanto la discussione in città, tra i tifosi, era presente. Nessuna dirigenza aveva mai preso in considerazione l’idea di proporre quello che, più che un cambiamento, è un aggiornamento. La percentuale dei votanti a favore per il cambio di nome è stata dell'80%. Non è questione politica o altro, ma semplicemente di rimando al nome della città. Poi abbiamo lavorato su altri aspetti, dal rebranding al logo delle squadre, i font... L’idea, per i 120 anni del club, era presentare una nuova immagine del Deportivo nel mondo. E abbiamo avuto la fortuna e la bravura di far coincidere il tutto con la promozione in Liga.
Quanto è importante in tal senso il nuovo centro sportivo?
Più che importante direi fondamentale. Abbiamo iniziato con questo management a lavorarci nel 2023. Con il mio team abbiamo visitato, solo negli ultimi 2 anni, più di 60 strutture in Europa. E’ un elemento fondamentale per trasmettere i valori del progetto, per aumentare la qualità del lavoro e della quotidianità di tutti i giocatori, dalla prima squadra maschile a quella femminile passando per il settore giovanile.
Da italiano, a livello di club, quali sono le principali differenze a suo avviso tra il modello Spagna e il modello Italia?
Ne faccio una questione di mentalità. In Spagna se c’è un under 23 bravo nessuno si fa problemi a puntarci, a farlo giocare. E il risultato lo vediamo poi con la Nazionale maggiore. Nel nostro caso, in squadra abbiamo avuto la scorsa stagione due italiani, Quagliata e Mulattieri, due giocatori che avrebbero potuto benissimo stare in A. L’idea che abbiamo però qui è quella di puntare davvero su giocatori giovani e farli crescere.
Il legame con l’Italia si è rafforzato con l’arrivo dalla Fiorentina di Lorenzo Amatucci, che si è però affermato con il Las Palmas.
Noi valutiamo il profilo del giocatore e l'età. Abbiamo alcune regole non scritte: il 25% della rosa deve arrivare dal settore giovanile, il 50% deve essere under 25. Queste sono le basi. E Lorenzo, dopo un anno in Spagna, parla perfettamente spagnolo e conosce benissimo il calcio e l’ambiente spagnolo. Ci è sembrata una scelta logica puntare su di lui, all'interno della nostra programmazione sportiva.
Da manager italiano che effetto le fa tornare in Italia per le due amichevoli di inizio agosto con Genoa e Fiorentina?
Fa sempre piacere, è anche un pretesto per me per tornare in Italia. Anche questo fa parte di una pianificazione, visto che siamo stati l’anno scorso in Inghilterra e prima ancora in Portogallo: tutto questo è l’unione tra la parte sportiva, lo sviluppo del nostro progetto, la ricerca di avversari di alto livello nella parte finale della preparazione. A livello personale e professionale è molto bello tornare in Italia.
Avrà modo di tornare anche al Viola Park, uno dei sessanta centro sportivi che avete visionato.
L'abbiamo visitato credo quasi due anni fa, ed è stata una una piacevole sorpresa. Strutture così servono in Italia, ma anche in Spagna. E contiamo che il nostro possa essere uno di quelli.
Che cosa rappresenta all’interno del progetto Deportivo l’arrivo di Pierre-Emerick Aubameyang?
Innanzitutto è fonte di orgoglio. Aveva tantissime offerte, alcune anche economicamente migliori, tuttavia ha scelto noi. Ha visto un progetto chiaro, strutture di un club che ha un’ambizione chiarissima. Cercavamo esperienza, non solo nelle partite, ma anche negli allenamenti e nel quotidiano. Abbiamo una rosa molto giovane e per noi era fondamentale avere dei riferimenti di altissimo profillo. In Aubameyang abbiamo trovato tutto questo.
Quali sono le ambizioni e le aspettative della città? L’eco del SuperDepor sarà ancora forte, per alcune generazioni...
La piazza è super esigente. L’abbiamo visto anche negli ultimi tre anni. Il riferimento al passato c’è, tra i tifosi, ma il nostro obiettivo è ricreare quell’ambiente, magari anche migliorarlo, però guardando al futuro. L’idea, nel nostro progetto, è quella di stare ai massimi livelli e consolidarcisi per tanti anni.
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