Il Toro ha silenziato tutti: Lautaro, stagione di riscatto e gloria. Anche grazie a Chivu
Dopo la finale di Champions League l'anno scorso contro il PSG, i sussurri erano diventati sempre più rumorosi, fino a diventare un vero e proprio baccano. Poco incisivo, impalpabile quando la posta in gioco si alza. Dichiarazioni ingenerose ma reali e Lautaro Martinez le aveva ascoltate e lette tutte quante. Chi conosce il personaggio sa che certe cose il Toro non le dimentica: le archivia e ci dorme sopra, poi le trasforma in qualcosa di concreto.
La stagione 2025-2026 è stata quella risposta scritta nero su bianco. Diciassette gol in campionato (che gli valgono il titolo di capocannoniere), magari qualcuno in meno rispetto alle aspettative ma distribuiti nei momenti esatti in cui servivano. Reti pesanti. Quella al Pisa nella notte del 6-2, quando l'Inter era sotto di due gol e sembrava stesse per naufragare in una serata da dimenticare. Quelle contro la Roma, capaci di far esplodere San Siro in un boato fino ai Navigli. L'avvio era stato complicato per tutta la squadra e Lautaro non era stato immune dalle difficoltà. Qualche critica di troppo, qualche prestazione sottotono in un agosto in cui l'Inter sembrava ancora non trovare la propria identità. Ma la differenza tra un campione e un buon giocatore si misura proprio lì, nella capacità di restare in piedi quando tutto intorno balla.
Lautaro ad Appiano è rimasto il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene. Chivu lo ha capito subito. In conferenza stampa, nei momenti più delicati della stagione, il tecnico romeno non ha mai esitato a mettersi davanti al suo capitano per schermarlo dalle critiche. E Lautaro ha ricambiato nel modo che gli riesce meglio: trascinando. Il lampo di Bonny all'Olimpico contro la Roma, uno degli snodi fondamentali della stagione, era nato da una combinazione costruita proprio dal Toro, che aveva aperto lo spazio con un movimento apparentemente innocuo ma letale nei tempi. Quello che rende speciale questa stagione di Lautaro non è però il numero di reti, né la fascia di capitano portata con la consueta ferocia. È qualcosa di più sottile: la sensazione che abbia finalmente smesso di portare il peso dell'Inter come un fardello e abbia iniziato a viverlo come un privilegio.
C'è una leggerezza nuova nel suo modo di muoversi in campo, una serenità che in passato non sempre si vedeva. Come se avesse fatto pace con qualcosa dentro di sé. Il double — scudetto e Coppa Italia — porta la firma di tanti. Di Çalhanoğlu, Dimarco e di un collettivo che ha saputo soffrire e reagire. Ma se si cerca il filo rosso che lega ogni rimonta, ogni momento di difficoltà trasformato in slancio, quel filo ha sempre il nome di Lautaro.L'uomo che quando tutto sembrava vacillare non ha mai avuto paura di cadere
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