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Artemio Franchi, statista del calcio mondiale
Il giorno in cui il calcio perse la sua mente più lucida: la parabola e il tragico addio di Artemio Franchi
Venerdì 12 agosto 1983. Sulle Crete Senesi il cielo ha il colore del piombo e l’aria è pesante, gonfia di un temporale estivo che si rovescia a tratti sull’asfalto viscido.
Su quella strada, alla guida di una Fiat Argenta, c’è un uomo di 61 anni.
Ha fretta, ma non per un vertice a Zurigo o per una riunione blindata a Coverciano, sta correndo a Vescona, una frazione di Asciano, per incontrare un fantino, Silvano Vigni detto Bastiano.
Bastiano, nato a Monteroni d'Arbia nel 1954, di origini contadine, deve il suo soprannome a San Sebastiano, patrono della Contrada della Selva, la contrada che lo ha lanciato nel mondo del Palio. Nella sua carriera (1978-1996) ha corso 30 Palii vincendone 5 per quattro contrade differenti
Perché quell'uomo, che a Bruxelles o a Parigi tratta da pari a pari con ministri e monarchi, a Siena è semplicemente il Capitano della Contrada della Torre.
Alle 19:10, in una curva traditrice, l’auto scivola, l’impatto frontale con un automezzo che viaggia in direzione opposta è devastante, quando arrivano i soccorsi, riconoscono subito quel volto così familiare per chiunque sfogli i quotidiani sportivi.
Artemio Franchi muore lì, in ambulanza, mentre le colline toscane si tingono di sera.
In quel preciso istante, il calcio italiano e internazionale perde la sua mente più brillante, il diplomatico perfetto, l'uomo che sussurrava ai potenti del pallone.
L'arte della diplomazia: da Firenze ai vertici del mondo
La storia di Franchi è il romanzo di un’ascesa irresistibile, guidata da un’intelligenza manageriale fuori dal comune in un’epoca in cui i dirigenti sportivi agivano ancora più d'istinto che di calcolo. Nato a Firenze l'8 gennaio 1922 da genitori senesi, Franchi capisce presto che il suo destino non è il rettangolo verde, ma la scrivania. Arbitro, poi segretario della Fiorentina, dimostra subito una dote rara: sa ascoltare, sa mediare, sa unire fazioni opposte. Nel 1967 prende in mano una Federcalcio ferita dal disastro dei Mondiali d'Inghilterra (la storica sconfitta contro la Corea del Nord) e la ricostruisce da cima a fondo. Sotto la sua ala protettrice, l'Italia rinasce: vince l'Europeo del 1968 in casa e vola in finale a Messico '70, nella notte leggendaria dell'Azteca contro il Brasile di Pelé. Ma i confini nazionali gli stanno stretti. Franchi parla le lingue, ha il portamento del grande statista e una visione globale. Nel 1973 viene eletto all'unanimità Presidente della UEFA, è una rivoluzione. È lui a inventare la moderna Coppa UEFA, a trasformare gli Europei in un torneo spettacolare a otto squadre e a traghettare il calcio verso l'era dei diritti televisivi e delle grandi sponsorizzazioni, senza mai perderne l'anima popolare.Nel 1974 diventa Vicepresidente della FIFA.
Per tutti, nell'ambiente, è il successore naturale alla guida del calcio mondiale. Il 1974 non è stato solo l’anno dei Mondiali della Germania di Beckenbauer o del calcio totale dell’Olanda di Cruijff. Dietro le quinte, nelle stanze felpate del potere, è stato l’anno del più grande terremoto geopolitico della storia del pallone, ed è proprio in quella tempesta che la stella di Artemio Franchi ha brillato più forte, portandolo a sedersi sulla poltrona di Vicepresidente della FIFA. Fino a quel momento, il calcio mondiale era stato una questione profondamente eurocentrica, guidata dall'anziano presidente inglese Stanley Rous. Al Congresso di Francoforte del 1974, però, il mondo cambia: il miliardario brasiliano João Havelange scardina lo status quo. Promettendo l'espansione dei Mondiali e massicci aiuti economici, Havelange coalizza i voti di Africa e Asia, sconfigge Rous e diventa il primo presidente non europeo della FIFA. L’Europa del pallone è sotto shock, si sente accerchiata e teme di perdere la sua storica egemonia, in questo scenario di massima tensione, serve un diplomatico fuoriclasse per trattare con il nuovo "faraone" brasiliano. Quell'uomo è Artemio Franchi, forte della sua carica di Presidente della UEFA (ottenuta l'anno precedente), Franchi entra di diritto nel Comitato Esecutivo della FIFA con i galloni di Vicepresidente. Ma il dirigente fiorentino non si accontenta di un ruolo di facciata. Con la sua consueta eleganza e una straordinaria lucidità politica, Franchi si posiziona subito come il leader indiscusso del blocco europeo, l'unico capace di dialogare da pari a pari con Havelange, bilanciandone lo strapotere. Havelange ne riconosce immediatamente il peso specifico e gli affida deleghe pesantissime: Franchi diventa Presidente della Commissione Finanze e Presidente della Commissione Arbitri della FIFA.In quel memorabile 1974, stringendo tra le mani le casse del calcio mondiale, il designatore dei direttori di gara internazionali e il governo dell'Europa calcistica, Artemio Franchi compie il suo capolavoro. Diventa a tutti gli effetti l’uomo più potente del pianeta dietro al presidente, ponendo le basi per una futura scalata al vertice mondiale che solo il destino, nove anni dopo, riuscirà a fermare.Il fango del Totonero e la capacità di rinascere
Il cammino di Franchi non è stato privo di tempeste. Nel 1980 il calcio italiano viene travolto dallo scandalo del Totonero: manette in campo, campioni squalificati, l'immagine del nostro sport in frantumi. Franchi, per dignità e responsabilità politica, decide di dimettersi dalla guida della FIGC, sembra la fine di un ciclo, ma è solo una parentesi. La sua levatura internazionale è talmente immensa che due anni dopo, nel 1982, è ancora lui a salire sul palco del Santiago Bernabéu per premiare l'Italia di Bearzot, Paolo Rossi e Pertini, Campione del Mondo. Artemio Franchi, nel suo duplice ruolo di capo del calcio europeo (UEFA) e numero due della FIFA, si occupò in prima persona di consegnare le medaglie d'oro ai giocatori e allo staff della Nazionale Italiana, la Coppa del Mondo la consegno' João Havelange, affiancato dal re di Spagna Juan Carlos I Una rivincita morale e storica per l'uomo che aveva seminato il futuro del nostro calcio.Il legame con la terra e quell'ultimo viaggio
C’era però un luogo dove Artemio Franchi smetteva i panni del grand’ufficiale per ritrovare le sue radici profonde: Siena. Dal 1971 guidava la Contrada della Torre. Per lui, la pianificazione strategica di un Palio valeva quanto l'organizzazione di un Mondiale. Ed è proprio questo legame viscerale, quasi poetico, ad aver deciso il suo destino in quel maledetto venerdì d'agosto. Oggi il nome di Artemio Franchi vive negli stadi di Firenze e di Siena, i templi della sua terra. Ma la sua vera eredità è nei libri di storia del calcio: quella capacità visionaria di trasformare un gioco di ragazzi in una macchina globale, mantenendo intatta l'eleganza, lo stile e il rispetto per le istituzioni. Quella sera di quarantatre anni fa, su una strada bagnata della Toscana, non si spezzò solo una vita, ma si interruppe la rotta del calcio moderno.Altre notizie
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