Milan, Modric: "Ho realizzato il sogno di giocare in Serie A. E l'ho fatto nel miglior club italiano"
Luka Modric, centrocampista del Milan e della Nazionale croata, con la quale è impegnato in questi giorni al Mondiale, ha rilasciato una lunga intervista al podcast di Giacomo Poretti, parlando per prima cosa di come si sia trovato in Italia al suo primo anno: "Mi sento davvero bene, sono cresciuto seguendo il calcio italiano. L’Italia ha regalato al mondo del calcio alcuni dei calciatori più intelligenti come Totti, Pirlo, Baggio, Del Piero e altri ancora. I tifosi capiscono di calcio e apprezzano i giocatori tattici e tecnici. Ed è per questo che qui mi sento così bene, sono felice di aver realizzato il mio sogno di giocare in Italia in un giorno. È successo, e l’ho fatto nel miglior club in Italia, per me”.
Resta ad altissimi livelli anche a 40 anni. Solo talento o c'è anche tanto lavoro?
“Un allenatore mi diceva sempre: «Il talento è il 20%, il resto è il duro lavoro». Non so se le percentuali sono davvero queste, ma il senso è che il talento è importante, ma da solo non basta. Se non lavori duramente, se non sei determinato, se non credi in te stesso e non fai tutto ciò che serve per avere successo nella vita, il talento non è sufficiente. Il talento è solo una parte, il resto è lavoro duro e molte altre cose”.
Ci parla di un allenatore che l'ha aiutata particolarmente?
“Ce ne sono stati. Non voglio nominarne solo uno perché sono stato fortunato ad aver lavorato con tanti grandi allenatori e campioni. Ho imparato qualcosa da tutti e mi hanno aiutato tanto durante la mia carriera. Senza allenatori è difficile farcela nel calcio. Ma se devo fare un nome torno a quando ero bambino. C’era un allenatore che arbitrava le nostre partite in allenamento. E fischiava di proposito a nostro sfavore per farci innervosire. Il suo obiettivo era farci capire che nel calcio e nella vita possono succedere molte ingiustizie. E quindi devi rimanere calmo e trovare una soluzione. Per me è stato molto importante impararlo crescendo”.
C'è un avversario che l'ha messa in difficoltà più di altri?
“C’è, c’è. Tanti. Mi è sempre piaciuto giocare contro il Barcellona quando ero al Real Madrid. Per me Iniesta… Mi piaceva tanto giocarci contro. È uno dei giocatori che ammiro di più, ma non era facile giocarci contro. Se ne devo dire uno, dico lui”.
Cosa prova quando vede un giovane che sta per cominciare? Le viene voglia di aiutarlo o prova invidia?
“Mi viene voglia di aiutarli. Oggi i giovani hanno bisogno di aiuto, ci sono così tante distrazioni attorno al calcio. E ogni tanto ho la sensazione che il calcio non sia più la priorità assoluta per alcuni giovani. Ci sono molte altre cose che vengono prima. Per la mia generazione il calcio era la priorità, era tutto. Non avevamo distrazioni. Ora invece ce ne sono tantissime e i giovani possono confondersi. Per questo serve che i giocatori esperti li guidino, per mostrargli la strada giusta e fargli capire come comportarsi per avere successo. Non basta solo arrivare ad un certo livello. Ci sono molti giocatori che ci restano due o tre anni e poi spariscono. La cosa importante è la continuità, restare ad alti livelli per tanti anni. Cerco di aiutarli dando l’esempio”.
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