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Certificati medici, silenzi d’oro e un "Grazie Bischeri", l'arte di sapersi lasciare (e come non farlo)
Firenze ha la memoria lunga, il cuore caldo e l'orgoglio ferito da decenni di addii consumati nel peggiore dei modi.
Nella storia recente della Fiorentina, la parola "cessione" è stata quasi sempre sinonimo di rottura traumatica, guerre fredde e stracci che volano in pubblico, eppure, proprio quando la tifoseria viola pensava di averle viste tutte, il recente addio di Moise Kean, trasferitosi al Como, ha dimostrato che esiste un modo diverso per dirsi addio.
Un modo fatto di errori ammessi a testa alta e di quel briciolo di fiorentinità che cancella i rancori.
Per capire il valore del saluto di Kean, bisogna prima fare un passo indietro e riaprire le tre ferite più dolorose del passato recente:
Bernardeschi, Chiesa e Vlahović.
Tre talenti purissimi che hanno scelto la via della fuga strategica, scappando verso Torino e lasciando dietro di sé una scia di veleno.
Il capostipite della moderna "fuga col foglietto" è stato Federico Bernardeschi nel 2017.
Numero 10 sulle spalle, cresciuto nel vivaio, sembrava il designato a diventare bandiera, invece, pur di forzare il passaggio alla Juventus, scelse di non presentarsi al ritiro estivo di Moena.
Come? Presentando un clamoroso certificato medico per gastroenterite, un foglio di carta che la Fiesole non gli ha mai perdonato, bollandolo per sempre come il "finto malato" che pur di andare dai rivali storici preferì aggrapparsi a una scusa formale piuttosto che guardare in faccia la sua gente.
Tre anni dopo, nel 2020, è stato il turno di Federico Chiesa, una telenovela estenuante durata mesi, culminata in un addio arrivato sul fil di lana del mercato di ottobre.
Chiesa non presentò certificati per saltare gli allenamenti, ma scelse la via del silenzio assoluto e dell'ostruzionismo contrattuale, costringendo il club a cederlo negli ultimi minuti disponibili.
Le visite mediche svolte in segreto in una clinica di Firenze, blindato per evitare la furia dei tifosi che fuori lo contestavano, restano l'emblema di una fuga senza dignità.
Nel 2022 si è consumato l'atto più traumatico, Dušan Vlahović.
A metà campionato, con la squadra in piena corsa per l'Europa, il serbo e i suoi agenti alzarono un muro invalicabile sul rinnovo, rifiutando ogni proposta e costringendo Commisso alla cessione immediata a gennaio per evitare lo svincolo a zero.
Nessun saluto spontaneo, nessuna spiegazione alla piazza che lo aveva coccolato ed esaltato: solo una partenza frettolosa nel cuore della notte invernale verso Torino, lasciando la squadra orfana dei suoi gol nel momento più importante della stagione.
Poi, è arrivato il primo settembre 2026, l'addio di Moise Kean al Como sembrava aver preso la stessa identica piega delle storie precedenti.
La rottura estiva, un allenamento saltato il martedì mattina che aveva subito scatenato il processo mediatico e la rabbia dei social per la presunta mancanza di professionalità.
Sembrava l'ennesimo copione già visto: il calciatore che si impunta, sparisce e scappa dalla porta sul retro.Invece, Kean ha rotto gli schemi affidando ai social un messaggio di commiato non banale, lontano anni luce dai comunicati freddi scritti dagli uffici stampa. Moise ha scelto la via della verità e della trasparenza:
“A me non piace girare intorno alle questioni, martedì mattina ho sbagliato. Mi scuso con tutti: i miei compagni, il mister, lo staff, la società, i tifosi”.
Niente scuse di facciata, niente finti malanni o certificati dell'ultimo minuto.
Un'ammissione di colpa diretta, seguita dalla difesa del proprio attaccamento alla maglia contro chi ha cercato di infangarne la professionalità.
Ma la vera perla, quella che ha strappato un sorriso nostalgico anche ai tifosi più feriti, è arrivata alla fine, dopo aver ringraziato la società e la famiglia Commisso per due anni intensi e ricchi di gol, l'attaccante ha chiuso il post con una firma che sa di appartenenza profonda: “Grazie Bischeri, Grazie Fiorentina”.
Usare quel "bischeri" così smaccatamente fiorentino, leggero e affettuoso, ha ripulito in un attimo le scorie di una separazione complicata. Kean ha dimostrato che si può sbagliare, si può decidere di cambiare maglia e si può persino litigare, ma alla fine conta il rispetto per la terra che ti ha accolto e rilanciato.
Mentre i suoi predecessori si nascondevano dietro certificati medici per non guardare in faccia Firenze, Moise Kean se n'è andato salutando la città con la sua stessa lingua.
E a Firenze, l'orgoglio e la dignità contano molto più di qualsiasi clausola rescissoria.
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